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The Libertines / Babyshambles

di AA.VV.
Se nel panorama odierno c’è una band balzata agli onori della cronaca più per dissidi interni che per il verbo musicale da essa divulgato, è senz’altro quella di Carl Barat e Pete Doherty. Parliamo dei Libertines, ovvero di come i vecchi cliché del rock’n’roll lifestyle sono, oggi più che mai, duri a morire.
Foto: The Fainth

London’s (still) burning

di 2004 Antonio Puglia

La storia recente dei Libertines ricorda più la biografia non autorizzata di un travagliato gruppo rock dei ’70 che l’avventura di uno dei tanti gruppuscoli odierni, magari contenti soltanto di salire sul carro del rock and roll revival e di guadagnare la copertina del magazine di turno. Le peripezie del membro fondatore Pete Doherty, tra vicende giudiziarie, ricoveri in cliniche disintossicanti, improvvisi abbandoni ed infingardi colpi di coda (il progetto alternativo/antagonista Babyshambles) sembrano riportarci ai bei tempi in cui un musicista, se non sfasciava le camere d’albergo e non finiva sotto arresto ogni due settimane, non poteva essere considerato una rockstar degna di quel titolo.
Eppure i Libertines sono stati (anche) altro. Alla luce del palliduccio ritorno di questi giorni, sembrano lontani i tempi di Up the Bracket, in cui i ragazzi londinesi mostravano di essere la vera alternativa al monopolio targato Strokes rivelandosi capaci di saper coniugare lo stesso verbo di Casablancas & co. in idioma britannico, alla maniera di Kinks e Clash per intenderci. Un gruppo dalla scrittura sicura e dall’identità ben precisa, per quanto palesemente derivativo; un po’ come i - mai abbastanza – celebrati Jam di Paul Weller, con la differenza di non poter far affidamento su dinamiche di gruppo tanto stabili nel tempo da lasciare segni più tangibili di un esordio promettente. Almeno finora…
Le ultime vicende legate ai Nostri - probabile conseguenza dello hype spasmodico che si crea sistematicamente intorno ad ogni next big thing – mostrano quanto una certa estetica rock, basata sulla trasgressione ad ogni costo e sull’autodistruzione, sia non solo dura a morire ma si sia perfino adattata ai nostri tempi. Fenomeni come l’ascesa e la (apparente) caduta dei Libertines si spiegano facilmente, specialmente quando – come in U.K. - c’è tutto un sistema mediatico che appoggia ed incoraggia implicitamente certi comportamenti, considerati ancora scandalosi dall’etica vigente, ma accettati da chi conosce le regole del gioco. E così stili di vita che trenta anni fa erano rottura, adesso sono norma; in virtù di questo, fanno e faranno discutere sempre di più rispetto alla musica in sé.
Proprio quello che è capitato ai Libertines, che in fondo sono solo quattro ragazzi che, fedeli alla lezione dei loro maestri Strummer e Jones, ci hanno ricordato che London’s (still) burning.

  • Vertigo
  • Death on the Stairs
  • Horrorshow
  • Time for Heroes
  • Boys in the Band
  • Radio America
  • Up the Bracket
  • Tell the King
  • The Boy Looked at Johnny
  • Begging
  • The Good Old Days
  • I Get Along

Up the bracket (Rough Trade, 2002)

di 2004 Antonio Puglia

1996, Bethnal Green, East End londinese, due giovanissimi squatter, i chitarristi Carl Barat e Pete Doherty, decidono di unire le forze per scrivere assieme delle canzoni. 2001, assestata la line-up con l’arrivo di John Hassal e Gary Powell, la band è al completo. Un demo spedito alla leggendaria Rough Trade e di lì a poco un contratto coi fiocchi. La prima uscita, il singolo What A Waster (prodotto da Bernard Butler), li mette in luce agli occhi della stampa specializzata. Molti occhi sono puntati sulla giovane band certi di aver individuato nei quattro la risposta britannica agli Strokes. E in effetti i Libertines consolidano la crescente reputazione facendo da supporter proprio al gruppo newyorkese; in aggiunta, trovano un padrino di eccezione addirittura nell’ex Clash Mick Jones, che scorge subito il potenziale iconoclasta dei ragazzi e si offre come produttore del loro disco d’esordio.
Sullo scorcio del 2002 esce così l’acclamato Up the bracket, che consacra i Libertines come l’ennesima next big thing. Aldilà dell’inevitabile clamore mediatico che accompagna uscite del genere, questo album mostra come i londinesi, servendosi del canovaccio offerto dall’inflazionato suono new-garage di inizio millenno, abbiano saputo trovare un linguaggio personale attingendo dalla tradizione musicale britannica. In una successione quasi didascalica, melodie in odore di Beatles si innestano nelle maglie di inevitabili boogie di marca Stooges (Vertigo, Death on the Stairs), sentori wave-pop di scuola Smiths e primissimi Cure collidono con lo sferragliare metallico delle chitarre elettriche (Horrorshow, Time for Heroes), la lezione dei Kinks – talvolta filtrata da quella dei Jam – viene efficacemente ripresa in azzeccate filastrocche elettro-acustiche (l’hit single Boys in the Band, Tell the King, Radio America); a caratterizzare il tutto, l’attitudine punk’n’roll dei Clash (più che evidente nella title track, in The Boy Looked at Johnny e I Get Along), che informa di sé anche le rallentate e “pop” Begging e The Good Old Days Rock.
La riuscita unione tra sensibilità melodica britannica e furore di esecuzione rende Up the Bracket un disco equilibrato, scorrevole e coerente nel suo svolgimento. Difficile immaginare per i Libertines un debutto migliore. (6.8/10)

Copertina: The Libertines (Universal, 2004)
  • Can't Stand Me Now
  • Last Post On The Bugle
  • Don't Be Shy
  • The Man Who Would Be King
  • Music When The Lights Go Out
  • Narcissist
  • The Ha Ha Wall
  • Arbeit Macht Frei
  • Campaign Of Hate
  • What Katie Did
  • Tomblands
  • The Saga
  • Road To Ruin
  • What Became Of The Likely Lads

The Libertines (Universal, 2004)

di 2004 Edoardo Bridda

Divenuti lo zimbello di quella stessa stampa che li aveva tanto esaltati nel 2002, i Libertines riescono a dare alle stampe l'atteso sequel del fortunato debutto Up The Bracket soltanto oggi, dopo due anni di innumerevoli traversie. The Libertines, seconda prova dal titolo omonimo che dovrebbe calcare l'accento sulla rinascita del gruppo dopo l'estromissione di Doherty per i consueti problemi di droga (si veda pertanto l'eloquente copertina che specula proprio su questo aspetto) e l’ingresso nella major Universal, è tuttavia un album che mette in luce le difficoltà della band nel trovare una direzione, o comunque nel sintetizzare le buone intuizioni punk'n'roll in cui l'ex Clash Mick Jones aveva tanto creduto.
Pur rimanendo sul filo di una certa godibilità (frutto senz'altro di mani sapienti in cabina di regia), in sostanza manca sicurezza nella scrittura, altalenante specie se confrontata a quella dell'esordio; pertanto brani sbilenchi ed ironici come Don't be shy, sberleffo Stones di fine settanta, l'attacco Cramps di Arbeit Macht Frei, il glam nervoso di Campaign Of Hate e il punk-blues di The Saga ricordano più l'ennesima garage band di turno col pilota automatico inserito che i Libertines di un tempo. Migliori, ma neppure di molto, gli emul-Doors di Road To Ruin, il doo-wop di What Katie e - perché no - la traccia à la Kinks Narcisst, anche se a salvare realmente il galeone dal naufragio ci pensano brani melodici come What Became Of The Likely Lads, The Ha Ha Wall (che non avrebbero sfigurato sull'esordio), The Man Who Would Be King e Last Post On The Bugle; forse infine il migliore episodio è proprio il singolo Can't Stand Me Now, in virtù soprattutto di astuti inserimenti rock'n'roll nella struttura portante del brano.
L'esibizione dal vivo del gruppo all'Indipendent Days Festival di Bologna lo scorso settembre non ha fatto altro che confermare le impressioni qui evidenziate: Carl Barat e soci faticano a carburare, complice anche la difficoltà ad inserirsi nell'amalgama del nuovo arrivato Anthony Rossomando. Sicuramente questo è un periodo di transizione per la band londinese, evidentemente ancora alla ricerca di nuovi equilibri e di una identità stabile. Di certo non va dimenticato, senza tanti giri di parole, che i Libertines non saranno mai i nuovi Clash, semmai una credibile risposta agli Strokes (che a loro volta non saranno mai i nuovi Velvet Underground o i nuovi Television); tolti i riferimenti sacrali e le sentenze premature su chi farà la storia e chi non la farà, le perplessità rimangono, ma la sufficienza è assicurata. (6.4/10)

  • La Belle Et La Bete
  • Fuck Forever
  • A'rebours
  • The 32nd Of December
  • Pipedown
  • Sticks & Stones
  • Killamangiro
  • 8 Dead Boys
  • In Love With A Feeling
  • Pentonville
  • What Katy Did Next
  • Albion
  • Back From The Dead
  • Loyalty Song
  • Up The Morning
  • Merry Go Round

Babyshambles - Down In Albion (Rough Trade / Self, 2005)

di Edoardo Bridda

Maledetti londinesi! Quelli che se li metti davanti alla telecamera per la prima volta già ballano e cantano come consumate star. Quelli che fanno disperare i parrucchieri che è quarant'anni che, come automi, eseguono lo stesso taglio. Quelli che anarchici oggi (e neo-psichedelici domani) si vendono al primo discografico per un tozzo di pane dopodomani. Quelli che chiamano i sanitari al singolare. Quelli che, in definitiva, working class e ignoranti come capre, dal campetto dietro casa te la menano e te la suonano masticando corde e suonando bacon, triturando pelli e percuotendo polli.

C'era un aspetto che rendeva i Libertines accattivanti e odiosi allo stesso tempo: la capacità di tradurre la lascivia del punk in storie di vita sconclusionate eppur abilmente giocate sul filo di una ubriacante e sonnolenta strada pop. Qualunquismi e ritornelli buttati là nel più ruffiano e trasandato dei modi, che convergevano verso uno stile che acciuffava per i capelli la sguattera dell'avanspettacolo per farla roteare in una confusione di sberle e carezze, di rattoppi di spilla e biasciar di caramella.

Pete Doherty, post-scaramucce con Barat, post-bacio gay con Elton John, post-sesso e droga con Kate Moss, riparte proprio da queste coordinate tracciando la strada dei Babyshambles verso il raccordo chiamato Exile On Main Street e incarnando così, anche musicalmente, il personaggio mediatico che s'è costruito negli ultimi mesi.

Da questi presupposti il menù viene da sé: fatto salvo un manipolo di brani maggiormente convenzionali strofa ritornello (8 Dead Boys su tutti), il resto sono canzoni abbozzate, bassi profili urbani (Back From The Dead), umori da post-sbronza, anthem senza eiaculazione (Fuck Forever), serenate Mersey Beat (What Katy Did Next), amati '50, fisarmoniche dylaniane (Loyalty Song) e (persino …ma non ci stupiamo per nulla) reggae chitarra/voce scritti in carcere (Pentonville). Con tutto ciò, tanto punk infilzato qua e la come un porcello allo spiedo e un inseguir canovacci mai scritti per chitarre, bassi e batterie.

In cabina di regia Mick Jones lavora in background e miracoleggia in superficie, lasciando che il ragazzone incarni il legno betulla della marionetta, scambiando sorrisi con l’ottimo chitarrista Patrick Walden e tendendo sempre i brandelli del giornale ben appiccicati. Il risultato? È elementare …piacevolmente qui e ora punk. (6.8/10)

  • Dead Wood
  • Doctors and dealers
  • Bang bang you're dead
  • Blood thirsty bastards
  • The gentry cove
  • Gin & milk
  • The enemy
  • If you love a woman
  • You fucking love it
  • Wondering
  • Last of the small town playboys
  • B.U.R.M.A.

Dirty Pretty Things – Waterloo To Anywhere (Universal, 8 maggio 2006)

di Fabrizio Zampighi

Non deve essere facile convivere con Pete Doherty. Uno che non sai mai dove stia con la testa, che un giorno tira fuori un disco come Up The Bracket e il giorno dopo ritrovi collassato o intrattabile, vittima dei consueti e ormai straconosciuti problemi di droga. Uno che con i suoi Libertines ha fatto intravedere per un attimo il futuro (roseo) del rock’n’roll per poi venir travolto dal rock’n’roll stesso e dai suoi eccessi.

Chi, come Carl Barât, quei Libertines li ha visti crescere e conquistare platee europee importanti, deve aver provato una sofferenza immane vedendo tutto il lavoro degli anni passati pregiudicato dalle dipendenze pericolose, come insopportabili devono essergli sembrati i continui ritardi nella pubblicazione dei dischi, le attese sfiancanti nella speranza di recuperare l’armonia perduta.

La soluzione poteva passare soltanto attraverso un progetto collaterale che consentisse al Nostro di pubblicare il materiale composto nei momenti di stasi obbligata. Così è stato, anche se il risultato non differisce di molto dall'estetica del gruppo madre, anzi ne riprende in toto i caratteri forrmali, quasi a volersi auto-eleggere a  possibile via di fuga nel caso di un eventuale naufragio dei Libertines.

Sia come sia, caratterizzati dal consueto punk-rock ultra inglese immediato, angolare e scanzonato, i brani di Waterloo To Anywhere convincono quanto quelli della premiata ditta. I difetti? Sempre i soliti: la mancata cura di alcune linee melodiche e, in generale, una smaccata faciloneria estetica. Ma ascoltatevi Dead Wood, Gin And Milk e Bang Bang You Are Dead, è pura catarsi di batteria e chitarra per jeans sdruciti e Converse. "Gimme Something To Die For!" (6.6/10)

  • The Blinding
  • Love You But You're Green
  • I Wish
  • Beg, Steal or Borrow
  • Sedative

Babyshambles –Blinding EP (Emi / Capitol, dicembre 2006)

di Antonio Puglia

Diavolo di un Pete! Riesce sempre a mettercela in quel posto, rispettosamente parlando. E non ci riferiamo certo alle nozze-fantasma thailandesi con la bella Kate di cui si parla in questi giorni (anche se, pure lì…), ma all’ultima mossa con cui i suoi Babyshambles chiudono l’anno. Già, perché nonostante i concerti disastrati e disastrosi e il gossip intorno al personaggio mediatico (beninteso: vi stia simpatico o antipatico, in fondo è la stessa cosa), le cinque canzoncine del Blinding EP si fanno ascoltare e riascoltare, nel puro rispetto di quella tradizione pop-rock – ormai possiamo chiamarla così, giusto? - che il junkie più amato d’Inghilterra ha consolidato nell’ultimo lustro.

Al solito, fa rabbia come tra una smorfia punk delle sue (Beg, Steal Or Borrow) e l’inevitabile reggaettino con tanto di accento di Kingston e pose Strummer (I Wish) ci si ritrovi per lo più davanti brani a dir poco gustosi, vedi la simil-barrettiana title track o la conclusiva Sedative (Morrissey a spasso coi primi Blur). E fa ancora più rabbia il dubbio – legittimo, visto che si tratta di soli diciassette minuti di musica registrati per rompere l’interim in attesa del secondo full lenght - che per Doherty in fondo questa sia nient’altro che ordinaria amministrazione. Maledetto, al solito. (6.9/10)

  • Carry On Up The Morning
  • Delivery
  • You Talk
  • Unbilotitled
  • Side Of The Road
  • Crumb Beggin Baghead
  • Unstookietitled
  • French Dog Blues
  • There She Goes
  • Baddies Boogie
  • Deft Left Hand

Babyshambles  -  Shotter's Nation (Capitol, 12 ottobre 2007)

di Edoardo Bridda

Il titolo non deve ingannare. Shotter’s Nation che tradotto dallo slang significa “la nazione degli spacciatori”, è il post Down In Albion. Non il capitolo successivo ma un nuovo libro. Un lavoro che si direbbe maturo, forma canzone dentro i ranghi, partiture anche complicate, rifforama e cambi tempo, pulizia formale.

Lasciatosi il claudicante debutto alle spalle assieme ai vecchi tessitori (Mick Jones dei Clash, il discreto Patrick Walden alla chitarra, andatosene nel 2005 per problemi di eroina…), un Pete ripulito intraprende un corso pop punk'n'roll dal restyling molto professional. C'è Stephen Street (Smiths, Blur e Kaiser Chiefs) dietro al desk e si sente, ma c'è un bel buco (e non sul braccio questa volta): Delivery, singolo apripista, tra primi Kinks a un ritornello normalizzato (più coda qualunquista), è modernariato perfetto per l'IPod, non l'hit più o meno generazionale Fuck Forever. In sostanza, il problema dei nuovi Babyshambles sembra proprio un fattore d’attitudine e controllo: suonano con il motore di una macchina appena uscita dal concessionario, quando a guidarla ci sono sempre i soliti drogati. Sono tutti cinturati però, ecco perché il giochetto vocale attorno a You Talk nel classico rhythm’n’blues è stucchevole,il saliscendi di Unstookie Titled automatico, il jazzino There She Goes un divertissement per prender fiato.

Neanche il Doherty 2.0 è però un manichino, qualcosa la dice e non è tanto il brano Side Of the Road (un trasch punk sguaiato e goliardico ripescato da una vecchia session assieme a Barat) quanto un dolce anthem, Baddies Boogie, a regalarci qualcosa assieme alla valida Deft Left Hand (funk svagato dal sapore cabarettistico) e Lost Art Of Murder (una ballad con l’idolo folk inglese Bert Jansch),il finale ideale tra autobiografismi e squarci di vita bruciata.

Sono gli episodi migliori di una band che punta ad allargare l’audience (la rock ballad canonica Unbilo Titled). A farsi un futuro (le classiche maniere rock di French Dog Blues). Del resto una rockstar non prende Stephen Street a caso e Glastonbury ce l’ha rivelato: per Pete è l’ora d’iniziare una carriera, una fortuna per la sua salute e una bad news per chi amava l’Albione che brucia. (5.5/10)