Si fanno nomi grossi: Fennesz, Basinski, ma anche Helios e Kim Hiorthøy. Il sound è una miscela instabile ma ricca d’inventiva. Le maree sono digitali e le arie folktroniche. C’è l’elettronica intellettuale e l’infantilismo nipponico. In una breve ma intensa carriera, Machinefabriek sembra raccogliere grandi consensi. The Wire compreso.

Al contrario di quello che si è letto in giro ultimamente, Rutger Zuyderveldt, non è tedesco, bensì un oriundo ragazzone di Arnhem (non Harlem), la cittadina del centro famosa per l’episodio bellico della seconda Guerra Mondiale. Olandessissimo quindi, ma non proprio tutto tulipani e mucche chiazzate.
Machinefabriek è, da qualche tempo a questa parte, il grande contenitore della sua ars elettronica, una ragione sociale che tra il 2004 e l’inizio del 2006, ha sfornato una trentina circa di cdr in formato eppì. La svolta è cosa recente: Zuyderveldt pubblica nel maggio 2006 il primo full lenght per la Lampse, una neonata etichetta di Manchester intenta nel promulgare diverse avanguardie attorno al globo. È Marijn (Lampse, maggio 2006), un album che in breve riceve svariate critiche, molte positive e non è poco: l’autorevole “The Wire”, per dire, lo paragona a nomi grossi come Basinski e Fennesz, mentre sul web colpiscono le decine d’accostamenti per spiegarne la matrice sonora.
I bloggers si spartiscono la torta tra minimalismo, post-rock, industrial e persino 4AD, ma probabilmente ciò che affascina dell’olandese è la capacità d’inserirsi in molti di questi linguaggi con mani di velluto e visione spacey. In altre parole quel saper manipolare maree digitali (Basinski), sinfonismi arcani (Murcof) ed escrescenze industriali (Fennesz, Raster Norton…); il riuscire a fluidificare sapienze diverse in un territorio che, tra poco, vedrà i festeggiamenti del decimo anniversario di Hotel Paral.lel,il debutto di Fennesz.

Ed è proprio nelle ispide geografie di Somerset che il viennese viene in mente, certo, lui come certe note declinazioni del post-rock via Constellation. Caratteristiche che rilevano un mix di riflessione e abbandono, note brume che s’innestano perfettamente nei sordi elettronici. Aspetti che si notano dunque in Wolkenkrabber - tra Basinski e la folktronica - e che piacciono soprattutto in Kreukeltape, una grande pièce tra scrosci di gocce e pulviscoli che sfocia in territori Satie tanto da fare invidia a Goldmund/Helios.
Di fatto, in Machinefabriek c’è tanto del pianismo dell’autore della gymnopedie, come non manca nemmeno l’attitudine cosmica dei Tangerine Dream, due linguaggi che-– la storia recente conferma - si intersecano alla perfezione.
Marijn culmina in bellezza nei 18 minuti finali del trip Lawine (7.1/10) ma, non è sufficiente il tempo per digerirlo, e quasi in contemporanea esce un Lenteliedjes (7’’, Type / Wide, giugno 2006), sette pollici per una nuova etichetta, la rampante Type Records. La cosa non stupisce affatto: in un episodio come J’Espere Ca (sempre nel debutto) Rutger mostra i tipici tratti psichedelici, folk e noise della pittura digitale di casa Xela, idiomi noti anche oltreoceano (The Books), che acquistano nel suo sguardo noti calori islandesi (sebbene sotto il rigore fennesziano).

Tanta bontà non deve essere sfuggita all’etichetta di Sanso-Xtro, Goldmund e Midaircondo. E Machinefrabriek restituisce la stima con una folktronica di stampo nipponico per minuti bonsai sonori. In Er Op Uit l’erba odora di A Hack And A Hacksaw, in Meinerswijk troviamo candide marzialità (roba per il regista Wong Kar Wai). L’unica incursione poptronica sembra essere quella di Fietsen Langs De Dijk (per vie Helios, Album Leaf), ma il cuore del lavoro risiede nella ricerca dei ricordi d’infanzia, nello spogliare il mondo con innocenza, costeggiando insomma il tratto che da sempre ci piace di un altro personaggio elettronico, Kim Hiorthøy.
Al norvegese viene da pensare ascoltando la purezza di Dansen Met Groene Groenten (…una donna olandese recita una serie di ortaggi a lei sgraditi come se lo stesse insegnando a una classe di bambini), o meglio, ricorda un brano di Yuichiro Fujimoto, il giapponese che proprio Hiorthøy ha portato a incidere in studio per la Smalltown Supersound. (6.7/10)
L’antipasto di un qualcosa che verrà, dunque. Incuriositi, non ci resta che esplorare all’indietro l’immensa quantità di cdr del nostro oppure attenderlo in futuro. Chissà che qualcuno non lo chiami in Italia in qualche piccolo Club…

Se mi chiedessero quali sono i musicisti elettroacustici più interessanti di questi ultimi anni direi Keith Fullerton Whitman e William Basinski, ma aggiungerei sicuramente Fabio Orsi e l’olandese Machinefabriek. Di quest’ultimo parliamo e Weleer non è altro che un personale Selected Ambient Works, una manciata di brani già editi nei mitici trenta Cdr da tre pollici qui selezionati per oltre due ore di registrato. In attesa di un seguito dell’eppì Lenteliedjes pubblicato su Type (e dell’album Marijn licenziato dalla Lampse), ecco servite alcune meditazioni in riva al Reno per armonica a bocca trattata (Oi Polloi), una soundtrack doom dai languori electro-jazzy (Uiterwaarde), i glitch e i suoni delle navi (Chinese Unpopular Song), stratificazioni fennesziane (Hieperdepiep), balletti morse per giochi stereofonici (Stotterpiano), droni in cattedrale (Wintervacht), quotidiani field recordings (Schrijven, che vuol dire “scrivere” in olandese), overture minimaliste in “break” (Donderwolk) e pianismi debussiani (Kale Bomen Langs De Weg). È l’universo di Rutger Zuydervelt pre-debutto cd, un cosmo fatto di circuiti, spazio e suoni suonati o concreti. È la macchina umanissima Machinefabriek, che indaga subconscio e sapore di una terra, l’Olanda, quella delle campagne e del Porto. L’Olanda lontana dai centri cittadini. Probabilmente quella del Nord, dove si vede meglio il cielo. In questo sta la magia dei venti minuti di Lief (tradotto “dolce”), un drone lungo lungo grattato da sfrigolii e clangori ruvidi. Magia che il ragazzo trasforma in loop noiseggianti sul finale, racchiudendola in una traccia folktronica, cosmica e ambient, ovvero le tre specialità dell’olandese. Acquisto fondamentale per chi ha saggiato le potenzialità del musicista, nonché un buon motivo per iniziare a frequentarlo, appassionati di elettronica e non. (7.2/10)

Confesso di essermi inizialmente avvicinato a questo disco per il verso sbagliato. Molte cose non hanno aiutato. Innanzitutto, il fatto che fosse l’ennesima uscita di Machinefabriek quest’anno; sapere poi che all’origine dei due lunghi brani ci fosse una commissione per un’installazione presso una galleria di arte moderna e dulcis in fundo il caldo torrido di questi giorni, che non aiuta certo a calarti in questo tipo di produzioni. Ho poi riascoltato questi due lunghi brani nelle condizioni minime richieste dal genere, quindi con uno stereo di qualità, volume al massimo, palpebre calate, concentrazione zen sui suoni. E’ così che ho trovato la chiave per entrare nell’ennesima magia elettroacustica firmata da Machinefabriek, che questa volta si presenta in coppia con Aaron Martin. Cello Recycling parte da un’improvvisazione al violoncello di quest’ultimo. Machinefabriek la fa letteralmente evaporare nel suono. Imbastisce una scenografia aerea, con il supporto sapiente di glitch e riverberi. Con il passare dei minuti va poi ad impattare con il melodismo solenne di certi Stars Of The Lid. Da par suo, Aaron Martin per il secondo frammento prende Cello Recycling e la modifica ulteriormente immergendola in una pioggia di concretismi acquatici, una scenografia sonora più profonda in senso spaziale, e con un resa maggiormente assimilabile a certa dark ambient di marca Soleilmoon. Musica difficile che richiede il massimo dell’attenzione per essere apprezzata in pieno, ma per le sinapsi cerebrali è meglio di una cura al fosforo. (7.0/10)