Filastrocche e fiabe visionarie e sinistre. Un kazoo che riporta indietro fino al 1967. Un paio di capelloni che sognano di aver visto Syd Barrett agli Abbey Road studios. Lucifer Sam? Forse non proprio... sicuramente Jennifer Gentle.

Facilissimo per un appassionato dei primi Pink Floyd scoprire da dove derivi il nome di questa band padovana, giunta ormai al terzo capitolo della sua carriera. Una carriera tutta in ascesa, che nel giro di quattro anni li ha visti affermarsi a livello internazionale e approdare alla ormai “storica” Sub Pop, etichetta simbolo dell’indie rock anni ’90 (basti pensare ai Nirvana). Eppure, i Jennifer Gentle, per loro stessa affermazione, sono lontani anni luce dall’epoca del grunge e del post rock, che saltano a piè pari per approdare agli anni d’oro della psichedelia, a quei “favolosi anni ’60” che rappresentano il loro vero e unico punto di riferimento. Può sembrare un’operazione alquanto rétro quella di recuperare non solo le atmosfere ma anche il sound (!) di quarant’anni fa. Ma di questo la band veneta non si è preoccupata minimamente, mettendosi rischiosamente in gioco e vincendo la scommessa, accattivandosi i favori di critica specializzata e pubblico. Tanto che un sito gestito da importanti critici americani come Allmusic (e in cui difficilmente i gruppi italiani trovano spazio) li ha promossi quasi con il massimo dei voti.
Tanto Barrett all’origine della band, ma non solo. Ciò che probabilmente li rende interessanti non è solo l’operazione revivalistico-filologica di recupero di un sound perduto (attraverso l’uso di apparecchiature dell’epoca, ad esempio), che pure è evidente e marcata. Nella musica dei Gentle la psichedelia rappresenta solo una partenza, una base su cui costruire il proprio bagaglio di esperienze. Un rifiuto del nuovo solo apparente, che diventa espressione del rock post-moderno, di una musica, cioè, in cui convivono perfettamente avanguardia e tradizione. Già nell’album di debutto I am you are (SillyBoy Entertainment/Audioglobe, 2001) il tentativo di andare oltre la semplice emulazione barrettiana è abbastanza evidente: l’uso di strumenti poco convenzionali al rock (dal kazoo alla fisarmonica), oltre ai classici chitarra, basso e batteria, rende il tutto molto spiazzante e poco “puro” per una semplice emul-band. La formula vincente viene portata alle estreme conseguenze nel secondo lavoro in studio, Funny creatures lane (SillyBoy Entertainment/Giucar, 2002): gli arrangiamenti si fanno più ricchi e complessi, le melodie pop vengono limate e gli episodi free-form si dilatano a dismisura. La necessità di ristampare i due album in un doppio cd (Ectoplasmic garden party) è il sintomo di una crescita di consensi
Il successo arriva, anche dal punto di vista simbolico, con la partecipazione ad alcuni festival internazionali e con alcune importanti esecuzioni in locali simbolo della storia del rock, tra cui il CBGB’S di New York. Il contratto con la Sub Pop sembra quasi la ciliegina sulla torta e la fama comincia a concretizzarsi con l’uscita di Valende.
Ne abbiamo parlato con Alessio Gastaldello, batterista e co-fondatore (insieme a Marco Fasolo, chitarra e voce) della band, alla fine del 1999.
Non so se questo aspetto sia così marcato in Valende, sicuramente lo è nel disco precedente, Funny Creatures Lane. In generale comunque posso dire che l’infanzia, nel suo complesso, è un periodo della vita che mi affascina molto, soprattutto per l’assenza di filtri e condizionamenti che caratterizzano la vita dei bambini. Trovo molto interessante questo aspetto e le sue conseguenze, che non sempre sono quelle “buoniste” che comunemente si riconoscono ai bambini. Penso non ci sia niente di più cattivo di un bambino…sanno essere terribili con i propri coetanei, non hanno nessuna pietà. Secondo me insegnano molto sulla natura umana. Le nostre atmosfere oniriche ed eteree vogliono stare al confine tra sogno ed incubo…d’altronde se si leggono le traduzioni delle fiabe originali e non quelle adattate per i bambini dei nostri giorni non sono affatto rassicuranti, anzi, avevano il fine di spaventare, e questo, indubbiamente, è molto vicino al nostro spirito.
Se con psichedelia intendiamo brani “free-form” certo, in questo album c’è un solo brano, che forse è il più estremo mai inciso da Jennifer Gentle. In questo disco c’è stata una maggiore attenzione non tanto alla scrittura dei brani, quanto alla necessità di far risaltare le composizioni. Voglio dire, anche gli album precedenti contenevano delle canzoni scritte con una certa attenzione, ma l’arrangiamento era orientato all’eccesso, offuscando forse il lavoro di scrittura. All’inizio delle registrazioni di Valende ci siamo posti l’obiettivo di far emergere le canzoni, di incidere solo quelle tracce che contenevano il massimo della potenza espressiva per ogni brano. Forse dunque la differenza maggiore con i dischi precedenti è legata all’arrangiamento più che alla scrittura, infatti alcuni brani di Valende esistevano già all’epoca di I am you are ma solo ora siamo riusciti ad inciderli in modo adeguato. Penso che questo sia dovuto anche all’esperienza accumulata in questi anni…
Il titolo del brano è legato ad un incubo di Marco degno di un film di Polanski… Valende è concepito a dischi concentrici, c’è un primo livello esterno pop, un secondo acustico, un po’ più dilatato e inquietante ed infine un cuore centrale completamente decostruito, l’antimateria del pop…è come se muovendosi dall’esterno verso l’interno le canzoni iniziassero a disintegrarsi e si avvicinassero al cuore nero del disco. Almeno, questo è quello che avevamo in mente noi…
E’ uno degli ultimi pezzi scritti per Valende. Quando ormai il disco si era delineato nella sua forma, che è appunto quella che ti descrivevo prima, ci siamo resi conto che, dopo aver inciso un pezzo come Hessesopoa, era necessario controbilanciare il tutto, così Marco ha estratto dal cilindro questo pezzo. Direi che I do dream you e Hessesopoa sono i due estremi dell’album, e del nostro mondo in generale, entrambi necessari, anzi, la contemporanea presenza di entrambi non fa che esaltarne le rispettive potenzialità. Almeno così mi auguro. Una volta completato l’album è stato abbastanza logico scegliere I do dream you come singolo…
Non ne ho idea, penso che sia un discorso legato al background, non solo musicale. Certe cose in Italia non vengono percepite, penso anche ad altri gruppi, come ad esempio gli Shins, che non mi sembra in Italia abbiano un gran seguito mentre negli USA hanno sfondato. Non saprei a cosa è dovuto questo, spero solo che le cose cambino, anche perché la mia impressione è che quando riusciamo ad arrivare al pubblico gli apprezzamenti non mancano. Quando abbiamo partecipato a qualche grande festival il pubblico, che era lì per vedere ad esempio i Mogwai, ci ha comunque apprezzato. Le prime date del tour che abbiamo appena iniziato sono incoraggianti da questo punto di vista…certo, fa sorridere pensare che siamo dovuti passare per Seattle per avere maggiore attenzione, ma va bene comunque, anzi!
Noi non ci siamo mai sentiti legati all’indie rock, se con questo intendiamo un codice estetico tipico degli anni ‘90. La nostra storia ha altre radici, che poi possono essere comuni a quelle dei gruppi comunemente denominati indie, ma sicuramente nella nostra discografia ci sono i dischi di Zappa e non dei Pavement, di Neil Young e non dei Grandaddy, dei Can e dei Neu! e non degli Stereolab. Voglio dire, c’è un mondo antecedente all’indie-rock. Conosco poco gli Yuppie Flu e non mi sembrano molto affini.
Ci riallacciamo a quello che si diceva qui sopra. A noi il post-rock non è mai interessato, anzi, per quel poco che conosciamo lo sentiamo molto distante e non saprei individuarne delle tracce nella nostra discografia. Non sarei così sicuro che la musica con cui siamo cresciuti circoli meno delle cose più moderne, semplicemente sono meno cool e se ne parla meno, ma se entri in un qualsiasi negozio di dischi è molto più probabile trovare il primo dei Velvet che non qualcosa degli Slint… o sbaglio?
Noi abbiamo sempre battuto entrambe le strade, quella dei pezzi più free e quella dei pezzi più scritti. Come ti dicevo prima in questo lavoro abbiamo cercato di far risaltare il lavoro di scrittura tramite degli arrangiamenti più essenziali. Abbiamo lavorato molto in pre-produzione provando diverse soluzioni, probabilmente questo ci ha aiutato ha trovare la giusta dimensione ai pezzi che abbiamo inciso. Penso che per noi non si tratti di una novità quanto di un traguardo finalmente raggiunto grazie ad una maggiore esperienza, per noi la scrittura dei pezzi è sempre stato un aspetto centrale del fare musica.
Sì, certo, l’ironia è un’altra sfumatura della nostra musica. Quando è ben dosata ha delle capacità espressive enormi ma poco sfruttate…per noi è abbastanza naturale comporre brani di questo tipo…
Sono le circostanze che ci hanno portato a lavorare in due. Comunque anche nei dischi precedenti il lavoro principale è stato svolto da me e Marco, raramente abbiamo lavorato tutti insieme, addirittura I am you are è per metà inciso e suonato solo da me e Marco. In realtà la parte di composizione in senso stretto è lavoro di Marco, io lo aiuto ad arrangiare ed incidere i pezzi. Con Nicola il discorso si è chiuso in seguito ad una serie di incompatibilità caratteriali che poi si sono trasferite anche a livello musicale, mentre Isacco è ancora con noi, solo che gli impegni professionali l’hanno tenuto lontano da noi durante le registrazioni. Ora la band prevede Francesco Candura al basso, Liviano Mos all’organo e Paolo Mioni ed Isacco Maretto che si alternano alla chitarra a seconda degli impegni professionali.
Sono stati tutti momenti divertenti ed importanti. Molte volte ci siamo sentiti appagati, ma la voglia di spostare sempre più in avanti il confine ha prevalso. Certo, il giorno che abbiamo firmato il contratto per Sub Pop un pensierino simile l’abbiamo fatto, ma abbiamo sempre ritenuto di meritarlo…Il CBGB’S è un posto incredibile, fuori dal tempo…I Mogwai li abbiamo appena incrociati durante il soundcheck per cui non abbiamo avuto un grande scambio, giusto un paio di sorrisi… Con Makoto invece è nato un bel feeling sin dal primo momento, d’altronde The Wrong Cage è la testimonianza del nostro primo incontro ed ha una potenza notevole! Quella sera è stata sicuramente una delle più belle della nostra carriera, c’era una bella atmosfera. Anche i concerti a New York sono stati notevoli, abbiamo fatto una buona impressione al pubblico americano e non vediamo l’ora di tornarci!

Arrivare fino a Seattle e tornare: il minimo necessario per una band nostrana di qualità, che ha come obiettivo quello di uscire dalla clandestinità carbonara indipendente? In un certo senso sì, dato che l’approdo su Sub Pop ha smosso un po’ di acque ed ha rivelato le potenzialità dei Jennifer Gentle anche a coloro che del sottobosco italiano se ne sono sempre fregati. E d’altra parte un singolo come I Do Dream You non può lasciare indifferente nemmeno un ascoltatore che non abbia mai sentito parlare della scena alternativa, tanto è il potenziale radiofonico di un pop così scanzonato. Ma questa è solo la punta dell’iceberg di un album con tre anime: quella più allegra e divertente, dove traspira appieno l’ironia e la goliardia di Marco e Alessio, quella più ragionata, dove lo spleen delle ballate rimanda direttamente alle atmosfere fiabesche di certe memorie anni settanta, ed infine quella più libera e sregolata, fatto di eccessi ed improvvisi spaesamenti. Il viaggio intrapreso da Valende porta dritto al nucleo dell’album, quasi un percorso di progressiva assuefazione che culmina con gli intermezzi da menestrelli di The Garden (parte 1 & 2) e le follie psicotrope di Hessesopoa . È in questa traccia che l’aspetto free form prende il sopravvento, dando vita a visioni allucinate, caos lisergico e tremori spettrali; un incubo degno dei film di Polansky, un brano angosciante ed allo stesso tempo innocente che si dissolve in un effetto notte disturbato. Da qui il tragitto si fa inverso, con Golden Drawings e Liquid Coffee che tornano ad un clima incantato e carezzevole per poi arrivare al finale esuberante e scherzoso di Nothing Makes Sense. Un disco concepito non come semplice raccolta di brani da enumerare l’uno di seguito all’altro, bensì come un’opera ben strutturata ed allo stesso tempo variopinta, che merita l’attenzione speciale di quanti avranno l’accortezza di procurarselo. (7.1/10)

Jennifer la gentile si ripresenta al suo pubblico con una pietanza di quelle che si cucinano solo per gli amici più intimi. A New Astronomy è infatti la riedizione di un cd-r limitato a sole 100 copie uscito nel 2005 per Sub Pop e che funge da piacevole antipasto in attesa del nuovo album previsto per il 2007.
Dedicato all’astronomo fai-da-te Giovanni Paneroni, vissuto nella prima metà del 900 e teorico di una nuova astronomia antitetica a quella copernicana (piattezza della terra, pochezza del sole (null’altro che una sfera di 2 metri di diametro e 14 kg di peso!), A New Astronomy è un condensato di registrazioni casalinghe eterogeneo ed eccentrico. In quella che è una raccolta di esprimenti registrati su un 4 tracce nella camera da letto di Fasolo, trova spazio la vena più sperimentale e ostica del gruppo: dai drones fantasmatici dell’iniziale Lost Aurora, alla melodia per carillon alieni di Hidden Hower, dalle convulsioni autistiche di Red Apple Devil al noise percussivo di Sex Rituals Of The Dead e The Cannibal Club. I pochi momenti più rilassanti fanno, però, riemergere la cristallina classe dei nostri: è il caso di Hollow Earth Theory, piccolo scrigno di una psichedelica quasi pastorale, o del piccolo sketch cabarettistico-cantautorale della conclusiva Me And Joe On The Moon.
A New Astronomy è dunque un disco eclettico e vario, dal mood fortemente cosmico, in cui i nostri ridisegnano il loro personale universo sonoro, distillando piccole gemme di cosmic-rock frammista a psichedelica dronata che restano una spanna al di sopra di tanti altri gruppi, non solo italiani. Con questa premessa non possiamo che attendere nervosamente il prossimo album. (6.5/10)

Perso per strada il batterista Alessio Gastaldello, la Marco Fasolo's One Man Band, altrimenti detta Jennifer Gentle, torna a farsi viva per i tipi Sub Pop a due anni dal fortunato Valende. Come allora anzi più (intensamente) di allora, trattasi di un tuffo tra i modi e le atmosfere freak/psych dei sixties da cui il palombaro multistrumentista (chitarre, basso, batteria, tastiere varie...) riemerge col retino pieno di mostriciattoli anfibi, naturalmente psicotropi, icasticamente lisergici, grottescamente visionari. Prendete a titolo di esempio il vaudeville sgangherato beat di It's In Her Eyes, o l'apnea evanescente tutta pungoli di chitarre ed ectoplasmi d'harmonium di Quarter To Three, o ancora lo stomp macabro e fors'anche avariato di Telephone Ringing.
Inevitabilmente capita di scorgere spettri dalla fisionomia sospetta, come i Kinks swinganti e sdrucciolevoli nella beffarda Take My Hand, i Pretty Things vorticosi nel delirio madreperlaceo di The Ferrymen, addirittura il Waits più invasato tra i vaticini amniotici di Granny's House. Tranquilli, non sto scordando il vate Barrett: c'è eccome, annidato nel dna di pressoché tutte le tracce, a mo' di fantasma pacificato nell'iniziale Twin Ghosts e nella lenta deriva di Come Closer, sorta di vascello interstellare coi motori spenti.
Ma arriviamo al dunque. Alle dolenti note, se vogliamo. Perché in quel famoso retino manca la preda più importante, la più difficile. Questa preda è l'abisso stesso, già carburante irrinunciabile per gli immaginifici decolli dell'immaginifico Syd. Il buon Marco invece non ne cattura abbastanza, quasi per nulla. Padroneggia l'incastro delle tessere con guizzante ingegnosità, ma scorda di renderci partecipi delle sue ossessioni. C'intriga, ma non ci scuote. Ci convince, ma non ci avvince. Ragion per cui non resta che osservarne le evoluzioni come si fa con le cose curiose. In attesa della prossima bizzarria. (6.0/10)