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Isobel Campbell & Mark Lanegan

di Stefano Solventi

 

 

 

 

 

Copertina: ...
  • Deus Ibi Est
  • Black Mountain
  • The False Husband
  • Ballad Of The Broken Seas
  • Revolver
  • Ramblin' Man
  • (Do You Wanna) Come Walk With Me?
  • Saturday's Gone
  • It's Hard To Kill A Bad Thing
  • .Honey Child What Can I Do?
  • Dusty Wreath
  • The Circus Is Leaving Town

Ballad of the Broken Seas (V2, gennaio 2006)

di Stefano Solventi

Mark e Isobel. L’ombroso e la fighetta. Il burbero e la snob. Il gigante e la bambina. Giocano a camminare sul bordo scivoloso della loro improbabile unione/combinazione, confondendo le acque e le atmosfere, spiazzando e disinnescando attese, confidando in un’ovvia presunzione figlia di cotali pedigree. Si prendono per mano invitandosi l’un l’altro a fare quattro passi nell’altrui ossessione: ora è Mark ad apparecchiare una ballad cavernosa cui Isobel regala vocalizzi flautati e fantasmatici (la title track, l’iniziale Deus Ibi Est), ora è la signorina a piegare la barra e la rotta verso un’obliqua allure Bacharach (Dusty Wreath) e Hazlewood/Sinatra (The False Husband), cui il vocione dell’ex-Screaming Trees si presta ben volentieri.

Ma a sorprendere davvero sono i momenti nei quali da tanto diverso background sboccia una sintesi strana, non perfettamente a fuoco, anzi malferma, carica tuttavia di fascino scuro, come quando Honey Child What Can I Do? cuce le ascendenze buckleyane di Mark e lo struggimento british di Isobel finendo col somigliare ad un Nick Drake apocrifo. O come quando Black Mountain disegna reminiscenze Fairport Convention tra vapori Simon & Garfunkel, o come l’Hank Williams di Ramblin’ Man resuscitato tra sulfurei sussurri (lei) e convulsioni waitsiane (lui). E’ il tipico programma che svela piccoli tesori con gli ascolti, come le vibrazioni Johnny Cash di Revolver o la citazione filmica – non togliamo la sorpresa ai cinefili - nel finale di Saturday’s Gone. Un disco che si rannicchia nel proprio raggio d’azione, senza ambizioni troppo vistose anzi con la sordina dei progetti nati e cresciuti all’ombra di certe cocciute intuizioni, di certe insospettabili empatie. In questo senso, e solo in questo, potremmo indicare tra i suoi parenti lavori come Out of Season di Beth Gibbons o Slush degli Op8, anche se a onor del vero quelli vanno posti su un gradino più alto nella scala dell’ispirazione. A buon intenditor… (7.2/10)

  • Seafaring Song
  • Raven
  • Salvation
  • Who Built The Road
  • Come On Over (Turn Me On)
  • Back Burner
  • Flame That Burns
  • Shot Gun Blues
  • Keep Me In Mind Sweetheart
  • Something To Believe
  • Trouble
  • Sally Don't You Cry

Sunday At Devil Dirt (V2, 5 maggio 2008)

di Stefano Solventi

Non rimane che arrendersi. All'evidenza. La combinazione innescata da questa improbabile coppia, funziona. Muovendosi sul crinale tra stilosità artefatta e devozione strascicata, con grazia infeltrita e disincanto inesorabile, tanto che alla fine smetti di porti il problema e - appunto - ti arrendi. Ti concedi. A queste canzoni, a questo western da boudeoir, a questa chimica di sabbia, seta e celluloide: vi basterà la lugubre fatamorgana di Raven - duello Cohen vs. Gainsbourg sotto un cocente sole Morricone - a chiarirvi il che e il come. Insomma, porco cane, il secondo opus della ditta Lanegan & Campbell è un (altro) gran bel disco. Con due meriti principali: mettere in fila una dozzina di buone canzoni, tra cui un paio ottime; recuperare il Lanegan dei tremori frugali, quello delle field songs carezzate da lucciole spettrali, chitarra e voce tra il front porch e l'inferno (vedi Salvation e quella Keep Me In Mind Sweetheart che riesumano l'inquieta pacatezza di Fred Neil e Tim Hardin).
Ma il senso del lavoro sta ovviamente nell'incontro tra due voci-mondi la cui plateale estraneità fonde in un vortice fumoso, lievemente ipnotico, piece minimale con le arguzie e le moine sotto il pelo del sensibile ma i fremiti ad altezza del cuore. Roba come Trouble, assorto passo folk blues con le spore jazzy del drumming in punta di bacchetta e l'hammond sperso, oppure come quella Who Built The Road con le voci a galleggiare sulla spuma degli archi che ti scomoda miraggi Hazlewood-Sinatra via Cave-PJ Harvey, per non dire dell'inquietudine agra, quasi surreale di Flame That Burns, marcetta nella cui rete finisce l'innocenza perduta a cavallo tra sixties e seventies.

C'è in agguato il retrogusto della posa, della scenografia per quadretti emblematici e furbastri, ma va bene così perché gli attori ci sguazzano come ragni nella ragnatela, si tratti della setosa ossessione gospel di Back Burner o della torbida febbre blues portisheadiana in Come On Over. Una coppia talmente azzeccata che dispiace saperla convergenza occasionale di due carriere parallele. Questo matrimonio sarebbe da fare. (7.6/10)