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Lambchop

di Maurizio Marino, Massimo Padalino e Stefano Solventi
i Lambchop hanno saputo reinventare una intera tradizione americana "roots" (quella nashvilliana, appunto), concedendogli spazi orchestral-sinfonici imponenti ed un'impronta "avant"
Foto: Lambchop

Il gusto per la lentezza

di Massimo Padalino e Maurizio Marino

Il gusto per la lentezza. Ne aveva già detto, in un suo noto romanzo, Milan Kundera. I Lambchop riportano invece la saggezza popolare del "chi va piano, va sano e lontano" all'ambito più specificatamente musicale. Onorando il vero, a segnar la marcia d'avvicinamento verso sonorità incredibilmente diluite e rattenute, vi fu fra '80 e '90 una pletora d'antesignani (oggi sì famosi e celebrati, ma all'epoca piuttosto bistrattati dalla critica musicale, più o meno avveduta).

Penso ai vari Cowboy Junkies, Codeine, Mazzy Star, Come e Low (oltre ad una successiva vagonata d'epigoni più o meno dotati). Merito però dei soli Cowboy Junkies l'aver riallacciato la naturale svogliatezza (slakeness, diremmo oggi) geneticamente insita nel country rock USA più reazionario (quello di Nashville…e, guarda caso, i Lambchop proverranno proprio da tai paraggi) ai rallentamenti per lavori in corso del miglior Buckley sixties.

Decelerare il country-folk e renderlo così una forma di psichedelia ad "usufruibilità ridotta" (musica per pochi e solo a dosi minime), fu per i Cowboy Junkies un tutt'uno. Personalizzando quel (bel) far rock, vincolato a concetti tipo quelli di oblio e dimenticanza, i Lambchop hanno saputo reinventare una intera tradizione americana "roots" (quella nashvilliana, appunto), concedendogli spazi orchestral-sinfonici imponenti ed un'impronta "avant" comune a tutta la loro miglior produzione.

Copertina: I Hope You're Sitting Down (Usa: Merge / Europa: City Slang, 1994)

I Hope You're Sitting Down (Usa: Merge / Europa: City Slang, 1994), il primo, bizzarro album della formazione nashvilliana, mette subito in evidenza un assunto fondamentale: i Lambchop hanno ben poco a che vedere con la scena alt.country di metà anni '90. Pur ricordando a tratti stilemi cari ad Uncle Tupelo e Jayhawks, il disco infatti sembra volersi discostare fin da subito dalla tradizione bianca americana, ed allinea 17 tracce dove il gusto per la melodia suadente e raffinata (che sarà una costante di tutta la carriera dei Lambchop) va a mescolarsi spesso e volentieri a costruzioni quasi jazzistiche, che si dipanano in un profluvio di fiati, pianoforti ed organi dalla forte valenza evocativa (si ascolti Soaky in the Pooper). Spesso discontinuo e comunque ancora distante dall'eleganza che sarà la cifra stilistica di How I Quit Smoking e Nixon, il disco non dimentica i toni rock'n'roll (Hellmouth, So I Hear You're Moving) e rivela al mondo lo stile lirico personalissimo ed ironico di Kurt Wagner, nuovo disincantato narratore della realtà americana di provincia. (7.0/10)

Copertina: How I Quit Smoking (Merge / City Slang, 1995)

Smussate certe "ruvidezze" evidenti, Kurt Wagner e compagni firmano poi con How I Quit Smoking (Merge / City Slang, 1995) uno dei loro lavori più validi. Caratterizzato dalla presenza di una formidabile sezione archi e da orchestrazioni d'ampio respiro che al tempo stesso incorniciano gli interventi dei singoli strumenti (banjo, tin whistle, organo, steel guitar, ma anche le vocals e il sax di Deanna Varagona), quest'album rivela in tutto il suo fulgore l'abilità compositiva di Wagner e, puntando molto di più su una forma-canzone propriamente detta, consegna alla storia almeno una mezza dozzina di brani memorabili, dalla struggente Theone al delicato folk di Suzieju, dalla malinconica ninnananna country Life's Little Tragedy al suo controcanto Your Life As a Sequel, fino alla tenebrosa carola natalizia intitolata, per l'appunto, The Scary Caroler. (8.0/10)

Non ancora trovata una direzione definitiva per il proprio sound, i Lambchop puntano imprevedibilmente su una certa sperimentazione e danno alle stampe Thriller (Merge / City Slang, 1997), un album controverso, che si perde tra varie vie di fuga ambiziose e poco chiare. Immergendosi talvolta nel funk (Your Fucking Sunny Day) e talvolta, addirittura, tra dissonanze chitarristiche vicine alla coeva scena indie, Wagner tributa un vero e proprio omaggio agli East River Pipe, coverizzando ben tre brani della band di culto capeggiata da FM Cornog. Il risultato, anche se non manca qualche buon momento (Crawl Away, Gloria Leonard), è altalenante e fa rimpiangere i fini cromatismi di How I Quit Smoking. (6.5/10)

Copertina: What Another Man Spills (Merge / City Slang, 1998)

What Another Man Spills (Merge / City Slang, 1998) è l'album della "svolta", o forse la radice stessa del suono dei Lambchop successivi. Diviso equamente tra brani originali e cover, affonda lo sguardo in un soul bianco raffinatissimo e sensuale e, grazie ad indovinati arrangiamenti minimali, scopre un paesaggio in penombra ricco di atmosfere intimistiche ma straordinariamente calde. E se le sognanti The Saturday Option e Shucks non lasciano adito a dubbi sulla nuova strada "cantautoriale" seguita da Wagner (sempre più one-man band), è nelle cover di Frederick Knight (I've Been Lonely for So Long), ed ancor più, di Curtis Mayfield (Give Me Your Love) che facciamo la scoperta di un interprete vocale sublimemente elegante, che si pone come ideale erede delle grandi voci della canzone "sofisticata" americana. Da segnalare, infine, la presenza in alcuni brani di Vic Chesnutt, altra figura-simbolo della rinascita del country anni '90: suo anche il disegno di copertina, vergato su un elegante foglio di pergamena. (7.5/10)

Copertina: NIXON (Merge / City Slang, 2000)

Se quel disco lasciava già presagire in prospettiva i successivi sviluppi, Nixon (Merge / City Slang, 2000) è a tutti gli effetti la piena realizzazione del suono Lambchop. Ambiziosissimo fin dalle intenzioni (un surreale concept album sulla figura di Richard Nixon, e per di più realizzato con l'ausilio di una vera e propria orchestra), il quinto album della band più famosa di Nashville osa ciò che ad altri era sembrato impossibile: ricreare le sonorità che fecero grande il soul "classico" in un contesto moderno e millenaristico.
Il risultato, pur non scevro da un'inevitabile stucchevolezza (comunque assai piacevole) è di altissimo livello e, se ai primi ascolti può far storcere il naso per il suo essere demodé a oltranza e per il falsetto "mayfieldiano" usato da Wagner in quasi tutti i brani, il disco diventa ben presto uno dei primi classici del nuovo millennio e fa conoscere il nome dei Lambchop anche ai "non iniziati". Lasciando nella memoria una serie di canzoni dalla classe cristallina quali Grumpus, You Masculine You e The Nashville Parent. (8.5/10)

Is A Woman (Merge / City Slang, 2002), atteso oltremodo dopo l'inatteso successo di Nixon, inquadra sul palcoscenico un solo uomo, Kurt Wagner, e quasi un solo strumento, il pianoforte suonato da Tony Crow. Spiazzanti per la loro studiata semplicità che va a contrapporsi alle ricercatezze di "Nixon", le piano songs notturne di Is a Woman giocano su un concetto di circolarità (ed iteratività) che procede per variazioni minime, talvolta impercettibili, e le rende quasi indistinguibili l'una dall'altra. Pervaso di una grazia non immediata che per schiudersi necessita di molti ascolti, "Is a Woman" non riesce però a conquistare al pari di un How I Quit Smoking e di un Nixon e finisce per apparire lievemente irrisolto nella sua ambizione autoriale sottilmente "coheniana", facendoci sperare in un futuro ritorno di Wagner al rigoglio sonoro del recente passato. (7.0/10)

Copertina: Aw C'mon - No You C'mon (City Slang / ExtraLabels, 17 febbraio 2004)

    Aw C'mon:

  • Being Tyler
  • Four Pounds in Two Days
  • Steve McQueen
  • The Lone Official
  • Something's Going On
  • Nothing But a Blur from a Bullet Train
  • Each Time I Bring It Up It Seems to Bring..
  • Timothy B. Schmidt
  • Women Help to Create the Kind of Men They...
  • I Hate Candy
  • I Haven't Heard a Word I've Said
  • Action Figure

    No, You C'mon:

  • Sunrise
  • Low Ambition
  • There's Still Time
  • Nothing Adventurous Please
  • The Problem
  • Shang a Dang Dang
  • About My Lighter
  • Under a Dream of a Lie
  • Jan 24
  • The Gusher
  • Listen
  • The Producer

Aw C'mon - No You C'mon (City Slang, 9 febbraio 2004)

di Stefano Solventi

Mr Wagner e (innumerevoli) compagni non mirano ai palcoscenici di grido, sembrano interessati unicamente ad esprimere una complicità assoluta con l'oggetto del loro suonare, quasi che attraverso di esso e con esso vivessero ogni istante, consumassero le ansie le noie le gioie i respiri di ogni giorno. Trepidamente soul, intimamente folk, scelleratamente rock, bizzarramente tropicalisti. Finzione che indaga altre finzioni, indossando le maschere di un'America che assiste al tragicomico soffocamento del proprio Sogno, come fosse un incubo di Carver metabolizzato, digerito, espulso con un sorriso.

Aw C'mon - No You C'mon spalma questa poetica su 24 tracce valide tanto come compendio ideale del pianeta Lambchop (aspettatevi dunque il piano in testa al gruppo, archi, chitarre di varia estrazione, appena un refolo d'elettronica, elettricità generalmente tenuta al guinzaglio, la voce di Kurt sospesa tra tenerezza, scherno e incanto) quanto per se stesse, snocciolando melodie e orchestrazioni poco appariscenti (come già abbiamo detto) ma sempre mosse da vivida ispirazione.
Come per un bassorilievo, è importante il taglio della luce, sono fondamentali il momento e la posizione: prima o poi arriva la congiunzione giusta, te ne accorgi perché canzoni come I Haven't Heard A Word I've Said, There's Still Time, Steve McQueen, Listen e Nothing But A Blur From A Bullet Train ti sospendono qualsiasi pensiero in testa, invitando magari ad assorte riconsiderazioni su certe cosucce che popolano e sono la vita.

E perché sentirai l'irresistibile impulso di battere il tempo su qualsiasi cosa (inanimata) ti stia nelle vicinanze, specie nelle accelerate del secondo disco (l'ipercinetica Jan 24 che si dipana strumentale su drumming quasi punk col piano ad aspergere incanto, oppure la tirata Nothing Adventurous Please e il nonsense frizzante di Shang A Dang Dang, quest'ultime due più che vagamente Lou Reed ultimo periodo, proprio come la flemma asprigna della successiva About My Lighter).
E che dire dei brani "interlocutori", tipo la spensieratezza saltellante e perturbata di The Lone Official? Oppure prendete quella The Gusher che simula partenza distorta per poi sciorinare una bossa ricamata di placida ironia, e il soul speziato e sornione di Under A Dream Of A Lie Four Pounds In Two Days, e quello pervaso d'acidula cupezza e squarci di sereno in Low Ambition, e quello grondante fatalismo e saggezza di Something's Going On, e quello fiabesco e amarognolo di Each Time I Bring It Up It Seems To Bring You Down... Dico, esiste un modo migliore di riempire interstizi?. (7.2/10)

Copertina: How I Quit Smoking (Merge / City Slang, 1995)
  • Paperback Bible
  • Prepared
  • The Rise And Fall Of The Letter P
  • A Day Without Glasses
  • Beers Before The Barbican
  • I Would Have Waited Here All Day
  • Crackers
  • Fear
  • Short
  • The Decline Of Country And Western Civilization

Damaged (City Slang/Merge, agosto 2006)

di Stefano Solventi

Kurt Wagner e relativa combriccola (il solito plotoncino di 17 elementi) si perpetuano senza apportare sostanziali variazioni al menù. Anzi riducono deviazioni e tentazioni allo stretto indispensabile, al più condendo di barlumi sintetici i margini del sound (vedi la coda di Fear), per poi servirti con una convinzione che è pari solo alla cocciuta placidità. L’alt-country declinato soul ne esce così sornione e impudente, bonario e luccicoso, indifferente alla frenesia degli scenari e delle platee, alle sirene del progresso improcrastinabile. Ora potrebbe essere un Lou Reed devitalizzato - A Day Without Glasses - però saldo nella propria quieta pantomima, ora si trascina pastoso e beffardello come dei Tindersticks al massimo del disincanto (Prepared), alleviati da una struggente dolcezza.

Per il resto, il gioco degli intrecci sonori prevede il consueto pianoforte e l'onnipresente slide guitar, gli archi pizzicati con circospezione o trattenuti finché non possono fare a meno di scoppiare in lacrime, chitarre che arpeggiano tremule o arrochiscono di sobria elettricità, pulsazioni narcotizzate e un flaccido, irresistibile baluginio di ottoni. Muovendosi come equilibristi in pantofole sul filo che separa ironia e trasporto, poesia e sberleffo, dolcezza e malinconia, hanno il coraggio di far sognare Stand By Me dai Dire Straits (Crackers) e di spedire i Mojave 3 a far visita ad un crepuscolare O’Rourke (Beers Before The Barbican). Con una disinvoltura che rischia di sfiorarti appena, i Lambchop raggiungono uno stato di flemmatico equilibrio, sguazzano in un brodo di meditazione & arguzia & pacatezza che potresti scambiare per senilità. E forse lo è veramente. (6.4/10)