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Jason Collett

di aavv

 

 

 

Copertina: ...
  • Fire
  • Hangover Days
  • Brownie Hawkeye
  • We All Lose One Another
  • Parry Sound
  • I’ll Bring The Sun
  • Tinsel And Sawdust
  • Feral Republic
  • Pavement Puddle Stars
  • Almost Summer
  • Pink Night
  • These Are The Days

Idols Of Exile (V2 / Edel, 2006)

di Mandredi Lamartina

Se parliamo di musica canadese non si può prescindere dal citare Jason Collett, una delle figure cardine della scena nordamericana. Non a caso il suo è uno dei tanti nomi illustri che ruotano intorno all’orchestra indie rock dei Broken Social Scene. Idols Of Exile è la sua nuova prova solista, che riconferma ancora una volta la vena canzoniera del suo repertorio più intimo e personale.

E sin dalle prime note di Fire – praticamente un ipotetico lato b di You Forgot It In People – Collett mette subito in chiaro le cose: siamo dalle parti di un pop raffinato negli arrangiamenti come un pezzo indie ed orecchiabile come la migliore musica radiofonica. Spazio quindi ad accordi pieni di chitarra acustica, ad inserti di strumenti a fiato, a ritornelli da cantare a mezza voce in automobile o sotto la doccia. Dalla malinconia studiata a tavolino di We Are Lose One Another – il cui incipit ricorda da vicino Disarm degli Smashing Pumpkins – all’euforia in stile Cure di I’ll Bring The Sun, dall’atmosferica Tinsel And Sawdust agli accenni spensierati di chitarra e basso di Pavement Puddle Stars, è tutto un susseguirsi di canzoni da ascoltare a cuor leggero e con lo sguardo disteso.

Non è certo il disco più significativo tra quelli che portano la firma di Collett, ma è pur sempre un lavoro che mostra vitalità e buon gusto. Dispiace solo che difficilmente potrà trovare il giusto riconoscimento popolare al di là dell’angusto giardinetto dell’indie rock. (6.5/10)

Copertina: ...
  • Roll on Oblivion
  • Sorry Lori
  • Out Of Time
  • Papercut Hearts
  • Henry's Song
  • Charlyn, Angel of Kensington
  • No Redemption Song
  • Through The Night These Days
  • Nothing To Lose
  • Not Over You
  • Somehow
  • Waiting For The World

Here’s to Being Here (Arts and Crafts, 27 marzo 2008)

di Paolo Bassotti

Non accade spesso che nel disco di un cantautore la presenza del produttore sia onnipresente, al punto da togliere talvolta la scena al protagonista. Vengono in mente il vituperato ruolo di Phil Spector in Death of a Ladies Man di Leonard Cohen o il sound paludoso imposto da Daniel Lanois a Time out of Mind di Bob Dylan. Per questo suo nuovo lavoro Jason Collett si è affidato alle cure di Howie Beck, collega e concittadino di Toronto, che segna il disco con tocchi raffinati e un suono pulito, scintillante. In pochi secondi dimentichiamo il vorticoso sound dei Broken Social Scene, storici compagni di viaggio di Collett: basta prestare attenzione a come irrompe l’elettricità in Sorry Lori, senza furia, senza follia. Charlyn, Angels of Kensington potrebbe appartenere agli Apostle of Hustle dell’ospite Andrew Whiteman, ma è solo un episodio di un percorso eclettico, non il riferimento al sound di una scena che un paio di anni fa pareva in grado di innovare il rock.
In Collett c’è un’eco di Dylan. Non nella voce stessa, piuttosto nel suo uso, in certi indugi e certe forzature. Il risultato dell’unione con un suono tanto rifinito, middle of the road si sarebbe detto trent’anni fa, fa pensare al disco che la Asylum avrebbe voluto da Dylan e dalla Band invece del frettoloso Planet Waves, o al Tom Petty di The Last DJ, tanto devoto alla leggerezza da non poter evitare di accompagnarsi a Lindsay Buckingham.
Here’s to Being Here, fedele ai suoi modelli, si lascia ascoltare senza intoppi, si lascia “guidare”, per intenderci. Ma la maggior parte delle canzoni passano nell’autoradio senza lasciare il segno. Che cosa rimarrà? Henry’s Song, perfetto esercizio di neoclassicismo, una delle canzoni dell’anno, se domani mattina ci dovessimo svegliare nel 1974, e Not Over You, splendida davvero, che pare presa in prestito ai Fleetwood Mac. (6.4/10)