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Interpol

di AA.VV.
Viste del Williamsburg Bridge e fantasmi dark, tensione urbana e severo romanticismo. La parabola dei padrini del revival new wave, dai trionfali esordi di Turn On The Bright Lights al recente approdo su major.
Foto: il ponte di Williamsburg

New York, New York

di Edoardo Bridda

Williamsburg, quartiere di Brooklyn confinante con il Queens, è diventato un luogo piuttosto glamour negli ultimi anni. Abitato da molti giovani hipster in carriera, studenti e artisti, è l’ideale via di mezzo tra un campus universitario a cielo aperto e un’affascinante area urbana in disuso; in un certo senso, una versione più cheap dell’East Village. Ci sono club come il Luxx, dal taglio punk-rock, locali come il Verb, tipico café americano con i tavoli dai sedili stretti, e altri posti come il Broadway Diner, ideali per un boccone a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Alcune ex-aree industriali, particolarmente appetibili per il loro basso costo, sono entrate nelle mire dei galleristi d’arte contemporanea e così il quartiere, da tristo dormitorio, si è trasformato in un vivace crogiuolo di vita giovane, musica ed arte.
Williamsburg, collegato a Manhattan dall’omonimo bridge, è un neighborhood in continuo dialogo con la metropoli. È parte di New York tanto quanto l’Essex è parte dell’hinterland londinese, ma la Grande Mela non è certo Londra… è questo cosmo più grande, veloce e impossibile da comprendere nella sua interezza.
Non esiste una storia che riassume tutte le altre, a New York. È il luogo dove tutto cambia e le persone, i luoghi e persino le mura e le strade non sono le stesse da un momento all’altro.
Williamsburg non è immune dal magma ribollente che l’avvolge: cambia pelle, situazioni e odori di attimo in attimo… e questo non significa semplicemente che siano le persone le responsabili di tutto ciò.
Individui e luoghi interagiscono secondo opportunità, tentazioni, pulsioni …tanti infiniti sé in un blob in voluttuosa espansione. Impossibile fermare le lancette, cristallizzare il presente, vedere due volte la stessa cosa, pensare di avere un controllo sulle cose, sulla propria vita, addirittura.
La mente è l’ostacolo maggiore alla modernità. Alla faticosa ricerca di un ordine da perpetuare, non riesce a pulire, livellare, semplificare. E così i nervi si tendono e nella città del futuro è difficile concentrarsi*, convogliarle le energie, direzionarsi, possedere mezzi.. in altre parole, avere un fine ultimo, nella New York che tutti noi abitiamo.
La gente traccia percorsi obbligati nel ventre di questa grande, enorme mela. Tende verso una coazione a ripetere che lascia retrogusti vertiginosi e inebrianti.
Entrare e uscire dai palazzi di vetro.
Percorrere scale mobili orizzontali e oblique.
Prendere il metrò, scendere da un taxi. Salire in ascensore.
Abitare il cemento. Vivere nel cemento.
New York come fauna e flora di carne, metallo, asfalto.
Né geografie né impronte umane.
Solo un severo cantore perdutamente romantico appeso a una corda tra due palazzi di cristallo.

[*In the city of the future, it is difficult to concentrate (Radiohead, Palo Alto, 1998) ]
L'appartamento di Daniel e Greg

1. Daniel e Carlos

Un giovane di origini londinesi rispondente al nome di Daniel Kessler sta tentando da mesi di trovare uno straccio di contatto per iniziare a suonare con qualcuno. Frequenta la New York University nel Greenwich Village ma nulla sembra più difficoltoso di oltrepassare le parole, accoppiare tempi e luoghi per un attimo consistente, incrociare uno sguardo, un’idea e portarla avanti. Daniel non riesce a fare affidamento sugli altri e non è neppure tanto sicuro di se stesso, di quanto lui rappresenti una sicurezza per qualcuno. È intrappolato in quella ruota vorticosa di eventi che gli fa apparire e scomparire le idee, e con queste le persone e le situazioni da esse generate.
Che le cose cambino tanto velocemente tanto da rimanere statiche, è una convinzione a cui sta arrivando lentamente. Questa cosa gli procura una lucida tensione muscolare che sfoga di notte suonando la chitarra: da non molto infatti martoria le corde dello strumento e assieme a lui, nella stessa stanza, c’è Greg Drudy, anch'egli alle prese con la passione per la musica. Greg, che è fresco di percussioni, suona malaccio per dir la verità ma i due senza impegno né meta si esercitano, bevono e fumano fino a notte fonda.
Tra una lezione e l’altra, sempre tra i banchi delle aule di scuola, Daniel conosce Carlos Dengler, un giovane smilzo dall’imponente ciuffo corvino che gli ricorda da vicino alcune pettinature di gruppi new wave inglesi in voga all’inizio degli anni ottanta. Lo spilungone racconta di un'antica passione per il rock, di un tempo in cui aveva imparato a suonare la chitarra "…così giusto per vedere se poteva nascere una passione, magari un gruppo", dice alzando le spalle.
A Daniel quell’ossuto ragazzo brooklinese purosangue piace, lo attrae il suo stile minimal, quel gusto un po’ dark e un po' berlinese che gli sembra evidenziare un’attitudine e non un semplice flirt per i revival del momento. Attitudine, già… ecco la risposta.
Carlos entra nel gruppo la settimana seguente imbracciando un basso, convincendosi che il chitarrista abbia ragione quando gli dice che “è più morbido e voluttuoso, perciò maggiormente adatto al tuo stile”.

 

Foto: Williamsburg

2. Paul

Paul Banks, capelli castani e abito nero da perfetto siciliano, dopo aver percorso il Williamsburg Bridge si dirige dalle parti del Luxx con un parente. In quel momento Daniel, che stava comprando il giornale da una cabina posta a lato della strada, sente un accento londinese a lui molto familiare. È il cugino di Paul venuto da oltremanica, la parlata nasale è inconfondibile. La famiglia Banks è infatti originaria dell'Essex, ricorda Daniel, solo che Paul, dall'adolescenza in poi, non è mai stato fermo in un posto a causa del lavoro del padre, sempre in movimento da una città all’altra. I due si erano conosciuti a un campus estivo a Parigi e, per la verità, erano rimasti in contatto almeno fino all’anno precedente.
Daniel non ha molti dubbi: ferma Paul e gli parla di getto di alcune sue linee estetiche. Gli racconta che vorrebbe suonare dei brani con una propulsione chitarristica minima, "non come quelle di quel gruppo che avevamo ascoltato a Manhattan, tali Strokes", afferma convinto.. "certo simili, un po’ Marquee Moon un po’ Doolittle per intenderci, ma con una spinta emotiva che sappia di romantico, di vissuto". "Neanche Lou Reed e tantomeno Iggy Pop", rimarca deciso a una domanda di Paul, piuttosto "un suono inglese ma cantato da qualcuno che vive e sente New York". Gli parla di questi misconosciuti Chameleons, un gruppo anni '80 che suo cugino più grande, fan hardcore degli Echo & The Bunnymen, considerava sfigati come la peste. Il cugino darkettone aveva comprato Script Of The Bride (1983), ma lo aveva messo sul piatto una volta sola sconsigliandone l'ascolto… troppo poco evocativo, troppo simile e più debole rispetto a cose maggiori. Daniel, incuriosito da quel vinile proibito, aveva ascoltato attentamente quelle canzoni e gli era parso che le chitarre, così minime eppure votate alla melodia, avevano certamente il punk dentro ma era soltanto un'influenza a livello di ethos. Erano perfette per quello che sentiva come una sobria tensione muscolare.
Paul, che stava giusto scrivendo alcune canzoni per conto proprio, è incuriosito. Vuole sapere che effetto fanno i suoi testi su quegli accordi demodé. A convincerlo non è soltanto la comune provenienza geografica del chitarrista ma soprattutto la sua risolutezza. Non da meno, Daniel avrebbe lasciato a Paul mano libera su tutte le liriche.

Il quartetto appena formato porta così a termine un demo autoprodotto (Precipitate EP). Il cd, registrato senza produzione e missaggio digitale, presenta una band in bilico tra un rock chitarristico (che ricorda da molto vicino quello dei misconosciuti Chameleons) e uno spirito wave, espresso attraverso liriche declamate in modo drammatico e solenne. Banks viene immediatamente additato come un emulo di Ian Curtis ma, pur presentando ovvi riferimenti col martire dark per eccellenza (specialmente nel timbro), tuttavia è più intonato e romantico, meno robotico, glaciale e disilluso; piuttosto pare di sentire l’ugola di un Ian McCulloch (Echo & the Bunnymen) tolto delle proprie epiche scorribande, o quella più vissuta di un Richard Butler (Psychedelic Furs) privato del suo roco registro.

Foto: Interpol (2004)

3. Sam e gli Inter-Paul

La band tuttavia non ha modo di fare concerti e la strada per un contratto discografico sembra davvero lontana. Greg, a quel punto, non vedendo possibilità di sbocchi immediati e considerando in cuor suo quel sound troppo anacronistico, preferisce dedicarsi agli studi.
Daniel, che del resto non ha mai avuto una gran fiducia in Greg, poco presente in fase di composizione e neppure troppo duttile a livello tecnico, si ricorda allora di Sam Fogarino, un ragazzo originario di Philadelphia con un po' d'anni d'esperienza come musicista. È il batterista dei Tonups, il suo gruppo d’origine con base a Williamsburg, una garage band sulla falsariga degli Hives.
Daniel e Sam si conoscono da sempre, li ha presentati un amico comune a Chicago in occasione di un concerto dei Firewater. Il chitarrista, che all'epoca lavorava per la Jetset Records, aveva dato un pass al batterista che così era potuto entrare gratis allo show. Sam aveva dichiarato di non trovarsi un granché bene con le coordinate della band in cui suonava, ma la sua risposta non sembra affatto scontata: i Tonups avevano già inciso un 7” intitolato "Kill Me Slow" ed erano in contatto con Doug Henderson, responsabile di molte incisioni per la scozzese Chemikal Underground. Insomma erano nel giro e Daniel, consegnata una copia del Precipitate EP al bonario ragazzo in jeans e rayban, non era sicuro di una risposta veloce e sicura.
Si sbagliava.
Con Sam in formazione la band è al completo. Il nuovo percussionista, forte di un background più energico e stradaiolo, conferisce al sound una maggiore aggressività e incisività e inoltre, grazie alle conoscenze da lui accumulate nel corso degli anni, i quattro affrontano con più sicurezza le prime gig.

Non hanno ancora un nome, o non ne possiedono uno definitivo, e supportano alcuni gruppi tra i quali i And You Will Know Us By The Trail Of Dead, gli Arab Strap e i Delgados, rispettivamente al Brownies, al Mercury Lounge, al Bowery Ballroom e al Knitting Factory. A questo punto, la scelta di una ragione sociale stabile si fa impellente. All’inizio Carlos punta per "Las Armas" ma nessuno, il bassista compreso, ne è veramente convinto. In seguito, e del tutto casualmente, arriva la classica folgorazione. Paul, che viene spesso chiamato da un amico nei modi più allucinanti, si sente un giorno interpellare con “Inter-paul”. “Inter che?”..”ehi, aspetta, perché non chiamare il gruppo Interpol?”.
Semplice, rapido ed efficace.

Copertina: Precipitate EP (autoprodotto, 2000)
  • Precipitate
  • Song Seven
  • PDA
  • A Time To So Be Small

Precipitate EP (a.k.a. “Grey EP”, autoprodotto, 2000; re-release 2001)

di Antonio Puglia

Tra la mail di una donna che chiede soccorso, una richiesta di spionaggio e una denuncia di furto, gli Interpol registrano nel 2000 il loro primo demo. Sicuri dei propri mezzi, i quattro puntano dritto alla prestigiosa Matador (contattandone il co-presidente Gerard Cosloy), ma purtroppo la fortuna, le congiunzioni astrali o semplicemente i tempi non sono ancora maturi. La risposta è perentoria: per il momento non c'è spazio per gli Interpol nel mercato discografico indipendente.
Questo EP di quattro tracce è di per sé un discreto biglietto da visita del quartetto, mettendone già in luce le credenziali; tuttavia le pecche non sono di certo assenti, a causa in primis una produzione poco esperta e di alcune ingenuità in fase di arrangiamento. Il gruppo è alla ricerca di un suono, e si sente: mancano ancora le dinamiche nei brani, le chitarre sono decisamente soft e il risultato è decisamente piatto, se confrontato con le uscite successive. Nonostante ciò, le coordinate sono fissate e gli Interpol hanno già un’identità ben precisa: il drumming spesso è spiccatamente new wave, gli intrecci armonici di basso e chitarra sono ben saldi, la scrittura di Kessler è sicura e la voce di Banks, seppure ancora incerta, richiama sin d’ora i modelli cui verrà accostata in futuro.
Non mancano quindi momenti interessanti come Precipitate, ballata caracollante tra i Velvet Underground e i Pixies più quieti (facile immaginare come, con una maggiore spinta, avrebbe potuto essere un ottimo momento dell’esordio sulla lunga distanza) e A Time To Be So Small, (che vedrà fasti migliori ben quattro anni dopo in Antics), forte di una buona struttura ma prodotta in modo caotico, tra un piano che fa capolino nel finale, voce filtrata e disturbanti gorgoglii di parlato in sottofondo; in senso opposto, Song Seven (di lì a poco inclusa nella compilation Clooney Tunes dalla Fierce Panda Records) manca dell’epicità necessaria per sbocciare, mentre una ancora acerba PDA (acronimo di “public display of affection”, l’ultimo tentativo di salvare una relazione nella consapevolezza della futilità di quest’atto), finisce per essere la summa di tutti i pregi e i difetti degli esordienti Interpol.
Il gruppo ha bisogno di tempo, e ne è cosciente; intanto, i primi semi sono stati gettati. (6.0/10)

Copertina: Fukd ID#3 (12", Chemikal Underground, dicembre 2000)
  • PDA
  • Precipitate
  • Roland
  • 5

Fukd ID#3 (12", Chemikal Underground, dicembre 2000)

di Antonio Puglia

Gli eventi non tardano troppo a maturare e la girandola di contatti intorno al gruppo fa sì che la scozzese Chemikal Underground, l'etichetta di Arab Strap e Mogwai, chiami gli Interpol per il terzo volume della serie di EP chiamata Fukd I.D. Ideale premessa per i passaggi radiofonici, questo 12" è la prima pubblicazione ufficiale per i quattro di Williamsburg e, sebbene edito in sole 2000 copie, sarà la chiave per la notorietà nel vecchio continente.
Sin dalle prime battute della nuova versione di PDA (non ancora quella definitiva, comunque) è percepibile un salto di qualità rispetto al primo EP autoprodotto: il ritmo sale e l’esecuzione è più sicura e decisa, ma mancano ancora le distorsioni delle chitarre e la voce di Banks si trascina indolente invece di colpire al petto. Discorso simile va fatto per Roland, che verrà ri-registrata per l’esordio e che in questa sede appare ancora sbiadita e non adeguatamente affilata; se Precipitate è sostanzialmente nella stessa versione del demo (soltanto, qui il missaggio è più cristallino), lo strumentale 5, esperimento dark wave ai limiti dell’industrial (con tanto di urla agghiaccianti filtrate dal distorsore e un basso spigoloso e dissonante), è ancora un brano abbastanza ingenuo (ed evitabile), seppur curioso. Ci siamo quasi, ma ancora non basta. (6 5/10)

Copertina: Turn On The Bright Lights (Matador, agosto 2002)
    Interpol EP
  • PDA
  • NYC
  • Specialist
    Tunr On The Bright Lights (Japan Edition)
  • Untitled
  • Obstacle 1
  • NYC
  • PDA
  • Say Hello To The Angles
  • Hands Away
  • Obstacle 2
  • Stella (Was A Diver And She's Always
  • Down)
  • Roland
  • The New
  • Leif Eriksson
  • Interlude (JP)
  • Specialist (JP)

Interpol EP (Matador giugno 2002)
Turn On The Bright Lights (Matador, agosto 2002)

di Antonio Puglia

Il 2001 sarà un anno decisivo per gli Interpol: un costante airplay e una mirata tournée in Inghilterra e Francia (con la benedizione di John Peel) fanno sì che le quotazioni del gruppo salgano vertiginosamente. I tempi sono finalmente maturi e in novembre, nel corso di due settimane di reclusione nei Tarquin Studios (Connecticut), la band porta a termine con l’ausilio di Pete Katis (Philistines Jr.) e Gareth Jones (Clinic, Depeche Mode) le session per il primo album. Annunciato da un EP omonimo (contenente PDA, NYC e Specialist, b-side di tutto rispetto pubblicata anche nella versione giapponese del cd), Turn on the Bright Lights vedrà la luce in agosto e, sin dall’uscita, viene salutato dalla stampa specializzata come un nuovo capitolo del revival garage-wave sulla falsariga di Is this it? degli Strokes. Se in effetti le sonorità dell’album possono richiamare in qualche modo la band di The Modern Age, i ragazzi di Williamsburg appaiono sin da subito diversi dal resto delle nuove band tanto nell’etica quanto nei contenuti veicolati dalla loro musica, finendo per risultare unici nel loro genere.

Pur nella loro polireferenzialità (tra i pluricitati Joy Division, Bauhaus, Television, Pixies giusto per dire i più noti e facilmente riconoscibili), gli Interpol costituiscono tuttavia un mirabile esempio di come sia ancora possibile assimilare e rinnovare generi passati estrapolandoli dai limiti dell’anacronismo. La chiave di lettura entrare nel suono dei quattro di Williamsburg va cercata in un ideale punto di incontro (sia musicale che attitudinale) tra l’indie rock chitarristico anni ’90 e il post punk inglese dei primi ‘80. A tal proposito, il tanto insistito paragone con gli esponenti per eccellenza di quel genere, i Joy Division, acquista un senso solo se si collocano gli Interpol in una dimensione attuale e non atemporale. Scavando nel mood delle canzoni del gruppo newyorchese, è come se il malessere della squallida provincia industriale inglese si fosse adattato ai nostri tempi, al linguaggio della metropoli, di NY. Lo stesso disagio di quegli anni acquista oggi, grazie a Banks e soci, una dimensione metropolitana (e quindi universale) in cui è più facile riconoscersi. E così, come New York non è Manchester, Banks non è Ian Curtis; al contrario del vocalist suicida, egli non canta l’impossibilità di adattarsi a una vita che in fondo non si vuole vivere, ma anzi vi risulta quasi visceralmente attaccato ("it’s up to me now / Turn on the bright lights" da NYC).

Musicalmente Turn on the Bright Lights è un album scuro, compatto, romantico, teso e minimale.
Se negli EP degli esordi mancava ancora qualcosa alla ricetta del quartetto per raggiungere il livello di intensità e personalità richiesto, in questa sede si calca la mano sulle chitarre e sull’urgenza comunicativa. Il suono acquista personalità e mordente anzitutto in virtù della sua immediata incisività: colpisce, soprattutto nei cavalli di battaglia come Obstacle 1 e PDA (col ritmo più sostenuto e un Banks più drammatico), di come pathos e rilascio emotivo si compenetrino l’una nell’altro, di come una tensione minima ma incessante, minacciosa ceda al proscioglimento del cuore, al viatico dei sentimenti e della speranza.
A questo senso di travaglio e insicurezza fa da contraltare una dimensione più sognante e romantica, densa di atmosfere avvolgenti, come nell’iniziale Untitled (tra riverberi shoegaze, un basso fluttuante e gli intrecci psichedelici minimali a metà tra Cure e Slowdive), NYC (la ballata per eccellenza, solenne e sacrale nei suoi riverberi, carica di chitarre come organi, le memorie 4ad e Ride e il drumming elaborato e raffinatissimo) e Hands Away (dal crescendo pulsante di chitarre e batteria, e le stratificazioni su stratificazioni del suono).
Il disco vive dunque di questa alternanza di toni, con ancora Obstacle 2 e Stella Was A Diver And She Was Always Down a calcare la mano su riff incisivi, ritmi elaborati e efficaci stop and go; e The New e Leif Erikson a svelare la parte più romantica di Banks tra i vocalizzi degli U2 più trasognati e quelli degli Psychedelic Furs più romantici.
Su tutto, protagoniste assolute, assieme alla declamante e epica voce del cantante, sono le chitarre di Kessler e, in aggiunta/dialogo, dello stesso Banks (debitrici tanto di Television nelle dinamiche quanto dei Chameleons nelle sonorità), sui cui ricami e stratificazioni si costruisce ogni singolo brano.

L’album va oltre ogni aspettativa: forte dei plausi (quasi) unanimi di pubblico e critica, Turn on the Bright Lights ha meritatamente assunto lo status di nuovo classico dei nostri tempi. (8.0/10)

Copertina: Antics (Matador, settembre 2004)
  • No Exit
  • Evil
  • Narc
  • Take You On A Cruise
  • Slow Hands
  • Not Even Jail
  • Public Pervert
  • C'mere
  • Length Of Love
  • A Time To Be So Small

Antics (Matador, settembre 2004)

di Edoardo Bridda e Antonio Puglia

1. Prologo (ovvero Turn off the bright lights)

Piove a dirotto, al di fuori dei Tarkan Studios di Bridgeport nel Connecticut. Dentro, quei quattro ragazzi di Williamsburg noti al mondo come Interpol hanno appena completato il loro secondo, attesissimo album. Ad aspettarli al varco, un pubblico vasto, impaziente ma composto. Fan e inquisitori, nostalgici e malelingue, romantici e tragici, tutti assiepati di fronte all'imponente portone di legno marchiato rosso fuoco.
Gente di ogni tipo: alcuni ostentano un vestiario wave e dark, altri nutrono in egual misura speranze e timori, altri ancora, e sono i più eleganti, nascondono penne avvelenate nei taschini.
In sorrisi appena accennati fa capolino un sarcasmo pungente, da sguardi umidi di ragazze innamorate trapela un senso di tragedia incombente.
Continua a piovere, e la notte assomiglia a quella di Gotham City, con i suoi eroi negativi, il suo disordine atavico.

2. Pagliacciate che sanno di antico

Non è mai troppo tardi per ricordare quanto l'impatto di Turn On The Bright Lights abbia segnato la scena musicale di questo tormentato inizio millennio. Di quanto critica, pubblico, stampa e non da ultimo la band abbiano dovuto confrontarsi con quel piccolo gigante. Lo scampato nervous breakdown di Banks, il più bersagliato da tutti, è lì a dimostrare quanta incertezza ed aspettative impellenti si siano calcate attorno al cantante e i suoi compagni. Ma, per fortuna nostra e loro, nel momento della verità gli Interpol cadono miracolosamente in piedi.
Antics è un termine evocativo, acquieta gli animi, rende meno spigolose le forme, focalizza maggiormente gli obiettivi. E cercare l'antico significa puntare ad una classicità, proiettarsi in una dimensione narrativa, prestare maggiore attenzione alla compostezza in senso stretto. Cercare l’antico vuol dire anche perdere in immediatezza, rischiare di cadere nel vuoto per la vertigine, ma è pur sempre un rischio da correre per acquistare in spessore e profondità, gonfiare i tight e i gessati con anima e muscoli.

La forma classica, appunto perché si proietta in un passato, comporta un inizio e una fine ben precisi, l’aprirsi e il chiudersi di un ercorso circolare: un'apertura solenne e sacrale (Next Exit) e una chiusura dallo stesso sapore (A Time to be so small) a presentare gli stessi termini in fading progressivo, con le luci che si affievoliscono man mano che la nebbia sale e la camera si allontana dalla scena. Nel mezzo s'agita coerentemente il cuore della narrazione. tra picchi di tensione e rilasci romantici, taglienti chitarrismi quasi ragga (o Jingle Jangle?) e aperture cinematografiche, tensioni muscolari e pause di riflessione.

3. Un tempo per essere così piccoli

Evil - il maligno che bussa alla porta con le sembianze di donna - aggira l'ostacolo (n.1) della ripetizione, Slow Hands - i rischi da affrontare - raddoppia il public display of affection (PDA) scavalcandolo; Narc e Public Pervert - il respiro profondo per placare l'ansia -, mettono in scena il pathos; Not Even Jail e C'mere - i fantasmi da affrontare di petto - rappresentano modi con i quali la band si mostra diversa, ma uguale a sé stessa.

C’è consapevolezza da parte dei quattro di Williamsburg: i riff di Kessler trovano una mano tutt'altro che indolenzita, la voce di Banks, pur non esponendosi troppo, accarezza le melodie in modo appropriato. Solo in Lenght Of Love il fantasma di Curtis ritorna a bussare alla porta, ma è soltanto un fuoco fatuo, la paura di una paura oramai superata; Take you on a Cruise infatti è la canzone per antonomasia del cantante di origine londinese (“Time is like a broken watch / and make money like Fred Astaire”), il brano perfetto a lungo cercato.

Antics è un disco che vive di vibrazioni interne, dove tensione e allentamento s'intrecciano lasciando il lirismo venire maggiormente a galla. D'altra parte attraverso un vocalismo più maturo, romantico e meno declamante, il gruppo veicola maggiormente i propri messaggi e lo fa in modo onesto e appassionato, dimostrando altresì di aver metabolizzato a fondo quel mood che viene dal passato. L’andamento epico e solenne di A Time To Be So Small, riemersa dalle nebbie del primissimo demo autoprodotto, è l’emblema del meraviglioso percorso compiuto dagli Interpol di Antics. Ovvero rigenerarsi attraverso il passato, senza dimenticare di essere comunque piccoli, in questo grande mondo. E andare avanti, nonostante tutto. (7.2/10)

Foto: Paul Banks
  • Next Exit
  • Obstacle 1
  • NARC
  • Public Pervert
  • Say Hello To The Angels
  • Not Even Jail
  • Hands Away
  • NYC
  • Slow Hands
  • Lenght of Love
  • Evil
  • PDA
  •  

  • Leif Erikson
  • Roland
  •  

  • Stella (was a diver and she was always down)

Live: Interpol – 3 Dicembre 2004, C-Side, Milano

di Antonio Puglia

Era forse prevedibile che, in seguito alla pubblicazione di Antics, lo hype intorno agli Interpol fosse destinato a crescere. Non è invece dato sapere quanti si aspettassero un bel “sold out” in occasione della data milanese dello scorso 3 Dicembre: a giudicare dalle decine di persone rimaste fuori dal C-Side alla ricerca disperata di un ultimo biglietto, sembrerebbe proprio che il gruppo di Williamsburg, NY stavolta abbia davvero fatto il cosiddetto “botto” (e gli esiti trionfali dei precedenti concerti inglesi confermerebbero questa impressione).
A due anni dall’esplosione di Turn On The Bright Lights, alimentata da un inarrestabile culto sotterraneo, la proposta degli Interpol sta adesso conoscendo una fascia di pubblico sempre più vasta (pur restando – apparentemente - in ambito indie): ai concerti è ora possibile vedere, oltre ai prevedibili ventenni neo-darkettoni in rigorosa camicia e cravatta scura, anche tanta gente comune tra spettatori occasionali, appassionati di ogni età o semplici curiosi. Se ciò da un lato ha sicuramente contribuito a dare alla seconda data italiana degli Interpol un inequivocabile tono da “evento”, dall’altro ha reso inevitabilmente scomoda la fruizione del concerto: nonostante la capienza della discoteca milanese, a tratti la calca si è fatta decisamente insopportabile.
Dobbiamo forse aspettarci a breve dei concerti in palazzetti o strutture analoghe? E’ strano pensare agli Interpol come un gruppo da grandi numeri. Assodato che essi non sembrano avere (almeno allo stato attuale) il piglio o la personalità delle superstar, di certo fa una certa impressione vedere il pubblico cantare i ritornelli insieme a Paul Banks, accompagnare ritmicamente con le mani i momenti più epici dei brani, addirittura pogare (!) sotto il palco. Che si tratti soltanto di una moda passeggera o sia piuttosto segno del potere comunicativo di una musica capace di andare oltre gli steccati di genere e di farsi linguaggio universale, potrà stabilirlo solo il tempo.
Andando oltre, due anni di routine sul palco sembrano aver decisamente giovato alla resa dal vivo della band: chi aveva ancora negli occhi e nelle orecchie le esibizioni incerte del tour in supporto del disco di esordio ha dovuto bruscamente ricredersi. Specialmente il frontman e il bassista Carlos D. sono apparsi molto più sciolti che in passato: il primo si è mostrato notevolmente cresciuto a livello interpretativo, sfoderando una voce più sicura e meno traballante; il secondo si è divertito a fare sponda tra la sua postazione e la batteria del precisissimo ed inappuntabile Sam Fogarino, mentre il chitarrista Daniel Kessler è apparso come al solito concentrato sullo strumento, come se non ci fosse null’altro intorno; il tutto all’insegna di una loquacità prossima allo zero assoluto e una compiaciuta non-presenza scenica (in perfetto stile post punk). Ma le vere protagoniste della serata sono state le canzoni: gli Interpol possono fare affidamento su un repertorio ricco di composizioni efficaci e di sicura presa sul pubblico, e forse è questa la loro vera forza, aldilà delle stesse capacità interpretative (comunque impeccabili). Tanti i momenti memorabili, in un vincente (ed equo) alternarsi di brani vecchi e nuovi, per circa un’ora e un quarto di musica: da Next Exit, apertura suggestiva e sacrale, alle spigolosità di Obstacle 1 e Say Hello To The Angels, dai crescendo di Hands Away, passando per una toccante NYC fino al climax di Evil e PDA, per arrivare alla conclusiva e attesa Stella, piccolo regalo per il pubblico milanese.
Insomma, il concerto che un po’ tutti si aspettavano, senza particolari sorprese ma, cosa che più importa, ricco di conferme sul talento di questi musicisti, che oggi più che mai sembrano sicuri dei loro mezzi, anche in vista della strada che si sta aprendo davanti a loro. A questo punto, si accettano scommesse sul loro futuro…

  • Pioneer To The Falls
  • No I In Threesome
  • The Scale
  • The Heinrich Maneuver
  • Mammoth
  • Pace Is The Trick
  • All Fired Up
  • Rest My Chemistry
  • Who Do You Think
  • Wrecking Ball
  • The Lighthouse

Our Love To Admire (Capitol / EMI, 10 luglio 2007)

di Edoardo Bridda

Segni di un’opposizione notturna: braccialetto in pelle, camicia cravatta bianco/nera, riga di lato, wave pop anni Ottanta in gran spolvero. Abitudini: andare a comprarsi il latte al Seven Eleven. Fumare una sigaretta sul balcone a tarda notte. Estetica e stile di vita e Turn On The Bright Lights di cui tutti sanno, l’album che poco dopo Is This It accese i riflettori sulle tendenze tese e angolari dei Duemila. Un mix d’anticaglie dark credibile. Un disco che aveva steso tutti (e molto più dell’esordio degli Strokes). Il prodromo di una generazione che voleva dimenticarsi i Novanta, scazzo e edonismo in testa. Quella che uno spazio per l’oscurità l’ha trovato naturalmente con un minimo di ribellione romantica.

E sono passati sette anni, anzi facciamo che i Duemila sono per tre quarti trascorsi e la storia è praticamente scritta. Antics (sempre su Matador) ne era il seguito maggiormente prodotto e non dimentico di tensione e belle maniere. Anzi, bella scrittura perché se c’era una caratteristica unificante (di pubblico e critica) era proprio la capacità dei ragazzi di scrivere strofe e ritornelli, d’unire alterità e rabbia dolce in faccende di pochi accordi. Il sequel scontava la mancanza di crudezza e l’addio a certe pose propriamente filo divisioniane, tuttavia era fatto di nerbo e energie e soprattutto una buona dose d’autorialità. Su questo tasto i ragazzi precipitano con Our Love To Admire, cadono non senza aver cercato (i sentiti versi iniziali di Pioneer To The Falls, le impressioni di un triangolo amoroso in No I In Threesome, il ritratto Pace Is The Trick), ma cadono, canzone dopo canzone, tarpati da una ricerca coraggiosa risoltasi in un freno a mano tirato, rifugiati in laboratorio come scienziati del proprio ardore.

Così The Heinrich Maneuver (automatica e senza hook efficace) morde la metà di una Slow Hands, Mammoth e All Fired Up rivedono l’alternanza (veloce/tranchant - piano/relapse) dell’esordio in un nulla di fatto emotivo stilistico e The Scale, senza girarci troppo attorno, è un episodio brutto come non mai visto nelle trascorse tracklist. Non buttiamo tutto, ci piace Rest My Chemistry la traccia migliore e la più NY style, un brano efficace che sa di qualcosa perché pregno di quella leggerezza che ci sarebbe dovuta stare. Invece la strada prediletta è spesso opposta, con i quattro impegnati a inficiare gli attacchi (No I In Threesome, Pace Is The Trick) con pratiche complicate o crescendi in pathos che non comunicano tensione e struggimento come dovrebbero. Ti lascia un senso di vuoto Our Love To Admire enon perché vi siano pecche di produzione, anzi, la tracklist suona quel “bene” tanto da non scuotere i nervi senza che le colpe ricadano sul co-produttore Rich Costey (Muse e Franz Ferdinand). Il problema è di contenuto. Il classico principio della fine. (5.5/10)