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Josh Ritter

di Stefano Solventi
Defilato, affabile, intenso. Un placido gioco di suggestioni, capace di scavalcare oceani con una sfumatura. In equilibrio su una tensione mai esplicita eppure pregnante. L'abile strategia folk-rock di Josh Ritter.
Foto: Josh Ritter

Un'introduzione a Josh Ritter

di Stefano Solventi

Mi sono imbattuto in Josh Ritter solo nel 2004, in conseguenza di quel po’ di clamore provocato dal tour assieme a Damien Rice. Vi dirò, il buon Rice non mi fa propriamente impazzire, ma Ritter è stato una specie di folgorazione. Quei suoi modi in bilico tra intimismo e allucinazione, la postura defilata ma intensa, la flemma in bilico tra gravità e sfrontatezza, soprattutto la profonda padronanza degli stili che affronta (un folk rock perlopiù acustico capace di abbracciare Dylan e Donovan, John Taylor e Nick Drake, Mojave 3 e Willie Nelson, briciole di Springsteen e atomi di Malkmus), mi avvinsero subito, convincendomi di avere a che fare con un artista di ragguardevole livello. In cui pregi e limiti finiscono col coincidere: mi riferisco al rifiuto saggio e ostinato di variare il repertorio, alla tranquillità con cui disobbedisce al richiamo della schizofrenia stilistica tanto in voga, troppo facilmente identificata tout-court col genio.

Ma se di Beck - il re degli schizofrenici - non ce ne sono molti, di epigoni minori, alcuni fino al ridicolo, capita di incontrarne un bel po'. E pure Beck, in fondo, deve moltissimo al robusto retroterra folk, il quale non a caso impronta il (quasi) capolavoro Sea Changes. Josh Ritter, invece, non sta al giochino, esercita la propria passione con cocciuta pacatezza, lavora sulle proprie corde e sforna dischi dall’ispirazione calda, curati nel dettaglio, ricchi di sfumature per quanto coltivati entro ben delimitati confini. Scavandosi nel cuore le varianti emotive, affidandosi all’arma sottile ma potente delle suggestioni, in ragione delle quali basta una sfumatura per attraversare l’oceano che separa Donovan da Drake, i Byrds dai Mojave 3. Sarà una battaglia un po’ codarda, la sua, riparata in seconda linea. Però, nel suo piccolo, vincente.

Nato a Moscow, cittadina dell’Idaho, sul finire dei settanta, Josh nutre fin da subito una sanissima passione per il folk cantautoriale. Inizia a suonare e comporre assieme a pochi amici (risale al 1999 l’autoproduzione dell’omonimo – e piuttosto acerbo - album d’esordio), intanto che si appresta ad impostare la propria vita sul modello dei genitori - entrambi neurologi - studiando scienze al college. Subito dopo il diploma però, anno 2001, il dottor Ritter si sposta a Boston con la precisa intenzione di registrare The Golden Age Of Radio. Una copia del disco viene notata da Jim Olsen, della Segnature Sounds Recording, che immediatamente ne rimane conquistato, tanto da lanciarlo sul mercato nazionale. Il successo arriva corposo, al punto che del disco parlano (e bene) anche riviste non specializzate come Maxim e quotidiani ad alta diffusione come il New York Times.

È in effetti un album splendido, dove accanto alle diafane aspersioni drakeiane (You’ve Got The Moon) si dipanano acidule cantilene Cat Stevens (la stupenda Other Side), teneri struggimenti da Malkmus col cuore in ambasce (Anne) e angeliche ipnosi circa Mojave 3 (il soporifero incanto di Drive Away). È straordinaria la maturità dimostrata nel percorrere lo stretto sentiero che attraversa il folk tenace à la Billy Bragg e certa allure popadelica (l’asprigna Me & Jiggs), così come non viene mai meno il senso di equilibrio, quel seminare tracce e disperderle con un soffio, che sia il Dylan impensabilmente soffice di Come And Find Me o il John Cougar senza spine di Roll On, che sia il procedere abulico e sognante di Song For The Fireflies (un Donovan svampito tra luci basse e desolazione) o la deliziosa ebbrezza hobo di Leaving. Se Lawrence, KS spalma lo Springsteen più laconico su prospettive roots (la fisarmonica, la rasposa fragranza delle chitarre), la title track sembra un omaggio alla lezione Calexico in materia di suggestioni cinematografiche e deserto, di malinconia tesa tra fatamorgane d’organo. Non c’è una traccia storta o fiacca, tutto si tiene con una disinvoltura quasi irritante. Ma è solo l’inizio. (6.8/10)

A fine 2003 esce infatti Hello Starling, e per Ritter è la consacrazione. Anche se il perverso meccanismo dell’hype preferisce concentrarsi su altri target, ragion per cui è più opportuno parlare di compimento, giacché riconoscimenti e ovazioni sembrano fuori portata. Il principale elemento di novità sembra la rigenerata vis canterina di Josh: si ritrae, si leviga, rintuzza la rugosità e il nasale. Doma l'inquietudine e l'agro sarcasmo che potevano spacciarlo con troppa faciloneria per un novello Donovan. Quanto al resto, siamo sempre lì: non cerca avventure, non sembra importargli, ha la presunzione di bastarsi puramente, teneramente, trepidamente folk-rock. È il suo limite, è la sua forza. Il buon Ritter ha covato negli anni una voce di velluto tiepido, a tratti straordinariamente simile al più malinconico Eddie Vedder (si ascolti Rainslicker), senza altri slanci che non siano una temperata sincerità. Quella voce, dunque, e la chitarra. Poi gli organi, la slide, il violino. Le percussioni discrete, altre tastiere - pure un wurlitzer - e una fisarmonica. Oggettistica country e barbagli psichedelici che spandono il sospetto di chissà quali aperture, e invece non è che la vecchia strategia di suggestioni scavate nel corpo del suono, di direzioni cercate dentro.

A momenti sembra un Dylan in brodo di giuggiole (la veemenza innamorata di Kathleen, irrorata di hammond springsteeniano), quando non un Leonard Cohen acerbo (c’è qualcosa di Suzanne nell'epica essenziale di Wings) o una specie di Buffalo Tom con le spine staccate (nella trascinante Snow Is Gone). Per non dire della flagrante riarticolazione Byrds (via Tom Petty) operata in Man Burning, il cui riff ricalca pari-pari quello eminentemente "archetipo" di I'll Feel A Whole Lot Better. Insomma, al solito non c'è una canzone brutta né sciatta, la logica del riempitivo sembra aliena al buon Josh. Tutto è così sobrio, di una semplicità impeccabile. E tuttavia non viene in mente di definirlo banale, perché tutto è sapientemente conforme al "percorso" estetico prescelto, e in questa prospettiva si muove ispirato, molto ispirato, al punto da cullarti in mestizia e serenità come pochi altri materiali sonori capiti d’incontrare. A tal proposito, i tre pezzi conclusivi rappresentano una straordinaria chiusa di programma: Bone Of Song ovvero il cuore silenzioso del disco, gioco di rimandi "colti" su arpeggio impalpabile, quel concedere chiavi di lettura forse involontaria ("I'll remember your song but i'll forget your name") e forse volontaria ("I am the only unquiet ghost that does not seek rest"); poi Baby That's Not All dove una melodia accademica s'immerge in liquido crepuscolo psych; infine The Bad Actress leggera e saltellante (mi ricorda la remmiana Electrolite), che poi d'improvviso fa salire la temperatura in sella ad allarmanti giustapposizioni di violino distorto. (6.9/10)

Occorre attendere poco più di due anni per verificare se la parabola di Ritter – reduce dal già citato tour con Damien Rice, e fresco di firma con la ben più ambiziosa V2 - viva ancora la fase ascendente. La risposta è: sì. Josh, la sua sensibilità alle prese con un mondo sempre meno accogliente, dà vita a quello che al momento dobbiamo considerare il suo capolavoro. Nel quale il dottor Ritter ostenta ancora intatta l’aria da tipo un po’ rétro, tanto garbato quanto capace, dai rimarchevoli spunti melodici, la voce duttile, armoniosa, piacevolmente anonima. Con The Animal Years insomma il buon Josh non smentisce affatto anzi rafforza i contorni di questo ritratto, aggiungendo alla mistura due tinte essenziali: una tensione amarognola - figlia dei tempi non certo paradisiaci che il Nuovo Secolo Americano sta gentilmente apparecchiando - e il bel lavoro alla console di Brian Deck, producer già al lavoro per Modest Mouse e Iron and Wine, nonché membro dei Red Red Meat. Se la prima si esplica fin dall’iniziale Girl In The War strisciando poi lungo tutto il programma (dalla cupezza accorata – vagamente springsteeniana – di Monster Ballad al disincanto crepuscolare – circa Jackson Browne – di Here At The Night Time), l’apporto di Deck è evidente nel “tuning” tra sentimento e suono, ad esempio consentendo prima a Lillian, Egypt di disimpegnarsi in veste quasi blue-eyed soul e poi - un’attimo dopo - alla successiva Idaho di aggirarsi mesta e nuda in chissà quale stanza, tra gli echi di un falsetto indolenzito e tocchi fantasma di chitarra.

Il programma blandisce sia il nostro lato muffoso che quello modernista (vedi come la galoppata di Wolves impasti modalità “Americana” e screzi elettronici) con la stessa abilità dimostrata nel modulare l’intensità del mood, dal fiabesco dolciastro di In The Dark (un Neil Young ammorbidito a prozac) al dolce tedio di Best For The Best (lo Springsteen laconico e pietoso del Tom Joad) passando per l’asprigna Good Man (dallo sbrigliato trotterellare Tom Petty). Toccando poi con Thin Blue Flame l’apice di quella tensione che dicevamo, ballad lenta e affilata con la voce fra i denti (una brusca flagranza John Cougar), un po’ disanima visionaria e un po’ invettiva disperata, il passo marziale sperso, nel finale una fosca catarsi strumentale. Se questa riflessione sullo “stato delle cose” operata da Ritter risulta efficace è proprio in virtù dell’aria vagamente straight-edge, di quell’apparenza placida, da cantastorie in attesa di tempi migliori ma neanche troppo, che ti apre le difese e poi si siede accanto al cuore. Insomma, non aspettatevi rivoluzioni da questo disco, non è di quelli che spostano le coordinate. Però vi entrerà nel sangue con discrezione, spanderà la sua intelligente, meditata variazione su temi antichi. Con fare affabulatorio ma non pretenzioso, nostalgico senza sembrare anacronistico. Cos’altro possiamo (ancora) chiedere al folk rock se non una disinvolta sincerità? (7.1/10)

  • Girl In The War (album version)
  • Blame It On The Tetons (Modest Mouse cover)
  • Harbortown (b-side from the Animal Years sessions)
  • Peter Killed The Dragon (b-side from the Animal Years sessions)
  • Monster Ballads (early version from Animal Years sessions)
  • In The Dark (acoustic demo version)
  • Girl In The War (acoustic demo version)

Girl In The War EP (V2, dicembre 2006)

di Stefano Solventi

Tanto per gradire, il buon Josh ribadisce. Licenzia un ep – in esclusiva per i-Tunes - dedicandolo ad uno dei pezzi-chiave di Animal Years, la rimarchevole Girl In The War, riproposta tale e quale in apertura e poi in versione acoustic-demo (se possibile ancora più toccante) a sigillare il programma. Altrettanto nude e primordiali altre due perle dall'ultimo opus, una Monster Ballads tutta apprensione e una quanto mai ineffabile In The Dark. La scaletta propone inoltre due b-side (l'asciutta perorazione Springsteen di Peter Killed The Dragon, una Harbortown che solletica dolci fantasmi John Martyn) e la soffice Blame it On The Tetons, riuscita cover dei Modest Mouse, ammiccando forse a quanto già fatto qualche mese fa dai Sun Kill Moon di Mark Kozelek. Grave e soave, intenso e disinvolto, Ritter si conferma interprete e autore di razza. Un ep di consolidamento. (7.0/10)

 

 

 

 

 

  • To the Dogs or Whoever
  • Mind's Eye
  • Right Moves
  • The Temptation of Adam
  • Open Doors
  • Rumors
  • Edge of the World 
  • Wait for Love
  • Real Long Distance
  • Next to the Last Romantic
  • Moons
  • Still Beating
  • Empty Hearts
  • Wait for Love (You Know You Will)

The Historical Conquests of Josh Ritter (Sony / Bmg, 1 ottobre 2007)

di Stefano Solventi

Quinto opus per il buon Josh Ritter, qualcosa che somiglia ad una svolta, uno sbrigliare l'estro tenuto finora troppo a bada nel caldo cantuccio del folk rock. Accade così che tra le tredici tracce di The Historical Conquest Of Josh Ritter - diamine, che titolo - trovino cittadinanza certe declinazioni rock blues imbrattate glam e soul che si fa prima a dire lennoniane (vedi la fragrante Rumors), l'errebì digrignato Kinks madido di allucinazioni gothic di Mind's Eye, o ancora il boogie impellente e distorto come una fregola del giovane Elton John strapazzata lo-fi di Real Long Distance, per non tacere della sbrigliatezza obladìobladà aspersa soul-pop di Right Moves (non troppo lontana dalle dolciastre meditazioni Josh Rouse).

Ciò non eclissa certo la vena nostalgico/tradizionalista (il rigurgito springsteeniano di Empty Heart, il Dylan da taverna di To The Dogs Or Whoever) né il gusto per la più delicata trepidazione (le doglianze tra ectoplasmi orchestrali di The Temptation Of Adam, il tenero sbigottimento strumentale di Edge Of The World e Moons), ma si fa ben più chiaro il lavoro sul corpo del folk, quel vivisezionare amorevolmente il patrimonio genetico che spedisce il cantautore dell'Idaho da qualche parte tra i fratelli maggiori Wilco e il cuginastro M. Ward: si veda il diafano esotismo tra lap steel evanescenti di Wait For Love, oppure gli sfrigolii sintetici squarciati di visioni operistiche nel country sferragliante di Next To The Last Romantic, o ancora lo spasmo folk-funk di Open Doors. Alla resa dei conti, quel qualcosa che si perde in intensità è compensato dall'energia, dall'estro, dalla freschezza. Niente male. (7.0/10)