
C’erano una volta gli At the Drive-In. Cinque ragazzi capelluti provenienti da El Paso, Texas, autori di quel Relationship of Command che nel 2000 fece gridare qualcuno - più di uno - al miracolo. Canzoni rabbiose e dirette, suono aggressivo, tecnico e solido, DNA meticcio tra Mexico e stelle e strisce: ingredienti che allora li fecero apparire come una valida alternativa agli ormai agonizzanti Rage Against The Machine (epurati di ogni sussulto combat rock, con in aggiunta dosi massicce di emo). Un discreto successo, ma durò un soffio. Negli ingranaggi della band qualcosa si ruppe, e il progetto iniziale si scisse in due formazioni: Sparta, con la sezione ritmica e uno dei chitarristi a proseguire il discorso lasciato in sospeso, e Mars Volta, con chitarra solista e voce ad avventurarsi verso nuovi lidi.
E’ singolare come la fetta più grande di successo (al punto di oscurare il ricordo del gruppo madre) sia toccata ai secondi: De-Loused In The Comatorium, il primo album di Omar A. Rodriguez-Lopez e Cedric Bixler Zavala sotto la nuova sigla, ha venduto più di un milione e mezzo di copie, riuscendo a conquistare una nutrita schiera di convintissimi estimatori (anche nelle file della critica). Lo stesso zoccolo duro ha poi assicurato altrettanto successo a Frances The Mute, 123,000 copie vendute soltanto il giorno della sua uscita. Un risultato considerevole, soprattutto per un gruppo la cui musica è tutt’altro che semplice e immediata, e che anzi si configura come uno dei mix stilistici più peculiari degli ultimi anni, totalmente al di fuori delle tendenze attuali.
A più di trent’anni dall’esplosione del genere, il duo Lopez-Zavala non ha paura ad imboccare la via del rock progressivo (riecco i cari vecchi concept divisi in suite), contaminando metal, funk, hardcore e influenze etniche in una scrittura il più eclettica possibile.
Eppure i Mars Volta, giunti oggi al terzo capitolo, sono e restano il proverbiale "gruppo che divide": o li si ama, o li si odia. Proprio come ai tempi dell'adorato e al tempo stesso vituperato progressive rock, chi la spunterà stavolta? Ammiratori o detrattori? La sfida resta ancora aperta...

Dopo gli Sparta (e ancora prima i De Facto), tocca ai Mars Volta. Omar Rodriguez, chitarra, e Cedric Bixler, vocalist, si sono ormai lasciati alle spalle l’esperienza At The Drive In. Poco o nulla questo De-loused In The Comatorium somiglia ai dischi di quelli. Qui si avverte, anzi, una commistione emo-tiva del moderno hard rock con elementi stilistici diversi.
Inertiac, per iniziare, è forse il solo pezzo contenuto nell’album a potersi dire una (bella) canzone. Regolare e tutto. Il resto, dalle aperture dub e hard in Roulette Dares, dove ad ogni spasmo romantico corrisponde un equivalente e contrario strappo maniacale, non fa altro che porre in evidenza le doti canore di Cedric (ottimo cantante).
Ma la sorpresa vera del pezzo è la sua chiusa, una fantastica e piroettante fusione di hard psichedelia e prog rock. A rubargli la scena c’è però il capolavoro Drunkship of Lanterns: funky, tropicalismo, emocore in perfetta comunità d’intenti, e in dosi variabili.
Il sentimento ‘prog’ di tutti questi pezzi è, pertanto, ravvisabile dall’abilità dei nostri nel non mostrare mai e poi mai il volto d’un genere se non al cospetto di quello di un altro genere, in modo nulla dispettoso, spesso virtuosistico e sempre trascinante. La stessa Drunkship of Lanterns, in tal senso, si frantuma continuamente nelle abilità strumentali del combo. E ne acquista, per contro e paradossalmente, coesione. Ancora imbevute di "segni" prog e emo sono Eriatarka e, soprattutto, la conclusiva, lunga, Take the Veil Cerpin Taxt. Ascoltare questo cd senza pregiudizi, verso chi lo suona e verso le combinazioni musicali realizzate, significa aprirsi ad un prodotto discografico major non "innovativo" tout court ma certamente "originale", significativo. I Mars Volta non sono dei "superdotati", è vero, hanno però talento… (7.0/10)

I più che mai floridi consensi raccolti dall'esordio devono aver considerevolmente ringalluzzito i due ex At The Drive In, se dopo neanche un anno e mezzo ritornano con un concept mastodontico diviso in suite, di quelli che nemmeno gli ELP dei tempi d'oro; sintomo di sicurezza, certo, ma anche di ambizione spericolata che si traduce nel provare il maggior numero di soluzioni ed acrobazie possibili.
Il vero limite di Frances The Mute (e dell'esperienza Mars Volta tout court, per chi scrive) è proprio l' eclettismo a tutti i costi : l’andamento dei brani - e quindi di tutto il disco, inteso come un unicum narrativo - si perde spesso e volentieri in trovate ad effetto che spezzano l’equilibrio compositivo. Ai texani non manca il talento, va detto: la versatilità al canto è per certi versi sorprendente, i virtuosismi alla chitarra si sprecano, ma il più delle volte è l’effetto speciale (vedi lo spropositato e fuori luogo uso di noise elettronici), il cambio inatteso di atmosfera, il tecnicismo fine a sé stesso, il colpo di teatro che colpisce, ancora di più che la sostanza.
E così tra le strabordanti evoluzioni di Cygnus Vismund Cygnus, le suggestioni melodiche - à la Crimson/Plant - di The Widow, lo psych di Miranda, i pretenziosissimi 31 minuti di Cassandra Gemini (che fonde metal, funk, jazz e noise in un minestrone di ascolto tutt’altro che facile) vengono fuori impietosamente tutti i limiti di questa musica, che, pur partendo da interessanti presupposti (l’impeto hard-core di base, le contaminazioni etniche – evidenti nel calypso di L’via L’viaquez), finisce per riportare in auge i peggiori cliché del prog – e, per figlianza diretta, del metal - più deleterio. Nessun pregiudizio nei confronti dei generi succitati, attenzione: in Frances The Mute c’è tecnica, c’è ambizione compositiva, c’è eclettismo, c’è impatto sonoro, c’è varietà. Quello che manca ai Mars Volta, sostanzialmente, è il buon gusto. (4.5/10)

Immaginate la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin, solo che al posto del violino di Jerry Goodman c’è un sassofono, dal taglio molto arty-jazz, che brama fughe convulse in combine con una chitarra di chiara estrazione post-core. Niente paura, non stiamo parlando di una fantomatica reunion (anche se di questi tempi…) del supergruppo fusion, ma solo di un lavoro, il secondo solista, di Omar Rodriguez Lopez, l’occhialuto “afro” in libera uscita dai suoi Mars Volta.
Un avvertimento per i detrattori, che sono tanti: lasciate perdere questo disco, tanto non ci troverete niente di quello che già non si conosca sullo smilzo Omar e del suo prog-entourage; ma se invece siete in vena di nuovi neologismi in negativo (visto che la lista di aggettivi per denigrare il nostro è in dirittura d’arrivo) fatevi sotto; ne avrete di che sparlare sull’ennesima suite latineggiante a là Santana (Jacob Van Lennepkade in particolare: diciassette minuti di pura elegia jazz-rock che a tratti evoca anche i Chicago di Transit Autoriry), sul prog tuonante di Regenbogen Stelen Van Prostituees e tirato di Spookrijden Op Het Fietspad; per non dire poi di quelle due arie psichedeliche, Vondelpark Bij Nachte e Een Ode Aan Ed Van Der Elsken, che più seventies non si può!
E ora dai, critico “intellighente” di turno, torna ad ascoltare i tuoi amati Don Caballero, che sono sì (anche) prog ma fanno anche figo, molto molto figo… (7.0/10)

Un album di maniera alla loro maniera. I Mars Volta al terzo disco: una novità iniziata a circolare grazie all’ormai massificato MySpace che ne dava un assaggio in luglio, nelle note di Viscera Eyes, brano dal riff d’aplomb zeppelliano (molto Kashmir) con attinente cantato versione Robert Plant castrato.
Omar Rodriguez-Lopez (che produce), Cedric Bixler in assetto classico e John Frusciante alla ritmica incluso, compongono un album che nelle parole del riccioluto singer è “un interpretazione della paura in Dio anziché la sua venerazione. Penso che sia alquanto inutile credere in Dio e Amputechture, in sostanza, è il mio personale pensiero sull’argomento”. Un concept “biblico”? Assolutamente. Un prog muscolare a piè pari tra il divino (Tetragrammaton, frippiana a tratti per il referente ebraico dell’onnipotente) e l’ambigua figura - siamo pur sempre in epoca Codice Da Vinci - di Maria Maddalena (Asilos Magdalena, ballata in spagnolo per chitarra e voce che prende in esame Magdalene Asylums, i famigerati conventi teatro di sottomissione per donne “smarrite”). Fortuna (e un pizzico di coscienza) vuole che le interminabili jam di trenta e passa minuti tipo Cassandra Gemini siano bypassate, ma buon sangue non mente e così, latinismi furiosi (Day Of The Baphomets: poteva mancare il maligno?) e arzigogolati fiati psycho-jazz (Meccamputechture) imperversano nella tracklist.
Con il funambolico drummer Jon Theodore al capolinea (dal prossimo disco cederà le bacchette Blake Fleming), i Mars Volta superano il prolisso Frances The Mute. Se il 6.0 è politico – il 6.6 quasi satanico –, qui urge un (7.0/10) teologico.

Succede alle volte di imbattersi in dischi che inconsapevolmente stimolano riflessioni sul corso e lo stato attuale della “popular music”. Per questa sortita di Omar Rodriguez Lopez, rischia di essere l’unico dei pregi: fa pensare, infatti, che gente partita da un background hardcore-punk con gli At The Drive-In (anche se, a ben ascoltare, qualcosa emergeva anche da lì, reinterpretato…) si sia poi consegnata al revival dei Settanta coi Mars Volta. Ammesso e non concesso che in epoca “post relativista” abbia un senso sdoganare - cioè: accettare senza rimostranze - qualsiasi gesto artistico, proprio non si vede nel 2007 la necessità di quelle piaghe che impedirono al “prog” di essere, sparute e splendide eccezioni a parte, effettivamente progressivo.
Sfoggio d’intellettualismo, frigidità espressiva e onanismo strumentale li reputavamo debellati dal “dopo rock” dei Novanta, e invece rieccoli puntuali nella versione indie degli Yes, con tanto d’assolo di basso e la voce da eunuco di Cedric Bixler, a uso e consumo di chi confonde l’ampiezza d’orizzonti con la pretenziosità. Vero è che Keith Levene si professava fan di Steve Howe e Lydon idolatrava Peter Hammill, tuttavia seppero andare oltre, adeguarsi ai nuovi tempi con spirito diverso. In Se Dice Bisonte, No Bùfalo, al contrario, il volonteroso Omar dispiega tecnica chitarristica invidiabile, si perde in vuoti strumentali in cui fa tutto da solo e infine persuade come l’idea di sposare una funkadelia dalle venature latine a tastiere e fiati in stile Van Der Graaf Generator sia allettante solo sulla carta.
Trovata una passabile applicazione con Rapid Fire Tollbooth, la mancanza di senso del limite appesantisce tutto il resto, tranne le aperture di una Please Heat This Eventually (con Jack Frusciante) che però poi si perde, la wave riparatrice della chiusura La Tirania De La Tradicion (anch’essa rovinata da una coda nefanda…) e, soprattutto, dell’ottimo Santana tra spigoli etnici e jazz acido in Boiling Death Request A Body To Rest Its Head On. Persino l’ospite Money Mark è spaesato e incerto sul da farsi, non riuscendo a fondere classicità e negritudine come riusciva a Bernie Worrell. Si respira troppa voglia di voli pindarici, di viaggi sopra le righe che smarriscono qualche discreta intuizione dentro una mescolanza che suona irrigidita, fuori fuoco e priva di una fondamentale robustezza compositiva. Mentre si ascolta il disco inseguendo l’assenza dei suoi perché, viene da concludere che sul serio chi non conosce la storia è destinato a ripeterla. (5.2/10)

Appena prima di ascoltare questo disco, pensavo contento, in un apice di nerditudine critico-musicale: “so già cosa mettere sotto la voce “genere”; sarà NO-PROG!”. Avessi ascoltato prima il disco di collaborazione di qualche mese fa tra Omar e Damo Suzuki, avrei titubato; ma sono bastati cinque minuti di questo EP che mette insieme Lydia Lunch – pilastro della New York tra Settanta e Ottanta – e Omar Rodriguez-Lopez – artefice del passaggio At The Drive-in / Mars Volta – per ricredermi; o meglio, semplicemente per togliere la particella “no”.
Certo, Lydia la diabolica (e pranzifera) non è mai presenza timida; i titoli dei brani mi siano a testimonianza, e le sue spoken-word anti-maschiliste, anti-religiose, anti-sociali, filtrate da vocoder, echi e riverberi. Ma sotto di lei c’è un flusso progressivo e sfrenato che sembra una traccia sola - ma vi accorgerete che non è così dopo che un quarto d’ora di ascolto non vi avrà dato l’impressione di alcuna soluzione di continuità, guarderete lo stereo e la traccia sarà la 4 o la 5. Ma soprattutto sotto Lydia si dissimula una specie di jam degli Experience di Jimi Hendrix in posa da BBC Sessions, del tutto fuori dal tempo e dalla cogenza, che spumeggia tecnicisticamente fagocitando la voce della sciamana.
Un risultato piuttosto pallido, se si guarda il voto, ma frutto di due spinte opposte che sostanzialmente si annullano; l’una di entusiasmo per l’esperimento, l’altra di minimizzazione di uno degli addendi, quello da cui più mi aspettavo qualcosa. (6.0/10)

Confesso che quando ho saputo di dovermi occupare dell’ultimo Mars Volta mi sono detto: oddio, ora mi tocca più di un’ora (se mi va bene) di sincopi, urla falsettate e quant’altro in dote al combo neoprog statunitense.
Mica li disprezzo, anzi, è solo che li conosco e dopo 4 dischi in 5 anni posso anche stilare un resoconto sull’operato dei Nostri, e dire che dopo il primo e buona parte del secondo disco, la musica dei Mars Volta ha regalato poche sorprese proprio come certo progressive dei Seventies che si spense con l’avvento del punk.
Al momento non si avvertono rivoluzioni in atto né uno stratega tipo Malcom Mclaren, eppure Cedric Bixler-Zavala e Omar Rodríguez-López vanno avanti incuranti – e stoici c’è da dire – nel propinare uno speedprog che tolto qualche momento si regge con difficoltà.
Mi sentirei di consigliare, loro fossero al mio fianco mentre si sorseggia un buon caffé, di insistere magari sulla componente fusionlatineggiante che qui e là regala interessanti momenti come accade, in questo nuovo The Bedlam in Goliath, nella seconda parte di Aberinkula,dove anche i fiati hanno un loro perché oppure nella bella ritmica di Ilyena, e lasciar perdere cervellotiche e brutali aperture di Ouroborous e Wax Simulacra che, ripetiamo, non si reggono.
Ed è un peccato perché anche in queste tracce, come nelle restanti, si ritagliano intermezzi che potrebbero portare ad esiti diversi se solo il Santana di Soul Sacrifice che c’è in loro venisse trattato con meno furia hard-core. È poi basta con quelle urla da Plant castrato! (5.5/10)

Per chi non lo sapesse, oltre alla trilogia teutonica di David Bowie esiste anche la quaterna dei tulipani di Omar Rodriguez Lopez. Siamo al terzo e quarto episodio della saga, e stando alle intenzioni del leader la serie dovrebbe chiudersi qui.
Cominciamo da The Apocalypse Inside Of An Orange, disco accreditato all’ Omar Rodriguez Lopez Quintet. Lavoro strumentale di jazz-rock latineggiante al crocevia tra Mahavishnu Orchestra e Carlos Santana (Spared From The Insult List su tutte, ma il tema aleggia un po’ ovunque), con puntate verso progressioni à la King Crimson (Knee Deep In The Loving Hush Of Heresy che riprende la seconda parte di Starless - la canzone, non il disco) e ossuti afro-funk, nell’iniziale Melting Chariots, pari all’Herbie Hancock di Headhunters che vorrebbe essere Fela.
Non c’è l’amico Cedric Bixler e mai mancanza fu più gradita, c’è il restyling trascinante di Jacob Van Lennepkade II dal debutto del Nostro datato 2005 – primo capitolo del poker di cui sopra – e la probabile chiave di volta Money Mark, tastierista di fama Beastie Boys la cui presenza sembra giovare al riccioluto chitarrista portoricano. (7.0/10)

È lui, a nostro avviso, il trait d’union col successivo Calibration, lavoro stavolta a nome del solo Omar Rodriguez Lopez. Ma è solo un aspetto di facciata: si tratta in pratica di un team di undici elementi - c’è anche Cedric - che suona come una versione più ipnotica dei Mars Volta, pur sempre impetuosa (Mexico e Calibration, quest’ultima cantata da un insostenibile, credetemi, Cedric Bixler) ma altresì psichedelica (Glosa Picaresca Wou Mên con un ispiratissimo John Frusciante al microfono) e laboriosamente progressiva (Las Lagrimas de Arakuine) dove anche i virtuosismi - Thomas Pridgen è un batterista lodevole! – fanno quadrato senza partire per la tangente. E poi non ci saremmo mai aspettati uno spaccato di mitteleuropa, Grey (Cancion Para El), dalla penna di un chicano. (7.0/10)
Due dischi diversi partoriti dalla stessa mente. Quasi ci dimentichiamo che è parte integrante del prolisso The Bedlam in Goliath. La speranza è che non ricada nelle crepe palesate dagli ultimi Mars Volta e, chissà, se frequentasse meno quell’amico cantante…