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01. When Your Number Isn’t Up
02. Hit The City
03. Wedding Dress
04. Methamphetamine Blues
05. One Hundred Days
06. Bombed
07. Strange Religion
08. Sideways In Reverse
09. Come To Me
10. Like Little Willie John
11. Can’t Come Down
12. Morning Glory Wine
13. Head
14. Driving Death Valley Blues
15. Out Of Nowhere |
Bubblegum (Beggars Banquet, 28 agosto
2004)
di ©2004 Stefano Solventi
Somiglia sempre più ad un percorso di incenerimento e rinascita,
la vicenda artistica e umana di Mark Lanegan. Il modo in cui Bubblegum
ce lo propone artista a tutto tondo, disinvolto e versatile, capace
di disimpegnarsi senza timori tra ombre e luci, tra "lieve"
e "pesante", fa capire quanto il Nostro sia riuscito a scendere
a patti coi propri fantasmi, a ricucire le ferite. Perché Mark
era più morto che vivo, è bene non scordarlo, quando
devastava la propria sorprendente vena folk-blues nei primi lavori
da solista. Poi, una teoria di svolte defilate, di capolavori a luci
basse, un risciacquarsi l'anima nelle urne apparecchiate da vecchi
dimenticati eroi del folk blues. Un dialogare coi morti fecondo e
nutritivo, che deve averlo convinto di non appartenere (non ancora)
a quella gloriosa ma decisamente sfortunata categoria.
Field Songs sembrò a molti l'ennesima tappa di
quel percorso, ne era invece il compimento, e perciò un capolavoro.
In quest’ottica, Bubblegum è
il disco di chi sa di potersi permettere la propria cosa, è
la rinascita del blues non più come catarsi bensì come
forza vitalistica, come attaccamento alla pellaccia ("Rolling,
just keep on rolling/ I don’t want to leave this heaven so soon",
Metamphetamine Blues). Non più fantasmi quindi a fargli
compagnia, ma comprimari di primo piano, a lui affini anche se non
necessariamente; era così del resto già col Songs
For The Deaf dei QOTSA, cui Lanegan
regalava - non a caso - gli episodi più memorabili. Non stupiscano
quindi i nomi di PJ Harvey, Dean Ween,
Greg Dulli, Duff McKagan e Izzy
Stradlin (ex Guns and Roses, ora nei Velvet
Revolver), una parata che fa ad un tempo entusiasmare e storcere
il naso, suggerendo un effetto compilation autocelebrativa.
Però il buon Mark ha spalle ben larghe, il suo segno è
caratterizzante come pochi, e al suo fusto quindi gli ospiti si avvinghiano
come animaletti devoti, senza adulterare la grana delle emozioni.
Bubblegum è infatti un disco dinamico
e variegato, con i diversi umori in orbita stretta attorno alla fibra
tenebrosa del padrone di casa. Persino quando un pezzo come Can't
Come Down accenna un ipercinetico bailamme country-cyber-punk
sembra di stare lì, a due passi da una frenesia notturna di
Mark. O come quando il boogie di Sideways In Reverse accenna
piacevoli (e un po' piacione) deviazioni hard. O come in quella Driving
Death Valley Blues che col suo boogie techno-hard scomoda nientemeno
gli impagabili ZZ Top. C'è la sua voce, la
sua impellenza, la sua ombra senza requie, e tanto basta.
E' quindi chiaro che la combinazione con la signorina Harvey risulta
alquanto azzeccata, entrambi alle prese con la loro condizione di
star alle prese coi propri irrisolti (e benedetti) dissidi: Come
To Me è ha l'aria di un folk-blues malsano, si consuma
languido e pulsante, tra sussurri avvinghiati e slide miagolanti,
ronzii sintetici e improvvise piene del cuore, mentre Hit The
City - con la sua disarmante semplicità strutturale, riff
di basso e chitarre più bordone luminescente d'organo - mette
a frutto l'indimenticabile esperienza delle Desert Sessions.
C'è poi naturalmente il Mark in fregola arcaica, quello dei
gospel country pervasi di tragedia come nella lancinante Like
Little Willie John (acustiche frastagliate, organo, una stupenda
ripartenza con arpeggio raddoppiato) o nella solennità quasi
manieristica di Strange Religion; ma, saggiamente, questo
aspetto si stempera nelle ballate à la Cave
di Morning Glory Wine e One Hundred Days, forse
un po' troppo compiaciute ma senz'altro funzionali a far respirare
il programma.
E c'è quella storta tensione modernista che fa coincidere
paso doble, vaudeville e R’n’B in Wedding Dress
e grugniti industriali con efferatezze blues in Head e nella
già nota Methamphetamine Blues (la più granitica
del lotto), muovendosi come un Tom Waits mefistofelico,
saltimbanco e alligatore. E c'è quell'intimità scorticata
a crudo, la voce come sale sulle ferite, come nell'iniziale When
Your Number Isn't Up (farragini di soul antico, organo e drum
machine) e nella breve, diafana, caracollante Bombed.
Insomma, proprio il Lanegan che c'era da attendersi, in agguato
oltre il guado. Una voce, innanzitutto, che ha imparato a cavalcare
se stessa. Spina dorsale e testa d'ariete della più autorevole
personalità rock di questi anni. (7,5/10) |