Dall’elettronica IDM di Boards Of Canada e Kim Hiorthøy dell’esordio Stop Breaking My Heart, all’abbacinante macchina del tempo psichedelica chiamata Up In Flames sino alla polpa del cuore elettronico …riservatamente.
Tra impeto e gentilezza, la kind art di Caribou

Ascoltato oggi, Stop Breaking My Heart potrà risultare album prevedibile, se non addirittura scontato per chi nel frattempo ha allenato e saturato l'orecchio con l’ascolto dei vari Kim Hiorthøy, Sack Un Blumm, Jan Jelinek e Four Tet.
Dundas, Ontario e Brandon sono esempi di tracce forse troppo simili a quelle prodotte dal norvegese l’anno precedente (Hei, Smalltown Supersound, 2000); People Eating Fruit e Children Play Well Together ripropongono intatte le suggestioni nippo-infantili del duo tedesco, mentre Mammals vs Reptiles e Paul's Birthday seguono percorsi già bazzicati in Loop-Finding-Jazz-Records (Scape, 2000) e soprattutto in Dialogue (Four Tet, Output 1999).
Eppure, in questo fagocitare suggestioni altrui rischiaffandole in cuffia all’ascoltatore, l’esordio del musicista canadese non risulta parco di momenti degni d'interesse
Manitoba certamente sembra più intento a suggestionarsi con estetiche di cui è il primo estasiato fruitore (le leziose Brandon, Scedules & Fares), tuttavia scampoli di una sensibilità che prenderà giustamente l’appellativo di “gentile” trovano una loro giusta collocazione nel minimalismo in salsa Boards Of Canada di Lemon Yoghourt, nel buon mixing di bordoni dub, impressionismi, acquerelli (persino samba) di James' Second Haircut, e certamente nel già citato caramello jazz di Mammals vs Reptiles e Paul's Birthday (una spanna sotto Jelinek, nondimeno le migliori tracce del lotto). (6.0/10)

Messe via le barbaglie IDM-troniche del precedente Start Breaking My Heart, Manitoba esce prepotentemente dagli steccati dell'IDM con Up In Flames, un lavoro dalla caratura completamente differente che appone una firma significativa nel panorama che molti oggi definiscono folktronico.
Convocati due batteristi e riservandosi il ruolo di direttore d'orchestra (al laptop), il musicista svela un giardino delle meraviglie annullando ogni scarto temporale tra Brian Wilson, Beatles, Spacemen 3, Beta Band, Mercury Rev e Flaming Lips.
La trama – va da sé - è densa e complessa. Tanta la glassa psichedelica messa in gioco, di oggi come di ieri (quella placida e estatica di certi sessanta ma anche quella confusa ma in fondo compiaciuta dei fine ottanta). Il pop gelatinoso e sognante dei Dead acustici e quello recente, recentissimo dei Notwist in odor di squadrette kraute, più quel tantino di free-jazz che insidia e stimola l’ascolto senza appesantire: in sostanza uno streaming elettroacutsico ambrato e dolciastro che avvolge senza farsi mancare momenti caotici, vorticosi e tracotanti.
Per descrivere Up In Flames, si potrebbe parlare, più che di pratica post-moderna o di una parata lisergica, di realtà virtuale non lontana dall'esperienza mirabolante e avventurosa dei videogame 3D (Tomb Raider e Doom… naturalmente nella verisone NO-Monster!). Anche in questo senso, l'album rappresenta la porta d'accesso a un mondo pulsante e disinvolto, uno spazio-tempo fruibile che non è la realtà, eppur la sintetizza e la sublima in un turbine di campanellini-glockenspiel, sax molto free, flauti carezzevoli, organetti giocherelloni, microring di effetti sintetici, riverberi chitarristici, possenti sezioni ritmiche accompagnate da violoncelli, tablas, spazzole, ottoni, sitar, breakbeat.
Il motto sembra chi più ne ha più ne metta. E’ chiaro fin dall’iniziale I’ve Lived On A Dirt Road All My Life, cinerama di frizzi, lazzi, campionamenti e canto ciclonico a rammentarci certi quadretti hip hop dei primi Beta Band che si fanno anche più scoperti nel rigurgito sixties di Kid You’ll Move, con voci effettate di chiara impronta My Bloody Valentine ai quali rimandano anche i plateau digitali innalzati dall’amniotica Jacknuggeted e dell’abbacinante Bijoux.
Più avanti la bussola punta decisa tra nebbie radioattive Spaceman 3 coniugati Underworld (la trascinante Hendrix With Ko, l’acida Twins), lambendo la dolciastra mestizia dei Notwist col breve drone elettroacustico di Crayon, il glockenspiel a condurre una danza che appassendo si fa asprigna e madreperlacea come degli Stone Roses persi tra nebbie Clientele.
E non è certo il caso di scordare le due pseudo covers Skunks e Every Time She Turns 'Round It's Her Birthday: la prima cala la beatlesiana Dear Prudence in un marasma di ranocchi, battiti sincopati da soundsystem, folate tastieristiche, e sax impazziti, intanto che la seconda - orgia di miraggi, tornio ritmico e frullatore di campioni sonici - gioca a rimpiattino con Chasing a Bee dei Rev.
Troppo riduttivo (perché tracotante e cibernetico) catalogarlo come una mera riproposizione di umori sixties, difficile da dirsi psichedelico in quanto gentile e geometrico, Up in Flames si giova della spontaneità dell'atto creativo senza farsi mancare la struttura e il calibro dei lavori metodici. Un difetto? Probabilmente una strisciante impersonalità, figlia di un certo massimalismo abbagliante ma ingannevole; un aspetto con il quale farà i conti la prova successiva (7.5/10)

Se in Up In Flames mestiere e ispirazione procedevano spalla a spalla, riuscendo più spesso a completarsi (ed esaltarsi) piuttosto che confliggere, con The Milk of Human Kindness Manitoba, (ora Caribou) ha fatto tesoro di un metodo, rincorre e rifugge tanto le amate suggestioni estetiche quanto le nascenti (e timide) esigenze emotive .
Per la prima volta, senza rinunciare alle aperture ritmiche e alla psichedelia gentile che lo hanno reso famoso, Dan canta, o meglio intona qualche suadente ritornello calandosi decorosamente negli amati sixities, interrogandosi su vie d'espressione innovative e meno tracotanti.
Nuovi spunti, asciutti e aerei sembrano venire, seppur con un certo ossequio, dalla scuola dei Neu!, dei CAN e - varcando l’Atlantico - pure dai Silver Apples, il gruppo adorato da Alan Vega (per i primi si ascolti A Final Warning e Barnouwl, per i secondi Bees e Brahminy Kite); mentre da altre parti sbucano piccoli sketch dai motivi rinascimentali e basi breakbeat (Lord Leopard e Palican Narrows – quest’ultima con la zampa dei Beta Band), nonché piccoli raid improvvisativi per percussioni, cori tibetani e folate radioattive (Hands First).
La polpa c’è, ma pare sfuggire senza sosta a un ascolto sistematicamente e volutamente sviato. La firma del musicista è ben riconoscibile, emerge chiarissima rispetto all'esordio, ma è d’altro canto innegabile il costante incappo nella maniera. A perderci risulta fatalmente l’autentica comunicazione emotiva, trasmissione del sé che si riduce a nostalgico screenshot cinematografico fuori fuoco.
Viene spontaneo chiedersi se questa “kindness” e una certa impersonalità andranno sempre a braccetto nelle composizioni di Caribou; se il gioco rimarrà perennemente intrappolato dentro queste regole. Potremmo in tal senso considerare il singolo Yeti (il più vicino agli arrangiamenti di Up In Flames) come il testimone di uno scollamento tra espressività energica ma terrena e un'urgenza più spirituale, evidentemente cercata ma non ancora sufficientemente matura.
In questo scenario eccitante ma friabile, tracce come la strumentale Subotnik - lento da balera con tanto di chitarrino esotico in stile orchestrina anni '50 - o l’improvvisata Hands First fanno balenare fughe o rimandi verso una fiducia canora che verrà. D’altronde, episodi come Hello Hammerheads (filigrana floydiana calata nell'indimenticabile Ibiza del film More) e Barnowl (suggestiva immagine in movimento per crescendo aerecontrollato à la CAN di Future Days) sono convincenti testimonial della bontà di questa via che esteticamente è già oggi più che degna.
The Milk of Human Kindness, in definitiva, lascia un tantino perplessi e, a fronte di un nuovo nome imposto più che voluto (Dick Manitoba dei Dictators ne ha rivendicato la paternità minacciando avvocati e processi…), è piuttosto naturale pensare a un album di transizione e sperare che il successivo sciolga ogni dubbio. (6.3/10)

Avevamo lasciato Caribou con The Milk Of Human Kindness un paio d’anni fa, un album nel quale convivevano i caleidoscopi psichedelici del precedente e amato Up In Flames con alcuni timidi tentativi al canto e un ascensore per il paradiso. Lo avevamo definito il classico lavoro di transizione, meno elettronico e più suonato, dalla maggiore apertura alla canzone sixties folk e una restrizione del virtuosismo laptop che lo aveva reso famoso. Da geniale pasticcione in sovradosaggio di layer (loop, suoni rotondi e a volte ricolmi fino all’orlo), Dan stava mutando in un lisergico menestrello wilsoniano e perciò non sorprende ascoltarlo oggi cantautore fiabesco.
Con i dovuti distinguo, l’attitudine rimane sempre e comunque elettronica, farcita di CAN e Silver Apples: come dire, l’attenzione è ancora eminentemente rivolta al mood (e all’escrescenza del pop) e meno alle strofe. Del resto, a riprova delle buone intenzioni, in Andorra le tracce cantate sono praticamente tutte e se Caribou non è diventato propriamente un songwriter, è in grado d’esprimere il sognatore che è in lui in modo discretamente ammaliante. She's The One, cantata e suonata con l’aiuto dell’amico Jeremy Greenspan (Junior Boys) ne è un esempio curioso, anche se forse è Eli il migliore dei traguardi ottenuti. Qui convivono i loop in reverse della miglior psichedelia, le voci bianche dei Beach Boys e soprattutto un bell’esempio di nugget ’67 sulla strada di Of Montreal e Brian Jonestown Massacre (le migliori penne pop-psych di questi ultimi anni). Altrove a catturare maggiormente è la componente arrangiativa, sempre accattivante nel sovrapporre pattern ritmici piuttosto serrati (e minimal) a un luna park di caramelle psych (flauti, glockspiel, chitarrine byrdsiane, ecc.). Lo stesso singolo Melody Day piace per questo, idem per le squadrette kraute di Sundialing (dove il canto è soltanto come comanda lo shoegaze).
L’accresciuto afflato live è un altro buon punto per Caribou, eppure l’unica novità vera è Niobe nella quale l’interesse psych vira electro-techno (leggi Apparat) con risultati interessanti (per il futuro). Ok, è un’ulteriore transizione, oppure la conferma che Caribou non è il genio Manitoba, semplicemente un bravo arrangiatore e in futuro - chissà - un bravo songwriter. Ci crediamo. Intanto… (6.7/10)