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Liars

di Marina Pierri. Contributi di Gianni Avella *
Carne viva sotto la pelle del punkfunk ed il suo tendine più teso, i Liars nell’arco di sei anni hanno sfigurato il volto del movimento newyorkese con coscienza, cura ed un pizzico di sadismo. Oggi, toltosi definitivamente il guinzaglio di un’etichetta scomoda e superato il recinto di sempre, il trio mostra fiero la sua tripla testa, abbaiando come il Cerbero sulle note di un full-lenght nuovo di zecca.
Liars  nel 2004

Brucia New York, brucia

I buoni artisti sono sempre capaci di interpretare l’inconscio collettivo ed il loro lavoro, un certo punto di vista, consiste prettamente nel tenere le vibrisse ben rizzate, come canali extrasensoriali pronti a recepire le onde dei tempi, cavalcare la confusione, sentire il polso del presente.

Se si volesse stabilire un anno domini per quel movimento tanto sfumato quanto geograficamente centrato che va sotto il nome di punkfunk, quell’anno sarebbe probabilmente quel 2001 pre 9/11, un ambiente denso di presagi e fermenti. James Murphy lavora nella penombra ad una pietra miliare, o ad una sorta di manifesto, come Echoes dei The Rapture mentre una schiera sempre più nutrita di piccole band da scantinato di Brooklyn si aggrega alla marea di sonorità reminiscenti dei Pop Group, Gang of Four, dei Liquid Liquid, degli A Certain Ratio, proponendo formule legate all’urto di un basso sbattuto in primo piano e scollato impietosamente da una sezione vocale epilettica, che piuttosto segue gli stacchi dello strumento feticcio del caso: il cowbell.

Così, quando nel 2000 i losangelini Aaron Hemphill (effettista e chitarrista di grande inventiva) e Angus Andrew (spilungone ambizioso, arty ed eclettico) si incontrano in una New York che ancora dorme e che sta per risvegliarsi bruscamente da un sonno troppo profondo, basta quel tanto di ispirazione a comprendere che la città sta per andare, più o meno letteralmente, a fuoco. Ed una volta reclutati in un negozio di dischi Pat Noecker e Ron Albertson alla sezione ritmica, i Liars nascono dando alla luce appena un anno dopo un lavoro dall’attualità letteralmente bruciante nella forma e nel contenuto.

  • Grown Men Don’t Fall in the River, Just Like That
  • Mr. Your on Fire Mr.
  • Loose Nuts on the Velandrome
  • Garden Was Crowded and Outside
  • Tumbling Walls Buried Me in the Debris With Esg
  • Nothing Is Ever Lost or Can Be Lost My Science Friend
  • We Live NE of Compton
  • Why Midnight Walked But Didn’t Ring Her Bell
  • This Dust Makes That Mud

They Threw Us All in a Trench and Stuck a Monument on Top (Mute / EMI, 2001)

di Marina Pierri

They Threw Us All in a Trench and Stuck A Monument on Top esce per un etichetta locale nell’ottobre del 2001 ed osservato retrospettivamente, assume la sembianza poco confortante di un lavoro profetico: profondamente politico – alla stregua dei lavori dei tardi anni settanta di cui è fervidamente memore – il lavoro ruota attorno al concetto stesso dell’ustione o dell’incendio individuale e collettivo come espressione di assenza di prese di posizione relative a ciò che essere americani comporta. Gli slogan come “wake up! you’re a person on fire!” (dall’opener Grown Man Don’t Fall in a River Like That) o “past fumes will burn us in our bedrooms” (dalla tiratissima We Live NE on Compton) rimandano, come gli specchi deformanti di una “funhouse” qualsiasi, al centro, ovvero ad uno dei pezzi da antologia più potenti della renaissance punkfunk newyorkese: Mr You’re On Fire Mr. La canzone, legata all’accusa di irrazionalità e noncuranza della società statunitense alla soglia del 9/11, prevede con una schiettezza, una chiarezza ed una lungimiranza che hanno dello spaventoso, lo stato di una cultura che si è perduta di vista, che è divenuta cieca alla sua condizione ed alle conseguenze possibili.

Il lavoro termina infine con un pezzo lungo trenta minuti: This Dust Makes Their Mud sembra essere la chiosa ideale per una band che nel momento stesso in cui si dichiara appartenente ad una certa nuova stalla di campioni di ballo tumultuoso e sincopato, se ne tira fuori. E’ come se, in qualche modo, il quartetto terminasse la sua opera prima con uno statement dichiarante che, sì, la forma canzone è possibile, ma non interessante - non sufficientemente interessante, almeno, per chi è capace di perforare il muro, vedere oltre il momento immediato e percepire nitidamente l’increspatura di violenza che serpeggia indisturbata sulla superficie della quotidianità di un paese marcio. Che più che inni da pista, si merita cavalcate di morte (7.0/10)

Il disco è seguito dal singolo (nel doppio formato cd e 10” vinile) Fins To Make Us More Fish-like, tre episodi che, in pratica, sono altrettanti inediti, visto che la conosciuta Grown Men Don't Fall In The River, Just Like That viene ri-suonata e resa ancor più contundente della versione originale; Pillars Were Hollow And Filled With Candy So We Tore Them Down e Everyday Is A Child With Teeth, corollari ideali del debutto, chiudono e sanciscono il momento della crew newyorkese. (6.5/10)

È dello stesso anno inoltre la collaborazione tra Liars e Oneida. Entrambi i gruppi sfruttano lo stato di grazia dei dischi appena licenziati (il debutto per i Liars, il fenomenale Each One Teach One per gli Oneida) per uno split single diretto ed affascinante. Atheists Reconsider (Arena Rock Recording, 2002) conta su 26 minuti dove i Liars coverizzano gli Oneida e viceversa: apre la compagine di Angus Andrew con Rose & Licorice, song rieditata secondo dettami Eno-iani (alla Needles In The Camel's Eye, per intenderci) per poi essere seguiti dagli Oneida nella punkoide Privilegee, Fantasy Morgue sino al martirio di Every Day Is A Child With Teeth dedicato ai cugini newyorkesi. La palma dei più bizzarri va comunque ai Liars di All In All A Careful Party e Dorothy Taps The Toe Of The Famil, scanzonato esempio di improvvisazione libera che ne rispecchia fiuto, tenacia e coraggio. (7.0/10)


Brucia Strega, brucia

Viaggiando ancora per le fogne della buona vecchia Brooklyn, Hempill e Andrew sono ancora alla ricerca di una scossa, di un interiorità politica e personale. Dunque, perduta la sezione ritmica composta da Noecker ed Albertson, i Liars prendono tra le loro fila Julian Gross alla batteria, diventando definitivamente un trio.

Non è dato capire se la causa sia la tragedia delle Due Torri o meno, ma i Liars da quel 2001 non torneranno mai più gli stessi, nella misura in cui perderanno, forse programmaticamente, ogni legame trasparente con la presenza e l’attualità. La band, forse bruciata a sua volta, piuttosto sceglierà di proseguire a ritroso, alla sua maniera, vale a dire legando il suono alla sostanza teorica che lo cementa.

Il lavoro di interpretazione del malessere radicato nell’hic et nunc trova un equivalente metaforico nelle leggende tedesche delle streghe, confondendo il piano mitologico a quello concreto e fornendo alla band la possibilità di un’esposizione paradossalmente più cruda, più veritiera ed, inevitabilmente, più terrificante dell’America della “caccia alle streghe”. Lo slittamento viene ovviamente portato avanti sul duplice livello tematico e musicale: l’atrocità dei roghi (ancora, il fuoco) deve essere dipinta nei colori di una tavolozza oscura di suoni, e soprattutto di ritmi.

  • Broken Witch
  • Steam Rose From The Lifeless Cloak
  • There's Always Room On The Broom
  • If Your A Wizard Then Why Do You Wear Glasses?
  • We Fenced Other Houses With The Bones Of Our Own
  • They Don't Want Your Corn, They Want Your Kids
  • Read The Book That Wrote Itself
  • Hold Hands And It Will Happen Anyway
  • They Took 14 For The Rest Of Our Lives
  • Flow My Tears The Spider Said

 

They Were Wrong So We Drowned (Mute / EMI, 2004)

di Marina Pierri

Sebbene ai Liars serviranno tre anni per mettere a punto il loro secondo lavoro, il tentativo concettuale di accusa – che il trio si affermerà sempre più chiaramente come concept-band – sembra inalterato rispetto a They Threw Us All, soltanto, travestito. E forse proprio questo, ben più efficace.

Facendo chiaramente allusione al rito puritano per cui una donna considerata una strega veniva annegata, e se galleggiava era una strega e se affondava era innocente, la band rema ancora verso l’obiettivo di una cognizione politica, scegliendo daccapo un titolo che include i due pronomi “loro” e “noi”, lì dove quel “noi” ricalca il ruolo della vittima del “loro”, dello sconfitto dal sistema e dalle sue superstizioni. Come i caduti delle guerre o degli attacchi terroristici (tanto per dire le cose così come stanno) vengono praticamente buttati in fosse comuni e poi ricordati attraverso il ricorso ad un monumento collettivo catartico, così le streghe della società arcaica bruciano e si purificano sul rogo, fornendo alla collettività assassina un perfetto rimedio per ovviare al senso di colpa, un tampone in grado di assorbire l’emergere della coscienza.

Alle fiamme si affianca il sangue. Il rituale sabbatico che il sound dilaniato di Broken Witch sembra suggerire ed evocare mediante un uso ossessivo e destrutturato degli arrangiamenti, culmina con una sorta di rifiuto dell’umanità: la soluzione possibile più appetibile, tra le tante, sembra essere abbracciare la natura propria ferina (“I no longer wanna be a man, I wanna be a horse”), celebrare l’allontanamento dalla condizione riflessiva per immergersi nella trance che Steamless Rose From the Lifeless Cloak allunga in un brodo primordiale di percussioni, che rimandano al kraut nebuloso e irriverente dei labelamates Mute Einsturzende Neubauten.

Anche quando le parti si riassestano e la sezione ritmica e vocale ritrovano una loro apparente unità, quasi nuovamente punkfunk con There’s Always Room for the Broom, anche allora ad essere veramente al centro del discorso è una scopa, ovvero un mezzo perfetto per fuggire, volare via, controllare da lontano. E planare verso il basso alla ricerca di vendetta, come bene esprime l’ “I will drink your blood” di If You’re A Wizard then Why Do You Wear Glasses, breve intermezzo che stende la propria ombra sanguinaria su We Fenced Our Houses With Bones of Our Own. Qui, come altrove, è evocato il volo come emozione demoniaca: “fly, fly, the devil’s in your eyes, shoot, shoot”, ripete la voce cantilenante di Andrew su di un tappeto sottile di charleston – e non sembra eccessivamente forzato pensare ai piloti musulmani indemoniati di cui abbondano le reti multimediali statunitensi (7.8/10)

Due singoli (precedente al disco uno, successivo l’altro) per il nuovo They Were Wrong So We Drowned: se There's Always Room On The Broom (sempre cd e 10”) vede la presenza di due inediti, Skull & Crossbrooms e Broom, dovuti ma dispensabili, è il seguente We Fenced Other Gardens With The Bones Of Our Own (cd e 7”) a rientrare di diritto tra le uscite più importanti dei nostri, non solo per la cover (indovinata, bellissima) di Sex Boy dei Germs, ma anche e soprattutto per i tre video-appendici di We Fenced Other Gardens With The Bones Of Our Own, Sex Boy e The Fountain And Its Monologue diretti dalla band e da tale Marshmellow. (7.5/10 )

Dal Monte Calvo al Monte Infarto

I Liars hanno una macchina del tempo - una scopa o più probabilmente una Delorean dalle ali di pipistrello. E volano indietro nella storia, sempre più indietro, fino al sesto secolo, forse, continuando nel loro viaggio nel passato, nel mito, in quella forma leggendario-narrativa che in tutti i secoli dei secoli ha sempre illuminato il presente.

Separatosi dalla New York City che ha dato loro i natali e che adesso pare più intenta alla ricerca del fenomeno momentaneo che del movimento in senso stretto, il trio dà corpo ad un nuovo lavoro che procede di pari passo con la fuga dalla Grande Mela in Europa.

A Berlino nasce e cresce Drum’s Not Dead, terzo capitolo di una carriera che assume sempre più nitidamente le sembianze di una saga artistica idiosincratica e surreale, che evoca fantasmi antichi per prendere in mano più lucidamente una situazione sfuggente e dolente. Il ricorso ad archetipi occidentali e non si fa dunque marchio di fabbrica ed i Liars di Angus Andrew, Aaron Hemphill e Julian Gross sembrano ancora una volta proporsi di richiamare, attraverso certe geometrie acustiche, il senso perduto della cultura americana, filtrata attraverso immagini e rituali del passato: se prima si trattava della stregoneria, adesso pare che si tratti della cultura giapponese.

Le coordinate strettamente politiche dei due precedenti dischi sembrano essere andate parzialmente perdute alla ricerca di un totale esilio, ma la stoffa sovversiva del trio resta perfettamente evidente ed, anzi, i tessuti della creatività sembrano più stretti, più coesi. Come se una qualche liberazione fosse finalmente arrivata, come se una possibilità di pace, infine, fosse data – ma soltanto a molti, molti chilometri dagli Stati Uniti. Concretamente immersi nel Vecchio Mondo.

  • Be Quiet Mt. Heart Attack
  • Let's Not Wrestle Mt. Heart Attack
  • A Visit From Drum
  • Drum Gets A Glimpse
  • It Fit When I Was A Kid
  • The Wrong Coat For You Mt. Heart Attack
  • Hold You, Drum
  • Its All Blooming Now Mt. Heart Attack
  • Drum And The Uncomfortable Can
  • You, Drum
  • To Hold You, Drum
  • The Other Side Of Mt. Heart Attack

Drum's Not Dead (Mute / EMI, 20 febbraio 2006)

di Marina Pierri

In They Were Wrong, ad essere chiamate a raccolta dal Monte Calvo sonoro costruito dalle percussioni in primo piano del trio, erano proprio i fantasmi vendicativi e sanguinari delle streghe; adesso sono le percussioni stesse, in un certo senso, ad essere evocate – com’è evidente dallo stesso titolo del lavoro. “Drum” ovvero Cassa (batteria, timpano) non è morto e nell’assiologia onirica del disco, in cui ombre e oggetti perdono definitivamente le forme e i contorni che gli sono proprie nel mondo reale per trasformarsi nei simboli profondi che rappresentano, si tratta di un personaggio che incarna lo slancio, la creazione stessa e che si contrappone a “Mount Heart Attack”, suo opposto negativo di dubbio e aridità.

L’evidenza a riguardo è costituita dal fatto che sicuramente la maggiore influenza del disco non sono unicamente i Sonic Youth o nessuna band strettamente contemporanea, ma la musica Taiko giapponese. Questa è una musica di percussioni, suonata a partire dal Sesto secolo in occasione di festività locali e nazionali; arte, ritualità, collettività, consacrazione, tutti significati condensati, dunque, nella figura di Drum, una Cassa che, concretamente, è elemento fondamentale e strutturante del nuovo lavoro di una band che finora, e sempre meglio, gioca con riferimenti tritati e rimasticati, con l’obiettivo, in effetti raggiunto, di discostarsi dalla scena di Brooklyn, NYC che li ha maturati in seno ed espulsi poco dopo.

Certo, il sound di Drum’s Not Dead è assolutamente attuale. Appartiene in maniera puntuale e calzante al presente, tanto che l’accostamento agli Animal Collective è fin troppo semplice e palese. Le due formazioni giocano con la sperimentazione e la fluidità delle onde sonore, ma gli uni si arrampicano sugli alberi colorati della natura e ne celebrano la dimensione ludica, gli altri si immergono fino al mento nel fango della danse macabre, fino all’abisso dell’incoscienza orgiastica. Come Feels, anche Drum’s è un concept - una parola che per quanto abusata viene tirata fuori dalla testa di chi ascolta quasi con la forza – e basta dare un’occhiata distratta alla tracklist per accorgersene.

Si parte delicatamente o quasi, introducendo Mt. Heart Attack con Be Quiet Mt. Heart Attack, legata ad un digeridoo dalla forza coesiva. Il cantato di Andrew, come sempre, mette a disagio: è biascicato e cavalca un tappeto di suono vibrante, che alterna alcuni colpi secchi ad un crescendo vorticoso di batteria che quasi preannuncia e sembra consigliare di non sfidare la montagna. Durante Let’s not Wrestle Mt. Heart Attack, infatti, quel medesimo digeridoo si fa sempre più sordo e aggressivo, appena cesellato da una chitarra; ed il cantato, da biascicato, si fa urlo selvaggio e primitivo. L’entrata in scena del “bene”, di Drum, corrisponde effettivamente all’ingresso in una zona più solida e levigata del disco, accorpata nel doppio episodio A Visit From Drum e Drum Gets a Glipse: l’ispirazione, sostenuta da un coro in falsetto, plasma sensibilmente la matassa oscura di cui, è chiaro fin dal principio, Drum’s Not Dead è costituito per tre quarti. Improvvisamente, It Fit When I Was a Kid emerge tremando sotto il peso delle percussioni in netto stile Taiko, che continuano a minacciare – e inquadrare - ogni singolo movimento degli altri strumenti, culminando nella maestosa Drum and the Uncomfortable Can: entrambi i pezzi, per potenziale demoniaco e schemi dilatati/ossessivi di arrangiamento, non sarebbero stati fuori posto in They Were Wrong.

Infine, c’è la catarsi: The Other Side of Mt Heart Attack sembra suggerire fino a che punto quel “lato oscuro” della creazione, ricercato e fuggito, possa a sua volta farsi fonte di rivelazione. Quello che i Liars - sciamanici, terrorizzanti, attraenti e repellenti – succhiano e sputano ballando sulle ceneri dei loro e dei nostri demoni. (7.8/10)

Ancora memorabilie per i singoli - precedenti al disco - It Fit When I Was A Kid (cd e 7”) e The Other Side of Mt. Heart Attack (cd e 7”): infatti il primo, oltre all’esaltante remix di It Fit When I Was A Kid, regala gli inediti Frozen Glacier Of Mastadon Blood, Bingo! Count Draculuck e ben tre video addizionali. Formula che si ripete anche per il secondo, con la nuova Do As The Birds, Eat The Remains che correda una tracklist di remix (The Other Side of Mt. Heart Attack, Drum And The Uncomfortable Can ) e soliti (quattro) video. (7.5/10 )

* tutte le note per singoli ed ep sono state curate da Gianni Avella

Live: Link, Bologna (29 aprile 2006)

di Marina Pierri

Poche band, viste e sentite dal vivo, sono una garanzia quanto i Liars. E ad un paio di mesi dall’uscita di Drum’s Not Dead, infatti, l’associazione Electric Priest riporta sul palco gli Hemphill, Gross ed Andrew in grado di tirare fuori il solito live act praticamente imperdibile.

Se l’anno scorso, in occasione del tour dello stregonesco They Were Wrong So We Drowned, Angus Andrew vestiva i panni di una strega con scopa e tanto di cappello (per celebrare a modo il sabba di There’s Always Room For The Broom), questa volta è coperto appena da un completo a quadri colorati dall’apparenza economica e trasandata, con un che di infantile. Dal suo canto Julian Gross, maestro di travestimenti, indossa una tuta arancione aderente da surfer o qualcosa del genere, mentre il ben più timido e dimesso Hemphill si trincera dietro l’anonimato di un completo casual.

In ogni caso, ed in qualsiasi modo siano vestiti, la band è un piccolo esercito, schierato e pronto a far fuoco nel momento stesso in cui si insinua dietro gli strumenti, che come sempre sono ridotti all’osso di una chitarra, una batteria quasi doppia - dovremmo dire sdoppiata, perché Hemphill batte su di una sorta di protesi dell’insieme di casse di Gross -, un basso ed una manciata di pedali.
Andrew, da brava bestia da palcoscenico, scatta come un antilope da un lato all’altro del palco del Link, storcendo il muso in maniera comica e/o grottesca e spogliandosi progressivamente del pudore, e dei vestiti. Marcia cupo su We Fenced Our Houses With The Bones Of Our Own dal disco precedente e disegna scenari apocalittici con lo sguardo sulla nuova Drum And The Unforgettable Can, potenziata dal pestaggio furioso di Aaron Hemphill, almeno quanto Let’s Not Wrestle Mt Heart Attack. E se è in qualche modo vero che la possenza sonora dei Liars su disco quanto dal vivo è data dalla presenza massiccia della sezione ritmica, è anche vero che a concorrere all’interesse dello spettacolo è la sua natura di performance di danza e percussioni a tutto tondo.
Così, mentre dietro le acrobazie di Angus scorre il DVD legato all’edizione di Drum’s Not Dead, sorprendentemente popolato di lumache (?), la cover di Territorial Pissings dei Nirvana compare come un terremoto sottoforma di dedica. E prima di uscire per l’ultima volta - senza suonare il primo singolo del nuovo disco, It Fit When I Was A Kid - viene evocata la foschia del colore del sangue di Broken Witch.

Perfetti, senza troppi giri di parole, i Liars in concerto dimostrano appieno la differenza che separa lo scorso album dal nuovo: da un lato preponderano le parole di morte, le angosce chiamate programmaticamente a raccolta per impilarsi le une sulle altre fino a soffocare in gola ad Andrew, dall’altro giace la tranquilla, ma spessa elegia ai due simboli Drum e Mount Heart Attack, che invece si fa corpo lontano dall’espressione verbale, soltanto per mezzo del suono (e, ribadiamolo, delle batterie dalle tinte esotiche).
La band non cambia direzione, ma muta lentamente percorso. Ed è un percorso buono, che porta lontano, oltre le colline della noia e dei monti Infarto, dove i tamburi da cerimonia non smettono mai di essere battuti. Di questo ci diciamo ragionevolmente sicuri.

  • Plaster Casts Of Everything
  • Houseclouds
  • Leather Prowler
  • Sailing To Byzantium
  • What Would They Know
  • Cycle Time
  • Freak Out
  • Pure Unevil
  • Clear Island
  • The Dumb In The Rain
  • Protection

Self Titled (Mute, 20 agosto 2007)

di Gaspare Caliri

Partiamo con una premessa; questo Self Titled dei Liars è inferiore al suo (giustamente) magnificato predecessore, Drum’s Not Dead – a cui esce naturale paragonarlo. Lo è da molte angolature, e per una cosa a cui i Liars ci hanno abituati a non contare, ovvero, come nei migliori cani che si mordono la coda, l’abitudine. Ci eravamo abituati a scavare morbosamente con loro, ad attendere un passo sempre più crittografato, e ora ci rimandano in superficie. Tutto qui?

(Ri)-partiamo allora dalla metafora esplicativa Public Image Ltd. Se Drum’s Not Dead poteva essere visto come il Flowers Of Romance del gruppo di Angus Andrew, capite bene che questo è un po’ come dire che si sono giocati da soli, o comunque che dalla vetta hanno già guardato giù. Oggi si potrebbe semmai giocare a ritroso la carta Metal Box, ma con Liars, al contrario, si abbassa la posta in gioco; detto come si dice quando si parla di musica, qui si scrivono canzoni; non c’è più il concetto libero di agire, ma una deliberata e calibrata concezione, ovvero un modo (quasi biologicamente inteso) di concepire. Non si percepisce più quel flusso umorale che percorreva i brani negli ultimi due album, ma un’indipendenza reciproca delle composizioni, create appunto come canzoni – cioè con un mood che si sbarazza dell’insieme, e lascia il tempo (di tre minuti) che trova.

Ciò che resta è tutt’al più certa marzialità mitteleuropea (anche se il disco è stato registrato a Los Angeles, oltre che a Berlino), ma meno enfatica e oscura, e l’olio industriale (Leather Prowler) di una batteria rediviva. Ma se qualcuno vive e torna a vegetare, questa non è la drum protagonista dell’album precedente; ciò che riemerge dal liquame, che torna protagonista, è la chitarra, fin dalle primissime battute (Plaster Casts Of Everything), nei riff (Cycle Time, Clear Island) come nell’economia di tutto il disco. Liars tradizionalisti? Sarebbe come sentir dire al bugiardo “mento sempre”; non se ne esce. Certo è che uno dei gruppi più bugiardi e tradizionalisti di sempre, i Jesus And Mary Chain, è vicinissimo (in Freak Out Angus è gagliardo come il più gagliardo Jim Reid), a volte (Pure Unevil) addirittura perfettamente ibridato con Drum’s Not Dead.

Detto tutto questo, il bilancio non può non tener conto di una cosa, e cioè che i Liars sanno fare un passo indietro con stile e spasmi entusiasmanti. Le canzoni sono saggi di stile “alla Liars” – e da qui forse proviene il self titled, prove intercambiabili delle possibilità proprie – e altrui – dello scrivere canzoni in epoca di inflazionante neo-new wave. Ecco una possibile lettura; forse con questo disco i Liars sono riusciti a trovare la chiave passepartout per la wave dei Duemila – da spartire con i (una volta concittadini) TV On The Radio. Una disillusa pietra angolare, che fa tornare a pensare al Metal Box, pur essendo questo dei Liars (in potenza) uno standard col senno di poi.

Ciò che infine viene a galla in modo strafottente (ma nulla di riprovevole) è il mestiere con cui queste canzoni sono state scritte; lo stesso che si percepiva nei dischi degli Wire, altre persone, per la verità, poco sincere. Ricordo un’intervista in cui Andrew dichiarava di non essere interessato alla scrittura dei brani, ma alla loro esecuzione (desacralizzata). Qui i Liars desacralizzano se stessi, in una beata contraddizione (ascoltate la finale Protection, tra organi eterei alla Spacemen 3 e una melodia vocale da metà ‘80 a cui non si sarebbe creduto, fino a un anno fa) che scopre le capacità di scrittura. Insomma, sapete quando si rimprovera agli artisti delle avanguardie di non sapere disegnare lo studio di una mano? I Liars la sanno disegnare, e sanno anche mentire in modo impeccabile. (7.3/10)

Live: Estragon, Bologna (14 novembre 2007)

di Alarico Mantovani

L'appuntamento con i Liars è ormai un classico irrinunciabile. Che il trio newyorkese dia poi una connotazione particolare ad ogni nuovo album non fa che caricare di ulteriori aspettative uno dei migliori live act cui si possa assistere in questi anni un po' avari. E Angus Andrew è uno dei pochi animali da palco rimasti: una specie da proteggere, in via d'estinzione, che sa stimolare e catalizzare il flusso empatico della folla in virtù del suo carisma. Come un santone o uno sciamano. Uno spilungone dinoccolato che si presenta sul palco opportunamente vestito di bianco da capo a piedi, come fosse appena scappato dall'ospedale psichiatrico. Per dovere di cronaca dobbiamo pur ammettere che stasera pare meno fuori del solito, più controllato e professionale e tuttavia ben calato nella parte.

Se la partenza è folgorante - e mette immediatamente in chiaro che il calibro della band non si discute - il seguito è riservato alla curiosa e divertita esplorazione dell'ultimo lavoro. E all'uopo i Liars portano in tour un quarto membro, Jarrett Silberman degli Young People. Qui arrivano le sorprese, anche se non ci colgono a freddo: Houseclouds è un pezzo decisamente alla Beck (!) mentre Freak Out e Pure Unevil sono psicocaramelle alla Jesus & Mary Chain, spacedelia post-punk che talvolta assume camaleonticamente striature alla Joy Division, alla Sonic Youth o alla Spacemen 3, se non addirittura tinte shoegaze. Accertato che il singolo Plaster Caster of Everything - guardate il relativo video dal sapore lynchiano - è una bomba anche dal vivo, non ci resta che considerare che nell'economia di un live all'altezza delle aspettative la parte del leone la fanno ancora i capolavori del secondo album: We Fenced Other Houses With Bones of Our Own, con la sua litania maledetta ("Fly, fly, the devil's in your eyes... Shoot! Shoot !"), e gli spasmi di Broken Witch (“I, I Am the Boy. She, She Is the Girl...”).A qualche anno di distanza sono ancora questi, insieme ad alcuni sprazzi di Drum's Not Dead, i momenti più visceralmente catartici e magnetici del loro show, probabilmente a causa di un inossidabile mix di primitivismo neopagano e avant rock di cui sono essenzialmente permeati: gli Stooges di We Will Fall che copulano con i Teenage Jesus & the Jerks con la benedizione dei Virgin Prunes... (“Blood. Blood. Blood. Blood. Blood...”)

I Liars sono semplicemente la band che al giorno d'oggi meglio reinterpreta e rivitalizza gli azzardi e gli ardimenti post-punk. Già lo sapevamo. Ne abbiamo avuto ulteriore conferma. E questa lieve svolta “pop” e “rock” non stona affatto né ci spaventa. Ci fa semplicemente sogghignare sornioni, nell'attesa della loro prossima imprevedibile zampata.