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Introduzione
Critica
Webografia

Langhorne Slim

di aavv

 

 

 

Copertina: ...
  • In the Midnight
  • Set Em Up
  • Mary
  • Sisterhood
  • Electric Love Letter
  • And If It's True
  • Hanshaw Shuffle (Drunken Horse)
  • Drowning
  • I Ain't Proud
  • Loretta Lee Jones
  • By the Time the Sun's Gone Down
  • Hope and Fullfillment
  • I Will
  • Checking Out
  • I Love to Dance

When The Sun's Gone Down (Narnack/ Goodfellas)

di Stefano Solventi

Dal punto di vista del “prodotto” quello di Langhorne Slim – al secolo Sean Scolnick, 24 anni da Langhorne, Pennsylvania - è un signor prodotto. Perfetto anche nel non sembrarlo. Canzoni brevi come raffiche, o aspre come un sorriso di sbieco, o dolciastre come amori di spalle. E una vena che sembra pescare vita nel profondo, tra sedimenti, scarti e radici. Un po’ come i White Stripes, verrebbe da dire, non fosse che è al filone “prewar” che viene spesso accomunato. Non mancano certo le ragioni per farlo, ma neanche gli opportuni distinguo: intanto, non c’è traccia dello spaesamento naif che circonda il buon Devendra Banhart e compagnia freakeggiante. Non è un particolare da poco.

Langhorne Slim può forse passare per un tipo bizzarro, un giovin guitto dalla strada sbilenca, umbratile, defilata. Ma non certo per un freak. Non si è perso nessun venerdì. Non si è dimenticato l’era in cui vive (non sembra importargliene troppo). Gli anni non se lo sono masticato vivo, sputandolo come un bolo di callosa obsolescenza: lui ci tiene allo stile. Ce l’ha, uno stile. E la dinamite tra chitarra e banjo. Quanto alla voce (il modo in cui la usa, la spara, la stura), è uno strambo centrifugato Frank Black, Ben Harper e Gordon Gano (guarda caso, al disco collabora Malachi De Lorenzo, figlio di Victor, ex Violent Femmes). Questa la pelle di un discorso che si arrampica lungo un albero genealogico che annovera i Captain Beefheart, i Dylan (quello di Bringing it all back home, dove della parola conta più lo strazio che il senso) e i Tom Waits quali avamposti di una torma blues e bluegrass aureolata di mistero e leggenda (dichiarata la predilezione per Leadbelly e Skip James).

E allora? Allora – insisto - credo che additarlo quale esponente del “prewar folk blues” sia un pochetto azzardato. Per dire, basterebbero un paio di amplificatori in più (belli vintage, se volete) e la somiglianza coi due famigerati (fratelli? Coniugi?) White sarebbe ben più marcata, quasi sfacciata. E simile quindi dovrebbe essere la “disposizione d’ascolto” di questo When the sun’s gone down, durante il quale si compie la rappresentazione di un’ossessione, la messa in scena fracassona e accorata di una commedia in costume. Una commedia bislacca e sferzante, abrasiva come l’armonica di And if it’s true, languida come la steel guitar di Mary, fragrante e nevrotica come l’iniziale In the midnight.

Tra i protagonisti e le comparse, s’incontrano intermezzi d’organino, coretti slavi, campanellini, anche un violoncello d’improvviso a copulare con la slide (I ain’t proud), il banjo che s’incendia come una mitraglia punk. Tra i momenti migliori, certe dolci/frenetiche ragnatele country, ballate che cuciono fatalismo, tenerezza, il folk e il gospel ( la stupenda The electric love letter). E la voce, quella voce da coyote struggente, che ora sembra un declama ovattato, ora la vena ulcerata del Dylan di It’ s all right ma’, ora Shane McGowan fosse stato africano, ora un hobo fatalista che sputacchia raucedine esistenziale, ora il delirio lunatico e ineffabile di un Paul Simon alticcio… Una girandola e un patchwork, un baule di robivecchi e un minestrone primordiale, un’impalcatura che progetti al millimetro ma che sta in piedi solo se le travi sono ben conficcate nel cuore, in quella passione-ossessione che dicevamo. Che evidentemente muove il buon Slim, che lo conduce e ci conduce fino alla goliardica amarezza di I love to dance, codici somatici dixieland che gonfiano fino alla caricatura, il trombone a sviscerare umori waitsiani, il congedo di un crepuscolo asprigno. Disco emblematico circa le odierne possibilità e modalità del pop al suo meglio, culmine di artificio e cuore. (6.9/10)

un
  • Spinning Compass
  • Rebel Side of Heaven (stream)
  • Restless
  • Sometimes
  • She's Gone
  • Colette
  • Hello Sunshine
  • Diamonds and Gold
  • The Honeymoon
  • Tipping Point
  • Oh Honey
  • Worries
  • Hummingbird

Self Titled (Kemado / Goodfellas, 28 aprile 2008)

di Stefano Solventi

Ci sono voluti quattro anni, una specie di eternità, per dare un seguito a When The Sun's Gone Down. Meglio così. Il buon Sean Scolnick, per gli amici Langhorne Slim, ha avuto tempo e modo per covare un album lungo come si deve. Ovvero: stringato, energico, senza un momento che sembri buttato lì a riempire. Lui e i suoi War Eagles - Paul Defiglia al basso e Malachi DeLorenzo alla batteria - snocciolano in tredici tracce altrettanti motivi per tornare a chiedersi come sia possibile oggi, anno 2008, provare ancora eccitazione per una musica che nulla possiede d’inedito, che delle novità non ha la febbre, non sa proprio che farsene.
Spazio allora al folk rimagliato di squinternata ebbrezza errebì (l'hammond, gli ottoni, i cori) in  Rebel Side of Heaven, strattonato bluegrass prima e psych-blues poi nella travolgente She's Gone, venato irish (il fiddle, la fisarmonica) nella carezzevole e incalzante Spinning Compass, ravvivato boogie con esiti vaudeville (vibrafono, pianoforte) nelle delicate trepidazioni di Worries. C'è che con una voce così - selvatica triangolazione McGowan-Gordon Gano-Tom Petty innaffiata a miele e nitroglicerina - puoi permetterti di tutto, anche la tenerezza più indolenzita, con buona pace delle mammolette à la James Blunt (letteralmente polverizzato in Colette) e degli ormai bolliti Ben Harper (vedi quella Diamonds And Gold con l’organo e il contrabbasso a stillare ardente siero soul).
Una voce e una flagranza strumentale che ti raccontano qualcosa di vivo e vero, intanto che si spellano il cuore e grattugiano ugole secondo il caso. Che si tratti di acre scorribanda r'n'r da Eddie Cochran ringalluzzito Housemartins (The Honeymoon), d'una cruda franchezza Cat Stevens (Hummingbird), d’una sguaiata tenerezza dylaniana in Oh Honey o di quella Hello Sunshine battente e ieratica come un John Lydon irretito Velvet Underground.

C’è insomma un'impetuosa naturalezza dietro a queste canzoni, così ovvie e così palpitanti come l'emerito country folk di Restless, con quel testo che respira speranze e timori tra archetipo e contemporaneità. Gran disco per uno dei migliori under 30 in circolazione. (7.3/10)