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Il Teatro degli Orrori

di AA.VV.
  • Vita Mia
  • Dio Mio
  • E Lei Venne!
  • Compagna Teresa
  • L’Impero Delle Tenebre
  • Scende La Notte
  • Carrarmatorock
  • Il Turbamento Della Gelosia
  • Lezione Di Musica
  • La Canzone Di Tom
  • Maria Maddalena

Dell’Impero Delle Tenebre (Tempesta / Venus, 6 aprile 2007)

di Stefano Pifferi

Esistono dischi da ascoltare ed esistono dischi da leggere. L’esordio di questo gruppo di non esordienti appartiene di diritto alla seconda categoria in virtù non soltanto di un nome dalle evidenti reminiscenze artaudiane, né di un titolo altisonante e da saggistica rinascimentale. Dell’Impero Delle Tenebre vi appartiene perché è letteratura, anzi alta letteratura che sfrutta, invece di carta e penna, note e pentagramma.

Per intendersi, questo disco è interamente da leggere nello stesso modo in cui lo era Non Io dei Bachi Da Pietra, di cui sembra la versione “piena”. Ma non fraintendetemi. Le differenze ci sono e sono evidenti, ma il sentimento di fondo che lo permea non è così diverso. Se lì l’accoppiata Dorella/Succi procedeva per sottrazione, disidratando il suono nello stesso modo in cui la scrittura minimalista del secondo risultava inaridita dagli eventi e da un senso di apocalisse incipiente, qui i quattro protagonisti spazzano via l’ascoltatore con un suono musicalmente così pieno da mettere letteralmente paura, come fosse quel carrarmato rock da cui prende il titolo un pezzo dell’album; ma il senso letterario dei testi di un Capovilla (stupefacente nell’inedito ruolo del cantautore noise) è sulla stessa lunghezza d’onda in quanto a pathos ed dolorosa partecipazione.

Roba che scotta, insomma, dinamite pura trasposta su pentagramma. Dal punto di vista strumentale, l’impianto sonoro è rodatissimo e sfrutta non solo il noise-blues triturato da One Dimensional Man in un decennio di onorata carriera, ma anche suggestioni diverse in cui grosso merito hanno gli elementi in ballo: se la batteria di Francesco Valente è un metronomo scavezzacollo, chitarra e basso (Gionata Mirai e Giulio Ragno Favero rispettivamente) sono un mostro a più teste che si interseca, si evita, si rincorre di volta in volta.

Dal punto di vista della comunicatività quella del quartetto è musica che, complice l’italico verbo, invita a pensare, a riflettere sull’attualità in virtù di una scrittura dai forti connotati da cantautorato rock che, priva di mediazioni o barriere linguistiche, si fa diretta ed efficacissima. Come di volta in volta De Andrè, Bene o Gaber immersi nel rifferama ottundente e opprimente che deve in egual misura a Jesus Lizard, Birthday Party, Melvins, Scratch Acid (la cui Eyeball viene liberamente riletta in Dio Mio) ma molto, molto più compatto e messo a fuoco.

Ad emergere dalle liriche di Capovilla è un senso di eterna e ineluttabile sconfitta. Quella del XXI secolo, privo di memoria storica (la title track); quella del partigiano protagonista di Compagna Teresa (secondo chi scrive capolavoro indiscusso dell’intero disco); quella di una società che impazzisce per l’immediato, grandguignolesco spettacolo della vanità televisiva ma che non ne trae nessun insegnamento. Il Teatro Degli Orrori mette su disco le paure, i timori, le frustrazioni del quotidiano… in una parola sola l’impegno sociale che da sempre si richiede all’artista, alla sua funzione di coscienza critica della società; figura che mai come oggigiorno sembra invece ridotta a macchietta di se stessa, incastrata inoffensivamente nell’ingranaggio dello spettacolo a tutti i costi. (8.0/10)

Foto di Fabrizio Zampighi

Live: Corte Ex Comandini, Cesena (31 maggio 2008)

di Fabrizio Zampighi

Chi tocca muore. O magari si innamora. Di una delle migliori esperienze live degli ultimi anni, di uno dei dischi più travolgenti e fragorosi, di una delle formule musicali più eccitanti, di una delle poche realtà col fegato spappolato ma il cervello ancora ben funzionante. Un concerto de Il Teatro Degli Orrori è questione di ego, di carisma, di caratura tecnica ma soprattutto di empatia violenta e meravigliosa tra pubblico e performer, veicolata dal protendersi selvaggio di Pierpaolo Capovilla sulle prime file, dall'impressionante potenza e precisione dei rullanti di Francesco Valente, da un Favero maestro d'armi e direttore d'orchestra, da un Gionata Mirai motore propulsivo di una creatura a quattro teste – pensanti - dall'aspetto davvero poco rassicurante. Una creatura celata nel sottosuolo e nel quasi anonimato per anni – sotto le mentite spoglie di One Dimensional Man, Putiferio, Super Elastic Bubble Plastic -, che ha le unghie affilate di chi non è mai sceso a compromessi, che è nihilismo e sputi in faccia, oscurità e sarcasmo, alcool e anfetamine, nei testi quanto nelle musiche. Come quelle taglienti di Vita Mia, cui viene affidato il compito di aprire le porte dell'Impero delle tenebre e che fanno letteralmente esplodere una Corte Ex Comandini affollata, o magari quelle intense e dolorose de La canzone di Tom – in una versione decisamente più grezza e elettrica rispetto al disco -, il punk-noise-stoner devastante – ancor più dal vivo - di Compagna Teresa o gli scenari decadenti della quasi title track. Non c'è un attimo di tregua nel set della band, mentre mestiere e furore si mescolano negli occhi spiritati di Capovilla facendolo assomigliare al più pericoloso criminale che la storia del rock ricordi - uno insomma, che non faresti proprio uscire con tua figlia – o a un invasato. Finché non prendi contatto con le liriche che canta e ne capisci l'intenso retroterra emotivo e culturale, finendo così per vedere in lui e negli altri tre del Teatro degli Orrori dei compagni di strada, dei fratelli, dei musicisti capaci. In una serata stramba e affascinante, può capitare anche questo.