Nel gioco dell’art-wave-pop made in UK, la parte che hanno scelto di recitare le Long Blondes da Sheffield è quella di consapevolissime next big thing. Con un paio d’assi nella manica.

Si è parlato di Franz Ferdinand, Art Brut, Young Knives. Ovvero quando l’art school irrompe - ancora una volta - nel pop inglese. Attualmente però è difficile trovare in UK qualcuno che sia più arty delle esordienti Long Blondes da Sheffield. Se pensate però che fama, gloria e successo siano lontani dai loro pensieri, vi sbagliate di grosso.
Accantonati gli esordi ultra indie contrassegnati un paio d’anni fa da alcuni singoli cult per Angular Recordings e la Good and Evil di Paul Epworth (Bloc Party), Kate Jackson e i suoi (il chitarrista Dorian Cox, la bassista Reenie Hollis, la tastierista Emma Chaplin e il batterista Screech) mostrano anzi di conoscere bene le regole del gioco, e la parte che hanno scelto di recitare è proprio quella di consapevolissime next big thing. Ci riescono piuttosto bene, grazie anche a un paio d’assi nella manica, come dimostra il debutto Someone To Drive You Home.
Quando la raggiungiamo al telefono in una mattina di settembre, Kate Jackson è ancora visibilmente eccitata dalla serata precedente (la prima Rough Trade Night a Roma, insieme a 1990s e The Veils), a detta sua un successone. L’entusiasmo che trapela dalla sua voce è tangibile e sincero, così come la prontezza e sicurezza nelle sue risposte. Non stupitevi dunque se quanto segue sembra uscito dritto dalle pagine di NME…
Nel 2003 io e Dorian – il chitarrista, ndr - facevamo i deejay a Sheffield. Era tutto tremendamente noioso in quella scena, così abbiamo pensato di mettere su una band. Non c’erano gruppi con donne, nessuno che fosse influenzato da Pulp, Suede, Roxy Music. Tranne gli Yeah Yeah Yeahs, forse. Inoltre, nessuno di noi sapeva realmente suonare all’inizio. Abbiamo scelto i membri e il ruolo che avrebbero avuto in base al loro aspetto, Screech è stato scelto come batterista per via dei suoi capelli, Reenie perché aveva l’aspetto di una bassista, e così via. Abbiamo cominciato a provare e abbiamo fatto il primo concerto la sera stessa della prima prova. Le cose sono andate sempre più veloci da allora in poi. Il supporto di chi ci stava intorno, a partire dalle piccole label, ha fatto il resto. Siamo stati davvero fortunati!
In verità sono stati loro a contattarci! E’ successo all’inizio di quest’anno. Avevamo ricevuto il Philip Hall Radar Award da NME, che solitamente viene dato a chi mostra il potenziale per diventare una grande band. Non potevamo crederci, perché era proprio la label dei nostri sogni ad averci contattato...
Sì, credo di capire cosa vuoi dire. E’ stata un’evoluzione,; prima non avevamo nessuna esperienza, adesso questa è la nostra principale occupazione. Continuare ad essere una sorta di lo-fi band quasi incapace di suonare, come agli inizi, non si sposava con le nostre ambizioni di diventare un gruppo pop da classifica (ride, ndr.).
Assolutamente! Volevamo un suono più poppy. Arrivati alla Rough Trade ci chiesero a quale produttore ci sarebbe piaciuto rivolgerci. Abbiamo subito pensato a Jarvis Cocker, ma sfortunatamente era già impegnato a fare il suo disco solista e non aveva grandi esperienze come produttore. Così ci siamo rivolti al suo collega nei Pulp Steve Mackey (anche per mantenerci dalle parti di Sheffield), e si è rivelata un’ottima scelta, perché aveva già lavorato al disco di M.I.A. che era piuttosto sperimentale e pop al tempo stesso, proprio come noi volevamo. Il giusto crossover tra underground e mainstream, insomma. Steve è riuscito a mantenere il nostro carattere originario, valorizzando le nuove composizioni. Abbiamo anche ri-registrato del vecchio materiale, come Giddy Stratospheres, Once And Never Again, Lust In The Movies e Separated By Motorways in chiave più rock.
Ma noi vogliamo essere parte della storia del pop! (ride, ndr.). Ogni generazione ha avuto le sue influenze, e i gruppi che hai citato sono le influenze più cool del momento, quelle a cui oggi guardano tutti. Tutto qui. Beh, e ovviamente amiamo queste band…
Per quelle abbiamo lavorato con il dj Erol Alkan, che era alla sua prima esperienza di produzione; probabilmente suonano diverse rispetto al disco perché l’approccio è stato diverso. Le b side ti danno molta più libertà di sperimentare, è sempre stato così. Molte delle nostre band preferite hanno fatto b side incredibilmente interessanti, e adesso abbiamo capito il perché!
I testi sono fondamentali. Non esiste una buona canzone pop senza un buon testo. E’ anche interessante lavorare su più livelli. Prendi Girlfriend In A Coma degli Smiths: la musica ha un andamento allegro, ma le liriche sono tristi e angoscianti. Mi è piaciuto lavorare su contrasti del genere, è una cosa che funziona sempre.
Già, non c’è mai stata una vera scena locale. Se prendi alcune band di Sheffield del passato, si tratta quasi sempre di band fuori dalla norma. Questo perché, come in ogni città di provincia, per chi ci vive la musica diventa una via di uscita dalla quotidianità. E’ solo adesso che la gente sta parlando di una scena musicale a Sheffield. Ci sono un sacco di band giovani, ma sono molto meno sperimentali rispetto a band del passato come Pulp, Cabaret Voltaire o ABC o The Human League.
Non proprio, ormai non passiamo più tanto tempo da quelle parti… Abbiamo amici in altri posti, come Glasgow (Franz Ferdinand, 1990s, che sono tra i miei preferiti) o Leeds…
E’ successo due settimane fa, alla Biennale di Architettura! Sheffield è stata gemellata a Venezia (ride imbarazzata, ndr)… In ogni caso, Sheffield è una città con un’architettura particolare, molto spigolosa, con edifici dai profili insoliti. Non è un caso che molta musica elettronica sia venuta da lì. Noi siamo stati scelti perché la nostra musica, in qualche modo, rappresenta anche questo. E’ interessante notare come le band possano essere influenzate dall’architettura della città in cui vivono.
La verità è che non abbiamo avuto molta scelta (ride, ndr.)! E’ molto bello e divertente per noi, abbiamo approfittato del fatto che NME ci abbia preso sotto la sua ala protettiva, ma siamo comunque consapevoli che non è una cosa che puoi prendere troppo seriamente…
Certo. E’ una sorta di questione di sopravvivenza. Quando hai vissuto ai margini è inevitabile che, se vuoi prevalere, devi tirare fuori il carattere. D’altro canto a Londra ci sono sempre un sacco di band che vanno e vengono, è decisamente diverso… ma generalizzare non è corretto. In ogni caso, noi siamo decisamente hardcore (ride, ndr)!

Arriva finalmente il momento del debutto sulla lunga distanza per questo quintetto da Sheffield, che da un paio d’anni, grazie a qualche singolo art-wave azzeccato rilasciato da oscure label indie (Giddy Stratospheres, Separated By Motorways), aveva fatto drizzare le antenne nell’ambiente brit che conta. Alla fine è stata la Rough Trade ad accaparrarsi The Long Blondes, secondo un copione annunciato che li aveva visti per tutto il 2005 “best unsigned band” e futuri cocchi di NME e affini. Da questa storia, sentita e strasentita, ci si aspetta il solito disco ultra-hype di new-new-new wave (le generazioni ormai non si contano più…), e per certi versi è proprio così.
A dirla tutta, questi ragazzi provenienti dalla stessa cittadina inglese che ha dato i natali a The Human League, ABC e - soprattutto - Pulp qualche carta in più da giocare ce l’hanno. Non soltanto l’orecchiabilità della maggior parte dei brani di Someone To Drive You Home, una fucina di singoli come era l’esordio dei Franz Ferdinand (con cui condividono la stessa fascinazione per gli Orange Juice), ma anche la personalità e il carisma della frontwoman Kate Jackson, un po’ Debbie Harry, un po’ Siouxsie / Karen O, un po’ una Morrissey / Jarvis Cocker in gonnella (occhio ai testi, dunque).
Aggiungiamo ambizioni avant-wave à la Gang Of Four / Pop Group e la produzione di Steve Mackey dei Pulp, e così ci spieghiamo perché non solo questi brani divertono come dovrebbero, ma reggono i paragoni con contemporanei rispettati come Futureheads e già citati Franz Ferdinand (Heaven Help The New Girl, sorta di nuova Take Me Out) fosse anche soltanto per quell’attitudine art-punk à la Slits sposata a Smiths e Libertines (su tutte le quasi demenziali Separated By Motorways, Once And Never Again), con quel pizzico di provincia brit che fa tanto His n’Hers (You Could Have Both, Weekend Without Make Up). Just for fun, è chiaro, ma con più spessore di quanto si creda. (6.7/10)

Tocca ammetterlo: da parte nostra non c’erano chissà quali aspettative per l’album n°2 delle Long Blondes. Più che per malafede, per statistica: salvo eccezioni, il sophomore record cade spesso come una mannaia sul collo delle malcapitate band fino a poco prima incensate. Più che altro, quella formula colta e ruffiana assieme di wave-pop da cameretta, sorta di ibrido Pulp-Smiths-Siouxsie (con una vocazione da star del pop alla Abba, a sentir loro), sembrava tanto compiuta in sé da ammettere soltanto la ripetizione. Se però c’è una cosa di cui ci eravamo accorti un anno e mezzo fa con Someone To Drive You Home, è che le ragazze - e i due ragazzi - di Sheffield erano dotate, soprattutto, di personalità. Ed è proprio questo che fa del loro secondo disco esattamente ciò che ogni secondo disco dovrebbe essere, ovvero un decisivo e significativo balzo in avanti. Couples (un quasi-concept, che gioca ancora una volta con certe angosce suburbane) è un album-statement, che sa dispensare sorprese e piaceri inaspettati.
La presenza in studio del dj e remixer Erol Alkan (il futuro producer più ricercato d’Albione? Si accettano scommesse) deve aver certo giocato un ruolo decisivo in questa semimetamorfosi disco-pop; i synth accattivanti mescolati i falsetti ammiccanti di una Kate Jackson sempre più gattosa e sexy - Century, Too Clever By Half, Guilt - sono il coronamento di un sogno metapop à la Paul Morley, una Kylie Minogue che fronteggia i Banshees, o una Gwen Stefani che si struscia su Alan Vega e Martin Rev.
Aggiungiamo a questa zampata di stile – che da sola terrebbe in piedi non solo tutto il disco, ma un’intera carriera – una crescita esponenziale nella costruzione dei pezzi e negli arrangiamenti, con quelle liriche da Morrissey/Jarvis Cocker in gonnella ancor più ficcanti affidate a soluzioni sonore più varie (The Couples, in tal senso, è un capolavoro; ma anche l’algida e robotica Nostalgia). Poi, a conferma di una maggiore sicurezza - sfrontatezza? -, mettiamoci pure che Round The Hairpin dà finalmente sfogo a quella vena sperimentale già visionata in alcune vecchie b-side (putacaso, prodotte proprio da Alkan), mentre altrove si recupera una certa ruvidezza pop wave, revivalista e postmoderna, ma sempre con gusto, intelligenza e - ecco che ritorna la parola chiave - personalità. Insomma, abbiamo l’impressione che questa sia una delle rare band in giro che sa davvero mantenere ciò che promette. (7.4/10)