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Lesser
di ©2003
Edoardo Bridda e Lorenzo Casaccia
Lesser, noto anche
come lsr, 157, backfire, dj 40 year old woman, è il moniker dietro
il quale si nasconde J Dšerck, terrorista elettronico di San Diego
dal passato trash metal.
Il guastafeste di S.Diego
di Edoardo Bridda
Il futuro prodigio di casa Matador, esordiva nel 1990 con una cassetta autoprodotta
intitolata I Hate Me.
La cassetta, impacchettata alla buona e legata da una lametta da barba e quattro
tavolette di LSD (finte), era il risultato di misteriose session effettuate
in uno stanzino sopra il garage della madre. Ore e ore di lavoro dove, mentre
nella ridente e californianissima S.Diego il sole brillava come sempe, J
Dšerck aveva cercato di disfarsi di uno passato integerrimo per
darsi alla più radicale interpretazione dell’etica punk, che nelle
parole di Borroughs, non prive di un certo snobismo, non significava altro
che “prendersela nel culo”.
La svolta non è da poco e, di fatti, come avrebbe detto Freud, va dal
fallico all’anale, da una musica per veri macho, con una sua struttura
e delle rigide regole, a una più perversa, provocatoria e contingente
che quel comportamento disprezza come prima legge coranica. Senza tirare in
ballo la psicanalisi, possiamo tranquillamente affermare che l’approccio
sembra essere quello di un metallaro apparentemente pentito, di un ragazzo
che si rifugia in un massimalismo alla Residents per capovolgere
i valori di un sistema consumista e dei valori che lo sostengono. In questo
senso, il procedimento è, nell’ethos, proprio quello degli occhiuti
di S. Francisco: prendere suggestioni e chicciume dalla cultura popular, macinare
il tutto in lavatrice a 60°, estrarre il risultato, pronto all’uso
per fini cinematici dallo scarsissimo budget.
Tuttavia, nel 1990, Lesser non ha ancora una chiara visione
estetica dell’attacco che vuole infliggere al sistema, si limita perciò al
pressappochismo amatoriale, dando ingenuamente fastidio all’ascoltatore.
Più che il terrorista sonoro che diventerà, sembra di sentire
un ubriaco che fa dei taglia e cuci di programmazioni radio e di cassette da
1 dollaro prese negli scatoloni dell’usato di Ocean Beach. I Hate Me,
non è Third Reich ‘n’ Roll, piuttosto
una collezione di bozzetti che si risolve in alcune pieces psichedeliche e
tante, troppe, registrazioni di parlato.
È Lesser stesso a suonare la chitarra in quel modo noisy, proprio come
andava di moda a casa Shimmy Disc (etichetta nei confronti della
quale il Nostro nutriva grande interesse), inoltre, a parte alcune cose prese
a prestito dall’hip hop, non c’è sampling. L’unico fattore
degno di nota è, tuttavia, una particolare ricerca nella direzione del
collage di registrazioni su nastro (ridotte a sibili e riavvolgimenti ultraveloci),
associate spesso a voci trattate con loops, sbeffeggi tanto di alcuni esperimenti
giovanili di Steve Reich quanto dello slang dei b-boys. Quest’ultimo aspetto,
unito ai breakbeats, saranno presto un asse portante del sound delle cassette
successive, mentre, per gli aspetti più guerriglieri, bisognerà attendere
ancora un bel po’.
Nel frattempo, assoldato da Bob Bereley per la futura etichetta post-punk Vinyl
communications', J si esibisce in alcuni locali, iniziando così un’attività che
approfitta del suono per la sua peculiare caratteristica di insediamento spaziale
e aereo. Dalla vibrazione acustica, infatti, non ci si può sottrarre
se non allontanandosi fisicamente dalla propria fonte e per l’ex metallaro
questo è quello che conta per sferrare i suoi sbilenchi attacchi. Ingaggiato
presso alcuni locali di S. Diego, J preferisce esibirsi all’ingresso,
mentre gli artisti in scaletta suonano sul palco: attacca chitarra e drum-machine
a un generatore elettrico e suona finché la security non lo intima ad
andarsene; una sera, ad una performance per lanciafiamme home-made e chitarra,
riduce mezzo locale in un cumulo di macerie diventando così una piccola
leggenda, in un’altra occasione cosparge di vix vaporub i ventilatori
di un piccolo locale gay alla periferia di S.Diego.
In tutto questo periodo, un ragazzo all’epoca quindicenne di nome Miguel
Depedro - Kid 606 - s’appassiona alle imprese di questo piantagrane
e comincia a collezionarne le cassette.
Nel 1994, mentre Lesser decide di trasferirsi a San Francisco, Kid ne diventa
il nuovo pupillo e a quel punto i due entrano in contatto stringendo un’amicizia
che sfocerà in future collaborazioni. Per il momento, J è alla
ricerca di nuove esperienze e suggestioni e per questo passa molto tempo frequentando
la scena elettronica della metropoli.
Soltanto due anni più tardi, rimasto sempre in contatto con l’etichetta
sandiegoiana, il Nostro, debutterà sul mercato con Excommunicate
the Cult of the Live Band (1996), a cui seguiranno a scadenza
annuale Gigolo Cop (1997) e Welcome to
the American Experience (1998), sancendo nel contempo il cambio
di pelle del musicista. Le prime release ufficiali si discostano dalla produzione
in cassetta grazie l’introduzione di elemento sostanziale: la drum’n’bass,
un genere perfettamente funzionale, se opportunamente barbarizzato dall’estetica
battagliera del Metal, ad attacchi sonori di stordente violenza.
Nel 1998, assieme al fido Kid 606, Lesser realizza uno split
cd e a quel punto Drew Daniels e M. C. Schmidt (i Matmos)
lo vogliono incontrare. Daniels, Schmidt, Lesser e Kid partoriscono l’idea
di DISC, un progetto musicale basato nell’assemblare
decine di ore di musica proveniente da centinaia di gruppi musicali con una
tecnica particolare: far saltare fisicamente i cd. “Ognuno di voi
può essere DISC” affermerà recentemente Daniels, ovvero,
una perfetta riproposizione, in chiave elettronica, del situazionismo punk.
Successivamente, collabora con i Matmos alla realizzazione di The
West, l’album del duo più acclamato dalla critica.
In entrambi i progetti, J non si occupa della parte tecnica di “costruzione” del
suono: nei Disc è un archivista, propone cioè la materia prima,
in The West giochicchia con una tastiera casio. A conferma di tale mentalità per
nulla “impegnata” e interessata soltanto a suscitare il disappunto
del proprio pubblico, Lesser si ripropone nelle vesti di metallaro, imbarcandosi,
proprio nel periodo di maggior splendore di gruppi come Green Day, in una breve
esperienza con una cover band dei Metallica, i Creeping Death.
Nel 2001, arriva il contratto con la Matador e la svolta con l’album Gearhound,
un incrocio tra le ritmiche drum’n’bass, noise e click/skip di
cd, porta d’ingresso per un mondo di free-jazz grindcore per samples
elettronici, una rimarchevole via di sperimentazione a cui non sapranno resistere
nemmeno gli Autechre. Il musicista ha così trovato
un approccio nuovo all’elettronica e questo grazie ad una presunta inintenzionalità,
il suo scopo dichiarato, fin dall’inizio, era, infatti, quello di “suonare
quello che alla gente dà più fastidio” ed ora, con sorpresa
dello stesso artista, quella musica inascoltabile è diventata un qualcosa
che vive di vita propria e permette ad altri di sperimentare su quelle basi.
Con Suppressive: Acts I-X, Lesser smette in parte
i panni del terrorista e inizia a fare sul serio, coerentemente con la sua
età e le sue esperienze (la morte del padre soprattutto); l’album,
il più coeso e pensato della sua carriera, denota una artista che non
rimpiange nulla del proprio passato alla ricerca di una forma stilizzata del
barbaro attacco sonoro inflitto precedentemente.
Nel mentre J cerca una strada “matura”, i Venetian Snares ripropongono
i suoi “peggiori” esperimenti sonici, mescolando gabba e funambolismi
sampledelici drum’n’bass, la strada per una nuova generazione di
terroristi sonici
l'intervista
di Edoardo Bridda (3 ottobre, Festival Dissonanze, Roma)
- Ultimamente mi sono ascoltato un estratto della tua cassetta,
I Hate Me. Oltre all’uso dei nastri, c’erano anche delle parti
psichedeliche molto sporche per chitarra, eri tu a suonarla? Ti sei per
caso ispirato a Snakefinger?
Sì suonavo io la chitarra e può essere che il
modo in cui la suonavo potesse ricordare l’ex chitarrista dei
Residents, tuttavia io, a quel tempo, desideravo moltissimo entrare
a far parte della Shimmy Disc, era quello lo scopo. A proposto, come
hai ottenuto la cassetta?
-l’ho scaricata da internet…
Bene, non ho nulla in contrario al downloading e sono contento che tu abbia
avuto la curiosità di ascoltarmi dall’inizio. Personalmente
grazie alla rete ho potuto documentarmi sulla carriera di molti musicisti,
vedere la loro evoluzione senza dover per forza aspettare i tempi del negoziante.
- Che budget avevi al tempo? E cos’è quella storia
del curioso packaging della cassetta, mi pare avesse anche delle lamette
da barba…
La cosa più costosa di quell’operazione furono le custodie, le
cassette e il nastro adesivo. Era del tipo “Hey sbattici pure quello
dai…”. La lametta da barba la usai anche per scrivere i titoli
sul guscio, tutto molto artigianale e improvvisato…
- Erano tempi un po’ stravaganti. Ho sentito anche che hai
bruciato mezzo Pub a S. Diego per mezzo a un lanciafiamme...
(risata ndr.) Bhé ero nel ghetto gay a Hillcrest in un piccolissimo
bar e c’era alcool dappertutto. Io, un membro dei Crash Worship e qualcun
altro, suonavamo sotto il moniker di Rainman, una presa in giro del film con
Dustin Hoffman, e a un certo punto fu inevitabile che l’uso del nostro
lanciafiamme domestico creasse qualche problema. Ci fu una gran vampata di
fiamme e a quel punto dissi agli altri: “Hey prendete le vostre cose
e corrette!!”. In un'altra occasione, eravamo in una discoteca in un
seminterrato di nome Soma e cospargemmo di vix vaporub alcuni ventilatori… la
gente cominciò a tossire a più non posso (risate ndr.)
- Che significato ha per te il nick Lesser?
Il nick è legato alle prime cassette, voleva dire “qualcuno che
non ha molta importanza…”.
- Dunque quello era il Lesser nel 1990, quali erano le sue attitudini
di quel tempo e quali sono quelle di ora?
A quel tempo non era propriamente di musica che mi occupavo. La musica era
parte di uno show e questo aveva lo scopo di rendere il pubblico il più arrabbiato
possibile. La gente veniva per divertirsi e io gli rovinavo la serata… Sapevo
esattamente cosa rendeva la gente nervosa, inscenavo delle serate truffa dove
tutti accorrevano con una mentalità molto ingenua del tipo: “Hey
there’s a party!” …e poi si ritrovavano tutta un’altra
cosa!
- Era una specie di ribellione contro i valori californiani?
Sì, esattamente, ed è stato anche il motivo per cui ho iniziato
coll’elettronica. A quel tempo a S.Diego c’erano solo chitarre,
batterie e bassi…
- Ma tu hai un passato da metallaro, hai anche dato vita a una cover
band dei Metallica…
Quella cosa è venuta un po’ più tardi ma il principio era
lo stesso, si chiamava Creeping Death (dal titolo di una canzone dei Metallica).
Tutti volevano quelle cose punk in stile Green Day e io gli regalavo Metal!
Così tutti dicevano “nooo del metal, nooo”.
- Poi, nel 1994, ti sei trasferito a S.Francisco. Hai incontrato
Kid prima o dopo?
Dopo, io me ne andai dalla Vinyl Communication [un etichetta sperimentale di
di S.Diego lanciata proprio da Lesser e Kid 606 ndr.] e lui entrò a
farne parte quasi nello stesso momento. Kid aveva 15 o 16 anni e si aspettava
che io fossi il tipico metallaro con i capelli lunghi, il look gotico e tutte
quelle cazzate.
- Ma cosa successe a S.Francisco?
Bhé, per un lungo periodo, proprio niente. Non sapevo cosa si muovesse
da quelle parti, conoscevo solo delle band di rock alternativo. Solo in seguito
frequentai la scena elettronica e fu molto divertente.
- Metal e Punk sono così differenti nella loro etica: il
primo genere è fatto di regole, struttura, il secondo è il
regno del lascivo, della confusione e dell’ambiguità. Tu hai
messo tutto assieme…
Per me era soltanto un modo di dare contro alla mentalità della gente.
Molti si fissano con un genere di moda e pensano che sia il più fico
e il più travolgente del momento dimenticandosi, o meglio disprezzando,
tutto quel che accade da altre parti.
- Anni passati a far arrabbiare la gente sono diventati alla fine
un lavoro…
Questo è il problema che ho ora! La gente comincia ad apprezzare della
musica che era nata soltanto per spiazzare proprio tutti
- Il tuo ultimo lavoro è più coeso di qualsiasi altra
cosa tu abbia fatto, stai maturando forse un tuo stile?
Ho lavorato proprio a questo. Vedi, ai tempi di Gearhound c’erano un
sacco di cose che stavano accadendo, per cui quell’album ne è stato
lo specchio, ovvero, un calderone di idee…
- Ho apprezzato di più il tuo lavoro rispetto a quello dei
Matmos, che hanno cercato di spaziare molto, forse troppo…
Quando ho iniziato a lavorare a Suppressive Acts I-X ho avvertito un brutto
presagio, mi sono domandato se mi avessero dato ancora la possibilità di
fare un altro cd. Certo, questo mi capita sempre, però questa volta
l’ho sentito più di altre e così ho iniziato a fare il
meglio che potevo. Inoltre cominciavo a maturare la convinzione che venire
etichettato come “quello che fa quelle cose disgustose” non fosse
più sufficiente…
– Similmente a te, Mick Harris è partito dal metal
estremo per approdare alla sperimentazione elettronica…
Non lo conosco personalmente, non lo seguo sempre ma è una persona che
stimo e che ha fatto cose interessanti. Mi piacevano i Napalm Death e pure
le cose drum’n’bass.
– Forse lui come tanti in questo periodo è caduto in
quella trappola dell’incontinenza artisitca…
Vedi dipende a te, io sono uno di quelli che non compone sempre, voglio godere
della mia vita privata. Ora sono a Roma e non mi va di mettermi al laptop tutto
il tempo. I Matmos, per esempio, sono fatti così, cercano sempre nuovi
tunes e, anche quando tutti si stanno rilassando, loro sono lì a provare
e ri-provare. Per Kid vale lo stesso discorso.
– Forse la tecnica migliore è quella di Aphex Twin
fare 300 ore di musica e poi…
Ci stavo pensando anch’io, perché no? Spesso mi domando “ma
mi sto ripetendo?”, oppure m’immagino di diventare quel vecchio
cazzone sul palco che fa quella robaccia. “Hey non voglio diventare quella
persona!” (risata ndr.). Ogni scena contiene la sua autodistruzione,
tutto si normalizza e io non ho più voglia di fare musica appositamente
per far arrabbiare la gente, al tempo era tutto, ora mi sembra solo triste.
Quel che so è che non farò mai un disco di elecktroclash, potrei
certo, magari sarebbe una naturale conseguenza della mia normalizzazione, ma
per me non è mai stata una questione di soldi o di fama. Non mi butterò a
fare installazioni, come mi manca l’energia per mettermi a fare il topo
da studio di registrazione. La vivo così, l’ultimo disco può essere
l’ultimo veramente, poi si vedrà.
– Hai suonato in The West che parte avevi in quel progetto,
e coi Disc?
Tutto quello che ha a che fare con l’aspetto musicale in senso stretto
non sono io. In the West ho fatto qualcosa con una tastiera casio ma non ci
ho suonato veramente, per quanto riguarda Disc sono stati un’occasione
per fare archivio e documentarmi. Era del tipo: “questi sono i cd, falli
skippare e vediamo che succede”. All’inizio era un gioco divertente
anche se ad un certo punto mi domandai “qual è lo scopo?”.
Sono stati i Matmos e Kid a sviluppare il discorso creando brani con un gusto
estetico e quell’impasto minimale.
– Qualcuno ha parlato di Jazz-core per quanto riguardo Gearhound,
attributo che è stato dato in passato anche ai Painkiller di John
Zorn…
Il progetto di Zorn aveva qualcosa che non mi piaceva… come dire “siamo
tutti eccellenti musicisti e allora non sarebbe fantastico mescolare tutti
i generi possibili?!”. Mi piace l’aspetto tecnico, per il resto
mi sembra un po’ una masturbazione.
“ jazz e metal? Sii molto interessante, mettiamoli assieme, dai!”.
Non mi piace fare questo tipo di combinazioni, è un approccio freddo.
– A proposito di freddezza, l’ultimo album degli Autechre
sembra andare nella direzione tracciata dalla scena di cui tu fai parte…
Forse, certo è che quell’album è il primo che mi piace
degli Autechre. Finalmente ci sono delle persone dietro a quei suoni… Tornando
al discorso jazz-core, certo che sono colpevole anch’io, lo ammetto!
Tuttavia, attraverso la manipolazione dei samples, ho cercato di fare del tutto
un qualcosa di più della sommatoria delle parti, evitando il più possibile
di fare delle sterili sommatorie. Mi piace questa direzione anche perché,
ad esempio, con il noise non si potrà più andare oltre.
– E quella storia con Oval?
Oval è un bravo ragazzo, abbiamo suonato spesso negli stessi posti,
tuttavia penso che sia troppo serio. Se la prende troppo per le cose e questo
si riflette anche nella sua musica.
– E dei pan sonic che ne pensi?
… hummm, sono un po’ tristi… stesso discorso di Oval.. non
c’è vita dietro a quelle cose…
– Ultima domanda, ma non credi che in tutto questo discorso
sull’elettronica alla base non ci sia un nascente approccio innovativo
alla stessa? I Kraftwerk erano i più convinti allora, ora c’è un
Oval… Ognuno di loro si porta dietro un rapporto poco famigliare/domestico
con le macchine…
Già, cresciuti con i videogiochi e l’elettronica di ogni tipo
fin da giovani è inevitabile che diventi parte del tuo mondo di tutti
i giorni, un gioco quotidiano.
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