Caratteri: [Small] [Medium] [Large]
Introduzione
Critica
Webografia

John Zorn

 

 

 

un
  • Act One, Scene 1: A Secluded Clearing in the Woods/Scene 2: A ...
  • Act Two, Scene 1: A Mediaeval Laboratory/Scene 2: In the Magick Circle
  • Act Three, Scene 1: A Barren Plain at Midnight/Scene 2: An Unnamed ...

Astronome (Tzadik / Demos, 16 settembre 2006)

di Massimo Padalino

L’astronomia fu da sempre una delle più vitali fonti da cui alchimisti, stregoni e ciarlatani si abbeverarono. Questo da che mondo è mondo. Così come un Meyrink ha celebrato la Praga rodolfina della Viuzza D’Oro, dei Tycho Brahe (figura di scienziato-alchimista-trafficone dal naso posticcio in oro) e, soprattutto, dell’alchimista devoto alle dottrine ermetiche John Dee in un romanzo quale L’Angelo della Finestra d’Occidente, Astronome è un po’ l’equivalente sonoro di quello, adattato alla solita smania di Zorn per il pastiche di stili.

Qui il collante, nel postmoderno calderone delle ibridazioni stilistiche incontrollate, è dato dal black metal. Titoli, poi, quali The Innermost Chapel of a Secret Temple o A Mediaeval Laboratory non fanno altro che ribadire come questa sorta di concept in tre atti, mediamente lunghi, respiri col fiato lungo che insuflò vita alle oscure visioni di un Aleister Crowley. Il teatro dell’assurdo, e quello della crudeltà, giocano anch’essi un ruolo in questa rappresentazione a pannelli. Da Artaud a Witkiewicz.

Detto questo, i musicisti coinvolti nel processo esecutivo compongono il solito pocker d’assi per qualità ed affidabilità: Trevor Dunn al basso elettrico, Joey Baron alla batteria, Zorn stesso, Mike Patton alla voce. Il tutto registrato presso gli studi dell’alchimista (un altro!) contemporaneo Bill Laswell. Cradle Of Filth, Candle Mass, Celtic Frost, Mayhem, Napalm Death, Magma, Varese e tanti altri numi tutelari di questo suono mimeticamente metal, trovano in questo disco una degna e gloriosa elevazione ‘a divinis’. (8.0/10)

Copertina: ...
  • Mow Mow
  • Uluwati
  • A Raid On Cottonfair
  • Anulikwutsayl
  • Toys
  • Of Wonder And Certainty
  • Mystic Circles
  • Nekashim
  • Exodus
  • Forbidden Tears
  • Raksasa

The Dreamers (Tzadik, 19 febbraio 2008)

di Vincenzo Santarcangelo

Come molti album del John Zorn “in libera uscita” (si vuol dire, il John Zorn non ingabbiato nei due stereotipi, per certi versi speculari, del compositore serioso e del torturatore di strumenti), anche The Dreamers si presta ad essere idealmente suddiviso in due metà forzatamente giustapposte. Da una parte agisce, genuina e potente, la fascinazione per l’esotico, al solito declinato in innumerevoli forme. Ecco allora le virate surf delle iniziali Mow Mow e Ululati (con tanto di omaggio al maestro Piero Umiliani), il jazzettino very cool di A Raid On Cottonfair e quello screziato klezmer di Toys; la soundtrack music di Of Wonder And Certainty, le suggestioni zigane di Mystic Circles e quelle mediorientali di Nekashim.

Poi, a un certo punto delle sessioni di registrazione, Marc Ribot (chitarra), Jamie Saft (tastiere), Trevor Dunn (basso), Joey Baron (batteria) e Cyro Baptista (percussioni) devono essersi ricordati di essere quello che sono - passatemi l’espediente retorico: a comporre, come sempre, è il solo Zorn. E allora ecco le solite menate prog-fusion-Santana di Anulikwutsayli, Exodus e Raksasa, tre brani che da soli finiscono per dilatare a dismisura la percezione apparente della durata di un album già prolisso motu proprio. Una flora tanto diversificata e un organico da dream team non possono che mandare in sollucchero i frequentatori del Verbo Zorn, che si ritroveranno a gongolare in una sorta di sciarada collettiva che ciclicamente si ripete - grossomodo ad ogni ad ogni uscita discografica del newyorchese. Gli altri, i neofiti o gli scettici, ce li immaginiamo reagire disorientati, straniti, tormentati da un po’ di fastidio, rifugiati al sicuro negli anfratti di una riverente e timorosa epoché. Non foss’altro che per ragioni deontologiche, dovremmo schierarci dalla parte dei primi. Mai come stavolta simpatizziamo apertamente per i secondi. (5.5/10)