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The Kills

di AA.VV.
Un fortuito incontro via mail unisce New York alla terra d'Albione. Una assidua corrispondenza. La scoperta di interessi comuni. L'instaurarsi di un legame particolare. Nascono i Kills. Un nuovo duo, l'ennesimo. Ed è subito clamore. Ma qualcosa non convince. Il "già sentito" è troppo forte per non destare dubbi. Che si tratti del solito caso di persone giuste al momento giusto?
Winter Beach Disco

Punto di partenza... ma sarà poi quello vero?

di Edoardo Bridda

Le Next Big Things, si sa, possono rivelarsi delle gran bufale specie se le premesse sono storie di incontri voluti dal destino e performance punk totalmente libere da tutto e da tutti. I Kills sono un duo: lei VV (Alison Mosshart), chitarra, voce e dittafono; lui Hotel (Jamie Hince) chitarra, armonica, batteria, tamburello, viola (elettrica), voce e nastri. Lei di New York, lui inglese. Lei appassionata da sempre di miti e musica della sua città e lui impersonificazione vivente di tutto ciò; lei bella e dannata con i poster di Jennifer Herrema e Patti Smith appesi in camera; e lui già con le fotogeniche rughe di Lou Reed con anni di anticipo. VV e Hotel si conoscono via mail e, dopo varia corrispondenza, decidono di incontrarsi; la bella ospita il rocker e iniziano a suonare assieme. Pur rimasticando le solite sciocchezze dei musicisti alle prime armi per rivendicare un posto, se non nella storia, almeno in una sfornata di giornali specializzati ("I Kills hanno gran rispetto per la mitologia ma il loro approccio, da subito, è stato quello di puntare agli impulsi, un qualcosa che sfuggisse a qualsiasi tipo di categorizzazione" estratto da Rockerilla N.271 P.14), il duo propone in tutto e per tutto un sound "classico", leggi copiato, dai soliti ignoti: vocalizzi scazzati alla Sonic Youth con una punta alla Patti Smith, la chitarra ritmica qua blues-rock minimale come hanno insegnato i post-punkers, qua grezza e lo-fi come volevano gli Stooges e meglio gli MC5, il tutto molto cool e stylish in modo che il sound possa piacere sia ai musicologi avvezzi allo scavo storico sia alle nuove leve che sentono qualcosa di conturbantemente nuovo che però ha il fascino del vintage.

  • Cat Claw
  • Black Rooster
  • Wait
  • Dropout Boogie
  • Gum

Black Rooster EP (Dim Mak, 2002)

di Edoardo Bridda

Nell'eppì d'esordio - Black Rooster - troviamo uno dei loro pezzi più azzeccati, Cat Claw, che mescola un attacco chitarristico copiato dai Clash (Clash City Rockers) e un coretto sporco alla Royal Trux ("you got it you want it…"); a cui segue Black Rooster, dall'incedere torbido alla Doors con il canto sinuoso di Alison; e da, Wait, marcia per chitarra minimale (una nota), fisarmonica synth sullo sfondo che sembra suonata da Martin Rev e il canto melodico di VV e Hotel in coro; infine, Dropout Boogie, che copia (ancora!) riducendolo a una poltiglia, il riff di You Really Got Me (dei Kinks), doppiandolo con un cingolato di elettronica analogica e facendolo marciare al ritmo tribale di Maureen Tucker. Conclude l'eppì Gum, un dialogo di una puttana con in sottofondo un carillon.
(5.0/10)

 

  • Superstition
  • Cat Claw
  • Pull a U
  • Kissy Kissy
  • Fried My Little Brains
  • Hand
  • Hitched
  • Black Rooster
  • Wait
  • Fuck the People
  • Monkey 23
  • Gypsy Death & You

Keep On Your Mean Side (Rough Trade, 2003)

di Edoardo Bridda

Con una produzione migliore e un sound più arrangiato, il primo album dei Kills inizia dove Black Rooster finiva: chitarre sgraziate con pochi accordi in canna, la voce di VV sempre più Kim Gordon e Cat Claw che si riconferma unico pezzo forte della discografia. Da segnalare i delta-blues di Kissy Kissy e Hitched, che abusano del trucco melodico a due voci di Wait, e naturalmente Fuck The People che sgama definitivamente l'influenza di Jamie, non una ricerca su Robert Johnson (come da lui dichiarato su Rockerilla N.271 P.15), ma lo strimpello di varianti di L.A. Woman dei Doors. Che tristezza. (4.0/10)

 

 

 

 

 

  • No Wow
  • Love Is A Deserter
  • Dead Road 7
  • The Good Ones
  • I Hate The Way You Love
  • I Hate The Way You Love Part 2
  • At The Back Of The Shell
  • Sweet Cloud
  • Rodeo Town
  • Murdermile
  • Ticket Man

No Wow (Domino / Self, 2005)

di Valentina Cassano

Eccoli di ritorno, i Kills, con buona pace di quanti li attendevano al varco. E sembra proprio che non abbiano intenzione di cambiare neanche una virgola rispetto al passato. Il che ci può anche stare, se con questo s'intende l'aver trovato una propria cifra stilistica, subito e ben riconoscibile. Ok, allora diciamo che il duo angloamericano con No Wow non ha più possibilità di essere paragonato ad un'altra coppia famosa del rock degli ultimi anni: gli ambigui ed enigmatici Jack e Meg White (un paragone che esiste solo in quanto "coppia", perchè le differenze musicali - e non - sono nette). Poco male, considerando che questa loro consapevolezza li porta ad un clamoroso copiaincolla di loro stessi, senza discostarsi un minimo da quanto già sentito nell'ep Black Rooster e in Keep On Your Mean Side (l'insidia più grande in cui si può incorrere, quando si scopre che "io sono io e sono diverso dagli altri").

Ebbene sì, ancora una volta suoni scarnificati e grezzi, al sapore di alcool e fumo. Ancora una volta staffilate e riff chitarristici, meno riverberati e quindi neanche troppo graffianti (si affacciano in I Hate The Way You Love e nel singolo in perfetto Mtv style The Good Ones). Ancora una volta il blues del Delta da una parte e l'attitudine lo-fi dall'altra, tenute assieme dall'impasto new wave di una drum machine che non lascia spazio neanche ad una timida variazione ritmica (Murdermile e Sweet Cloud racchiudono bene il concetto di debordante narcosi sopororifera per endovena). I Suicide sono ancora qua, con il fiato sul collo, insieme alla corrosività degli MC5 (e pensare che a distanza di quarant'anni riescono ancora a stare su un palco e ad incendiare il pubblico, senza sembrare patetici), con la voce di VV che sgomita fra gli interstizi di Patti Smith e PJ Harvey. Insomma, gli ingredienti sono sempre gli stessi, c'è poco da fare, anche se alcune note di merito bisogna darle alla sinuosità malata e acida di Dead Road 7, alla vena country di Rodeo Town e alla strisciante cantilena su tre note di piano (e dico tre!) della conclusiva Ticked Man.

La ricetta può funzionare ancora e funzionerà (la stampa di settore si è già sperticata in lodi a profusione). Non si mette in dubbio la genuinità della proposta dei due, dediti solo a ciò che realmente sanno fare, ma è un dato di fatto che lavorare per detrazione, almeno nel loro caso, impoverisce di molto il prodotto finale precipitando in una pericolosa calligrafia (e non stiamo parlando di un gruppo di cinquanta elementi, ma di due persone... se si continua a togliere, cosa rimane?). Certo è che ascoltati di seguito i dischi dei Kills non si distinguono l'uno dall'altro, rischiando così di accumulare anni e anni di polvere sullo scaffale. (5.0/10)

  • U.R.A. Fever
  • Cheap And Cheerful
  • Tape Song
  • Getting Down
  • Last Day Of Magic
  • Hook And Line
  • Black Balloon
  • M.E.X.I.C.O.C.U.
  • Sour Cherry
  • Alphabet Pony
  • What New York Used To Be
  • Goodnight Bad Morning

The Kills – Midnight Boom (Domino / Self, 10 marzo 2008)

di Giancarlo Turra

Va di moda la coppia in musica. Sotto agli White Stripes è a un certo punto crollata la diga e siamo rimasti alluvionati da band con un lui musicista poliedrico e una lei “cool” che non riesci a inquadrare del tutto. Nello specifico c’è voluta Londra per far incontrare Jamie Hince e Alison Mosshart (americana col poster di Polly Jean in camera), far loro capire che potevano combinare qualcosa e infine arrivarci davvero a combinarlo, quel benedetto qualcosa. Su Domino, nientemeno.

Per la quale arriva ora il terzo disco, Midnight Boom, sul quale la torbida (?) coppia pare puntare parecchio, avendo convocato alla produzione AlexSpankRock per conferire un velo di commerciabile modernità sulla solita versione ripulitura degli immensi progenitori Royal Trux: elettronica povera, garage sbracato e wave approssimativa con retrogusto pop (mix che per lo più scorre senza impressionare ad eccezione di Last Day Of Magic) in cerca la modernizzazione (??) con beat ballabili ma ruvidi - Sour Cherry; U.R.A. Fever - e puntatine electroclash di giudizioso gusto (un ossimoro, ma tant’è: affatto male, in ogni caso, What New York Used To Be).

Di tanto in tanto l’operazione funziona, come la Gwen Stefani tossica da bassifondi della zozza Alphabet Pony o il cantilenare asciutto di Black Balloon; altrove si percepisce la ruffianata (Cheap And Cheerful) o cogli il duo a riempire di benzina la drum machine e vedere dove porta (Getting Down). C’è un problema di fondo, infatti: il sabato sera danzante in ebbrezza alcolica nel club alternativo (???) arriva solo il sabato, e per il resto della settimana meno un dì di riposo tocca inventarsi delle trovate almeno un po’ credibili. Che potrebbe anche essere la faccia oscuramente folk dei Velvet riesumata tramite i fratelli Reid epoca Darklands (Goodnight Bad Morning), ma non basta a reggere il gioco e far valere la candela. Alison e Jamie sono di sicuro cheap; cheerful, un bel po’ di meno. (5.6/10)