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Martha Wainwright

di AA.VV.
Da talento precoce a debuttante tardiva, come se tra il sentirsi ed il fare passassero mille turbamenti esistenziali. Quindi, prima di tutto: disperdere le tracce. Scozzare le carte di una personalità poliedrica capace di scrivere ed interpretare con sbrigliata intensità. Una predestinata riluttante, ma infine serenamente arresa al proprio destino: Martha Wainwright.

Predestinata tardiva

di Stefano Solventi

Rampolla di casa Wainwright – figlia del celebre Loudon III e della di poco meno famosa Kate McGarrigle - Martha nacque a Montreal nel maggio del '76, tre anni dopo il fratello Rufus. A completare il giardinetto sonoro c’era la zia Anna, che assieme a Kate portava avanti fruttuosamente un duo folk dal rilevante successo in patria e fuori. Fu proprio in un loro album - Love Over And Over dell'83 - che la fanciulla assaggiò l'ebbrezza della sala d'incisione. Il richiamo del DNA iniziò a farsi sentire: imparò a suonare la chitarra e a scrivere canzoni. Ne seguì però una sequela di approcci estemporanei, tentativi appassionati ma senza affondare il colpo. Si prestò come vocalist e corista (nei dischi del padre, di madre e zia, del fratello, di Gordon Gano nientemeno) ma nulla a suo nome fino al '97, quando licenziò l'ep Ground Floor. Ne seguiranno altri tre prima dell'omonimo esordio su lunga distanza del 2005, album buono al di là della fama riflessa. In ogni caso, il dado era tratto.

Quasi trentenne, Martha aveva finalmente debuttato, obbedendo al proprio ruolo di predestinata. Ma il personaggio si mostrava irrequieto, sfuggente. Qualcosa covava irrisolto nel rapporto con le proprie radici e nell'idea di se stessa. Capitava di leggere interviste in cui nel volgere di poche righe sosteneva "You can't deny who you are" e "I don't think people are stupid enough to stomach something that isn't good because of who their parents are". Quindi - a proposito dell’antica passione per Leonard Cohen - "my first understanding that music is not really about music; it’s about words", salvo poi concedere un "why not try and make a bigger-sounding poppy record?". Eccola poi alludere ad uno spleen incarnito ("I tend to write when I'm crippled by something...", "I didn’t have a boyfriend the time that most women do...”) per smentirlo subito con estatico entusiasmo ("Waking up every morning and being in reality, breathing the air that everyone else breathes, being next to the person that you want to be with... That would be great").

Tutto ciò, messo assieme alle successive prestazioni (con gli Snow Patrol, con Annie Lennox, in teatro – nel brechtiano I sette peccati capitali - e al cinema in The Aviator di Scorsese), al recente matrimonio e alla variegata intensità del nuovo album, fa supporre che questa ex-ragazza abbia finora impegnato il proprio talento per confondere la mappa delle radici che comunque non sa - non vuole, non può - rinnegare. La sensazione è che in futuro vedremo all'opera un'artista finalmente libera, da cui è lecito attendersi il meglio.

un
  • Far Away
  • GPT
  • Factory
  • These Flowers
  • Ball & Chain
  • Don’t Forget
  • This Life
  • When The Day Is Short
  • Bloody Motherfucking Asshole
  • Tv Show
  • The Maker
  • Who Was I Kidding
  • Whither Must I Wander
  • Bring Back My Heart
  • Baby
  • Dis, Quand Reviendras Tu?

Self Titled (V2, 2005)

di Manfredi Lamartina

Dici Wainwright e pensi Rufus. Dici “sorella di Rufus” e pensi che non sarà mai al livello del fratello. D’altronde è sempre la solita storia. Per un artista è dura resistere al peso delle influenze musicali, che ogni anno fanno più vittime del virus dei polli. Figuriamoci se poi le lunghe ombre dei paragoni scomodi te le ritrovi addirittura dentro casa.

Il problema è che l'esordio di Martha Wainwright soffre delle aspettative che inevitabilmente ha generato. Ti immagini brani talmente belli da farti male ma ti ritrovi un pugno di pezzi che vagano nel déja-vu folk-pop. Senti il bisogno di esplorare nuove prospettive e nuovi significati della parola “emotività” ma dallo stereo esce soltanto una bella voce. Vuoi riscoprire un suono che sappia essere fedele cronista dei tuoi stati d’animo, ma poi ti rimangono semplici giri di chitarra acustica tra le mani. Ad esempio, Bloody Motherfucking Asshole – una specie di Bella stronza al maschile – sembra la solita filippica anti-fidanzato declinata al tempo del folk. The Maker, di contro, è più sobria nelle sonorità, e proprio per questo ha un esito migliore. Il risultato, alla fine, è una mezza delusione. Soprattutto perché l’autrice dimostra a volte – sarebbe stupido non riconoscerlo – di avere comunque ereditato il gene Wainwright, come nel caso della deliziosa tenerezza di These Flowers. Solo che, presa dalla furia di mettere sul fuoco quanta più carne possibile, non è riuscita a mantenere ferma la barra sull’obiettivo di sempre: emozionare. Diluire quindi in sessanta minuti il proprio talento non è una mossa raccomandabile, specie quando le atmosfere dei pezzi si assomigliano pericolosamente. È come voler fare una cena per venti persone solo con un po’ di zuppa. Se allunghiamo il brodo con acqua abbondante magari riusciamo a garantire venti porzioni uguali, ma difficilmente i nostri ospiti ne apprezzeranno lo sforzo.

Se invece avesse giocato di sottrazione l’album ne avrebbe tratto giovamento. Così non è stato, e, benché la sufficienza sia raggiunta, si prospetta purtroppo una sconfitta – seppur di misura – non solo nel confronto col fratello (presente in Bring Back My Heart, una delle canzoni migliori del lotto), ma anche con altre cantautrici che negli ultimi tempi hanno colpito come e più di quanto abbia fatto Martha. Il riferimento è per Liz Janes e Hanne Hukkelberg, che senza la stessa copertura mediatica garantita alla Wainwright hanno saputo – loro sì – emozionare e coinvolgere. (6.0/10)

Copertina: ...
  • Bleeding All Over You
  • You Cheated Me
  • Jesus & Mary
  • Comin' Tonight
  • Tower Song
  • Hearts Club Band
  • So Many Friends
  • In The Middle Of the Night
  • The George Song
  • Niger River
  • Jimi
  • See Emily Play
  • I Wish I Were
  • Love Is A Stranger

I Know You're Married But I've Got Feelings Too (Zoë/Rounder, 26 maggio 2008)

di Stefano Solventi

Il secondo album di cotanta sorella e figlia ribadisce che versatilità e teatralità devono essere un po' il vizio di famiglia. Anche se rispetto al fratello la cara Martha riesce a stare un po' più tra le righe, tanto che alla fine - fortunatamente - a uscir fuori è più il disco, sono più le canzoni che non lei. Buona la scrittura e curate le orchestrazioni, che disimpegnano il folk di partenza in un pop rock che pesca dalle uggiose raffinatezze degli eighties e da una certa baldanza AOR seventies, snocciolando perle tipo Stevie Nicks incrociata Kate Bush quali Comin' Tonight e So Many Friends (quest'ultima impreziosita dalla tastiera di Donald Fagen).

Un ispessimento formale evidente rispetto all’esordio, che però non le impedisce di sondare brumose raffinatezze quali Niger River (trepideria folk che scomoda solennità Fairport e lirismo Tori Amos), per non dire di come in I Wish I Were incroci radici, impeto e amarezza spalleggiata da Garth Hudson nientemeno, mentre una Hearts Club Band è il ballatone (un po' Joni Mitchell, un po’ i Wilco, un po' di struggimento Big Star) che non sfigurerebbe indossato dal caro Rufus.

C'è la sua voce, a proposito, ad impreziosire una The George Song che impasta Elliott Smith e The Who, il che ci conduce a citare l'altro ospite illustre, ovvero Pete Townshend in You Cheated Me (folk errebì energizzato, degno dei Suede più morbidoni). Le due cover in scaletta sottolineano l'ineffabilità dello spettro stilistico: una See Emily Play fin troppo compressa e una Love Is A Stranger che guadagna in scioltezza e vitamine country-soul rispetto all'originale targato Eurythmics.

Alla fine resta un senso di post-modernità addomesticata, di un'espressività che scende naturalmente a patti con la propria multisfaccettata attitudine. Col rischio di azzardare in troppe direzioni, disperdendo la polvere magica che innesca l’incantesimo. Ciò detto, accogliamo con piacere la maturità di questa cantautrice, in attesa che il talento ne eguagli la celebrità. (7.0/10)