
Il milieux dell’alcova Isis trova nuova linfa nell’ispirazione Swans (che già abbeverava il precedente Oceanic), il cui culto misterico fa della musica il rimedio emozionale dell’esistenza e non concede un minuto di lisi in quest’ultima fatica, ove la band capitanata da Aaron Turner si adopera con attitudini e stati d’animo plumbei e teterrimi.
Panopticon è un carcere settecentesco monitorato da torri dalle quali nulla sfugge al carceriere, una focoultiana medianizzazione repressiva che pessimistiche note disegnano nella densità scheletrica di un umbratile, drammatica intensità. Il plasma sonoro virato doom approccia misure vocali nomologiche, paralitiche, ossessive, sebbene il tappeto di sinth che avvolge la composizione normalizza il fluire delle chitarre, così che la proposta non “pesa” più dell’oro. La speranza della guarigione affascina ed i rimedi possibili alla malattia del mondo sono insospettabili virtù catartiche che i bostoniani restituiscono con una tensione che ricorda il climax Peach. Il chiaroscuro di un viaggio ecatombale e catacombale seduce chi vi si accosti e lenisce nell’autodissolvimento di raffinata composizione spettrale.
Suoni non giovanissimi (ma, forse, per giovanissimi) che, di converso, mostrano superbia atavica e nihilismo heideggeriano, totemizzazione faustiana e radicalità berlinese, il tutto cucinato con prevedibili e minimali scenari melodici. Fendenti squarciano la partitura dell’iniziale Do Did We, ma le musorskiane campane del Montecalvo rischiarano ed elevano all’aletheia gli azzurri di un luminoso finale. Backlight sfugge per diluirsi con In Fiction, quasi una liturgia dell’apocalisse prossima ventura, prontamente anestetizzata dalla successiva Will Dissolve. Così, seguendo traiettorie gimcaniche e sinusoidali, Syndic Calls ed Altered Corse flettono elasticamente, per spingere il trampolino del summa teoretico di Panopticon: la cattedrale finale di Grinding Mouths, dove opercoli, mostriciattoli e guglie runiche segnalano la natura della speranza, mietendo proselitismo.
Il Grande Fratello adotterà ogni strategia e spiegherà ogni tattica per manipolare le vostre coscienze, ma il rimedio emozionale di cui sopra regalerà all’ascoltatore prospettive di reincarnazione profetica e gli oppressi sfideranno il creatore. Un’ora di frankensteiniana risurrezione, un mandala tibetano, un trip psicotico e draculesco la cui tentazione ammalia e possiede mediante dilatazioni mediane, tra post-metal e folk esistenziale che consentono dunque alla band di preparare all’infinito l’infinito rito del trancerooning. Le quattro malie della conoscenza - poesia, filosofia, erotica e musica - da cui tutto nasce, sono rispettate. (7.2/10)

A distanza di cinque anni dalla data di pubblicazione, la Neurot, etichetta dei Neurosis ripubblica questo significativo ep della band americana (non si capisce chiaramente il perché: successo?). Gli Isis non hanno bisogno di presentazioni: a capo dell’ala più avanguardista del metal estremo, hanno contribuito come pochi a liberare il genere sia dalla sua veste conformista, sia dalla vuotezza dell’imperante virtuosismo (pericoloso, come spesso accade, se è fine a se stesso) aprendo la strada a un approccio di ricerca, non a caso definito avant-metal. Tempi dilatati, suoni al limite dell’ambient e sperimentazione a tutto campo, affiancati alla violenza più brutale del death metal: il risultato è un sound sofferente, malinconico e rabbioso, elaborato con grande mestiere.
Punto di incontro tra gli esordi di Celestial e i fasti di Oceanic, Sgnl>05 si pone a metà strada nella carriera della band e lascia il segno, con Divine Mother a rappresentare il lato più cruento e Constructing Towers quello più sperimentale della musica degli americani, che costruiscono nel vero senso del termine edifici sonori marmorei, spaventosi, ma di una bellezza difficilmente discutibile.
Chicca di questo lungo ep (più di 35 minuti di durata) il remix di Celestial per mano di Justin K Broadrick (Napalm Death, Jesu, Godflesh) che conferma ancora una volta - seppure ce ne fosse bisogno - il legame, musicale e personale, tra le due band. (7.0/10)

Che gli Isis abbiano un debole per il post-rock è ormai cosa nota, ma è difficile immaginare la loro furia placarsi in una eterea ballata in stile Sigur Ròs: è, invece, una delle tre cose che accadono nei venti minuti abbondanti del quattordicesimo volume In The Fishtank. A prima vista una delle accoppiate più insolite della serie, a ben guardare i due gruppi, che hanno condiviso per due giorni la sala di registrazione nel luglio del 2005, hanno in comune un approccio progressivo alla composizione, una certa epicità di fondo, e un po’ di sano eclettismo. Autori di un disco - Sleep And Release - che nel 2003 aveva spaccato a metà la critica, gli scozzesi Aereogramme - alle prese anch’essi con la realizzazione di un nuovo album - spandono la propria ombra lunga sulla ballata di cui sopra, Stolen, grazie soprattutto alla voce di Craig B. e alla lunga coda strumentale sospesa e dronata che chiude i dieci minuti abbondanti del brano.
È soprattutto Isis invece il pesante riff di Delial, in cui Turner e soci si concentrano in esercizi Tool - si ascolti la parte finale del pezzo - mentre evidentemente erano alle prese con la composizione di In The Absence Of Truth. È nella iniziale Low Tide - un ottimo brano di rock psichedelico ed ipnotico che si frantuma in uno slabbrato finale percussivo - invece che le due anime si fondono compiutamente. C’è un po’ di Isis nelle chitarre, Aereogramme nella voce, ma per quanto ci si sforzi di smembrarlo, pare essere partorito da una sopravveniente terza entità di cui è difficile scindere i costituenti: da solo giustifica l’acquisto di uno dei capitoli più interessanti della serie In The Fishtank. (7.0/10)

In The Absence Of Truth esaspera il processo di rarefazione e stratificazionedel suono Isis già avviato con i due precedenti lavori: bisogna aspettare ben sei minuti e mezzo per ascoltare il primo growl di Aaron Turner nell’iniziale Wrists Of Kings, sorta di preghiera pagana intrisa di spiritualità tutta Neurosis. La claustrofobica cappa sonora degli esordi ha lasciato il posto a tessiture sonore complesse e policrome – eccellente il lavoro delle chitarre -: dalle finestre delle carceri benthamiane di Panopticon è quasi possibile scorgere squarci di cielo azzurro.
In In The Absence Of Truth estremo non rima necessariamente con pesante. Se dello sludge-core di Celestial e The Red Sea si scorge ben poco, estreme nondimeno rimangono le innumerevoli variazioni tematiche all’interno di un singolo brano (Garden Of Light), le sempre più frequenti e centripete divagazioni strumentali (Dulcinea), l’insistito tribalismo della sezione ritmica di Aaron Harris (Not In Rivers But In Drops), un massiccio e oculato utilizzo dell’elettronica (Over Root And Thorn, All Out Of Time, All Into Space). Estremo, come sempre in Isis, lo slancio catartico verso l’infinito, e avvolgente l’aura di numinoso che si respira in tutte le lunghe composizioni.
Tuttavia non è ancora il disco che ci saremmo aspettati dai bostoniani: perché indugia tra una personalissima rilettura del post-hardcore e una richiesta di affiliazione presso il gotha del progressive metal mondiale - oltre a fantasmi Tool percepibili in più luoghi, è agli svedesi Opeth che brani come 1000 Shards e Holy Tears volgono lo sguardo -; perché il cantato melodico di Turner, mai così presente, continua a non convincere del tutto, e pare talvolta tarpare lo slancio mistico ed ultraterreno della musica. Perché in fondo un giorno vorremmo ascoltare un intero album che suoni come Firdous E Bareen, splendido dub primitivo e incalzante su cui probabilmente Justin Broadrick non tarderà a mettere le mani. (6.7/10)

Per rendere più tribolata l’attesa del nuovo album la Ipecac pensa bene di far uscire, proprio a ridosso di In The Absence Of Truth, il primo Dvd monografico sulla band di Boston. Clearing The Eye si sofferma in special modo sulle esibizioni live del quintetto e non potrebbe essere diversamente, se si considera - aiutati dalle curate didascalie del booklet - come pressappoco nulla sia stata l’attenzione indirizzata sinora al formato videoclip: per evidenti ragioni estetiche, si dirà, ma ben stranamente, se si pensa alla maniacalità con cui Aaron Turner cura il maquillage del concept Isis.
Il solo esperimento sinestetico è dunque il video di In Fiction, girato e montato senza troppi fronzoli da Josh Graham dei Neurosis: l’eccessivo senso di artigianato che lo pervade e qualche ingenuità di troppo spuntano gli aculei polemici delle note esplicative, in cui si lamenta scarsa considerazione da parte dei network televisivi.
Gli Isis dal vivo, dunque. L’esibizione integrale dell’11 febbraio 2005 presso l’Annandale Hotel di Sidney e i tre brani selezionati da altrettante performance dello stesso anno confermano le perplessità già rilevate di persona durante il tour europeo di Panopticon. Le maestose suite degli ultimi album perdono molto della loro cristallina essenza ottenuta in seguito ad ore di lavoro in studio, lasciando il posto ad un torrenziale fiotto sonoro che sacrifica gran parte delle sfumature cromatiche originarie. Anche le dilatazioni ambient sono ottenebrate da un’atmosfera massimalista grezza e viscerale, sì che l’aura sacrale che le avvolge su disco finisce per svanire miseramente: in questo senso, gli Isis hanno ancora molto da imparare dai Neurosis e dai loro memorabili live.
Va meglio con i brani risalenti ad esibizioni del 2001, estratti da due differenti serate al CBGB’s di New York. In quel periodo di apprendistato Neurot, la band è nel pieno della transizione che la condurrà da uno scomodo passato sludgecore, ancora largamente intuibile nella resa dei brani, verso i lidi di un post-hardcore evoluto e pensante. L’afflato mistico lascia dunque il posto ad atteggiamenti da poseur hardcore, un suono asciutto ed opprimente - reso ancor più claustrofobico dalle incursioni proto-industrial di Cliff Meyer - occlude qualsiasi spazio a respiri ambient o divagazioni strumentali. Sulla linea di gruppi come Godflesh, Halo e Knut, gli Isis di Celestial e Mosquito Control si facevano interpreti di un suono ottuso e poco incline a compromessi che - avessero proseguito ad alimentare - difficilmente avrebbe portato al recente ed in parte inaspettato successo di pubblico. Resta il dubbio se, in realtà, non fosse proprio quella la strada giusta su cui proseguire.
I contenuti extra del dvd consistono in due gallerie fotografiche tratte dai recenti tour e in una interfaccia grafica molto ben curata che fa il punto su una discografia che inizia a farsi cospicua. (6.0/10)
Non è passato molto tempo da quando Celestial (così come la sua continuazione, il bellissimo EP SGNL>05) ha imposto gli Isis come qualcosa di assolutamente nuovo nel panorama del metal estremo. Trame intricate, tempi dilatati, costruzioni complesse, tempi irregolari: tutto ciò che qualche anno prima aveva caratterizzato la nuova attitudine del post rock, veniva qui trasferito ai suoni brutali dello stoner. Qualcuno lo aveva definito avant-metal e, al di là della poca utilità delle etichette, ci aveva azzeccato.
Eppure, oggi, a distanza di appena sette anni da quel fatidico album, gli Isis sono riusciti a perdere per la strada tutta la loro carica propulsiva e propositiva, oltre alla loro originalità, per trasformarsi in una sorta di appendice di gruppi come Slint e alter ego dei Pelican, quando non sembrano la versione banalizzata dei Godspeed You! Black Emperor. Restano i tempi dilatati, ma è il sound metal ad essere scomparso quasi del tutto, relegato a pochi brevi episodi “di maniera”. La sostanza del concerto della band di Los Angeles all'Estragon di Bologna, sta tutta in queste scelte estetiche ormai assolutamente prevalenti. La scaletta è tutta imperniata sugli ultimi due lavori in studio del quintetto, Panopticon e il recente In The Absence Of Truth, album che prediligono le atmosfere tenui e concedono ampio spazio a melodie lineari dalla leggera vena darkeggiante. Il risultato è di una prolissità senza confini, con uno schema, sempre lo stesso, che vede nell'aumento d'intensità l'unico vero elemento variabile di una composizione. Un po' poco. Sicuramente meno di quanto avevano proposto gli Oxbow un'oretta prima, per quanto anche loro, sorprendenti in studio per fantasia e sperimentazione, abbiano optato per soluzioni semplici rispetto al loro stile originale, che a tratti potrebbe ricordare perfino i Pere Ubu. E pensare che in parte del tour europeo (non in Italia), le due band erano affiancate dai Boris, che, se non altro, avrebbero aggiunto un pizzico d'interesse a compensare la noia della serata.

Avviandosi per una cinematica in b/w, e differentemente dal recente lavoro con Sir DSS (Impromptu, giugno 2007) il secondo lavoro di Michael Gallagher esplora il lato più intimista delle produzioni Godspeed You! Black Emperor ancorandole una narrativa melanconica per arpeggi alla elettrica e a un tappeto di noise-dronato à la O’Malley in sourronding perimetrale. Ancora una volta, è la desolazione (e lo scenario del dopo, inteso come “il momento successivo a un fatto terminale”) il tema dell’album il cui titolo tradotto suona doppiamente emblematico sia per un probabie riferimento letterario, sia come metafora dei propri contenuti. Quel pesante, infatti, si riferisce al black (riff) come al white (noise) estremi lasciati a valle quando l’ampli di Gallagher pare collocarsi sul picco di una montagna. Evitando facili citazionismi, il chitarrista degli Isis si concentra nella descrizione d’umori, sensazioni, reminiscenze e ricordi, tutti lontani dalla memoria e dall’angoscia viva (che è poi ponderatamente sonorizzata mediante gli estremi di cui sopra). Il mondo è finito e le tracce sembrano differenti take di altrettanti titoli di coda con la camera a ruotare attorno alle salme dei protagonisti. Un discreto e ispirato lavoro di retroguardia. (6.7/10)