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Jon Spencer Blues Explosion - Heavy Trash

di Stefano Solventi
Prossimamamente un TRANSMISSION dedicato al gruppo.

 

 

 

Jon Spencer

  • Pure Gold
  • Outside Chance
  • Double Line
  • Kissy Baby
  • That Ain't Right
  • I Want Oblivion
  • Way Out
  • She Baby
  • They Were Kings
  • Crazy Pritty Baby
  • I Want Refuge
  • Crying Tramp
  • You Can't Win

Heavy Trash - Going Way Out With Heavy Trash (Yep Roc, ottobre 2007)

di Stefano Solventi

Eccoci al cosiddetto "sophomore album" per l'entità Heavy Trash, guidata in questo selvaggio sbaraglio da Mr. Jon Spencer e Matt Verta-Ray (leader degli altrimenti cupi Speedball Baby). Per l'occasione vengono reclutati i canadesi Sadies (tra le cui file militò l'amatissima Neko Case) quale backing-band di lusso, ed ecco confezionato un altro disco da party psicotico, rituale feticista per inveterati nostalgici del country-blues elettrificato con tutto quel che significò, ha significato negli anni, e significa oggi. Come per l'omonimo debutto, il suono si cuce addosso la fragranza feroce delle ribalde incisioni fifties, lo stesso gioco a farci una manfrina che per goderne devi volerci stare, requisito necessario e indispensabile.

Devi essere disposto cioè a sentirti sfilare accanto i fantasmi dei Cochran, dei Diddley, dei Valens, di Elvis che squaderna il prima e il dopo negli studi della Sun Records, avendo cura di accettarne la natura di effetti speciali geneticamente modificati. Per poi sbattertene allegramente. Eppoi via di soul-beat come potrebbero gli Animals in fregola Motown (Outside Chance), killeraggi r'n'r sul corpo esanime di Blue Suede Shoes (Kissy Baby), sfacciate copule tra Summertime Blues e La Bamba (Crazy Pritty Baby), roboanti turgori The Who tra grugniti acidi quasi-Parliament (Double Line), rockabilly stradaiolo come avrebbe potuto un Johnny Rotten autoparodistico (I Want Oblivion), e via discorrendo.

Non esiste però falso che non tradisca vizi, crepe ed eventuali virtù della propria epoca. Ecco quindi i pigolii di tastiera e le percussioni sghembe in coda all'Elvis gorgogliante di Pure Gold, ed ecco il ciondolare ebbro, fosco e vetroso di una You Can't Win che sbalestra il mood tra squittii elettronici e reverse psych. Ma davvero nulla di che, solo un'immagine che tremola, uno spiffero sulla pellicola. Il film può ricominciare, e tu puoi scegliere se farti un altro giro o - finalmente - occuparti della signorina che ti siede accanto, bramosa, nell'ombra. (6.2/10)

  • Shirt Jac
  • Son of Sam
  • Train #3
  • Caroline
  • Naked
  • Push Some Air
  • Get with It
  • Showgirls, Pts. 1 & 2
  • Ghetto Mom
  • Latch On
  • Bent
  • Curfew Blues
  • Train #1
  • Jailhouse Blues
  • Fat
  • Down Low
  • Do Ya Wanna Get It
  • Dig My Shirt

Jon Spencer Blues Explosion - Jukebox Explosion (In The Red, novembre 2007)

di Stefano Solventi

Il caro vecchio Jon Spencer ha sempre avuto il vezzo dell'identificazione mimetica. Qualcosa a metà tra la parodia e la devozione. Già coi Pussy Galore aveva sfornato un Historia De La Musica Rock (Caroline, 1990) che ammiccava tanto nella confezione quanto nel contenuto certe pubblicazioni antologiche da edicola più o meno preziose e attendibili. Similmente, poco dopo aver innescato lo scellerato ordigno JSBX - assieme ai fedelissimi nei secoli Russell Simins e Judah Bauer - avviò una serie di singoli ispirati a quelli che Charlie Feathers, imperterrito eroe del rockabilly, snocciolò lungo i Seventies. Ritroviamo insomma questa smania di sommerso insidioso, di borderline graffiante, un alone di culto straccione col quale il Nostro da sempre ama ammantarsi cimentandosi. Un cimento, questo in particolare, durato un decennio (dal '92 al 2002) per dieci singoli al fulmicotone, screanzati e irriguardosi as usual anzi di più, quasi che l'esiguità del formato avesse indotto il trio a sparare le cartucce più abrasive del repertorio.

Doverosa ancorché meritevole quindi l'operazione della benemerita In The Red che raccoglie quei singoli - la Jukebox Single Series - in questo Jukebox Explosion, diciotto tracce che non fanno prigionieri, arrembanti a spasmi funk-blues asciutti e irruenza punk-wave con sclerosi impro e corollari psych che non sto neanche a dirvi, che tanto basta ascoltarsi la sequenza iniziale Shirt Jac, Son Of Sam e Train #3 per ottenere folgorante esplicazione. Riff come badilate di taglio, l'osso scoperto del drumming, il canto distorto svaccato invasato gorgogliante tenebroso, assalti crudi e squittenti di sax alla bisogna proprio come le folate d'armonica e i synth in differita dalla cripta sci-fi, quella stessa dove lievitano i mostri che ci riempiono gli incubi più crapulosi. Fumettistico e marziale incendio che brucia le gambe delle marionette freak'n'roll, ordigni via via più consapevoli, strutturati (vedi il siero hip hop che riempie gli interstizi folli e genialoidi di Get With It e Showgirls, Pts 1 & 2) e compiuti (l'estro iperrock'n'roll di Ghetto Mom), ma non per questo - non ancora - soggiogati, invischiati, cortocircuitati, come invece ahimé nell'ultima fase JSBX. Potenza dell'imprendibile strategia del piccolo formato, chissà. (7.0/10)