Basta una chitarra acustica per essere considerati padri fondatori del new acoustic movement? Stando a quanto scrive la stampa di settore si, ma il gioco si complica davanti agli I Am Kloot, che con il nuovo Gods And Monsters provano a dare la loro risposta, anche se non ancora definitiva.

Correva l'anno domini 2001, la stampa vedeva NAM in ogni dove. La famigerata e fortunata formula, coniata dall’altrettanto famigerato settimanale inglese NME (noto ormai per creare ”next big thing” a iosa, in linea con quel ”Che si parli di me, nel bene o nel male, purchè se ne parli” di Oscar Wilde), aveva fagocitato tutto ciò che ancora non era stato adeguatamente definito (sempre per la spasmodica ossessione di etichettare, limitare, precisare...), al punto da infilare anche gli I Am Kloot nel calderone.
Se per alcuni il gioco è valso la candela (Kings Of Convenience in testa, seguiti da Sodastream e Turin Brakes), per altri non è stato così ed è questo il caso.
L’esordio Natural History era un album pieno di carinerie malinconiche, certo, ma non più acustico di una media produzione REM, tanto per dire, in qualche modo addirittura riconducibile ai Grant Lee Buffalo meno estremi (per quella specie depica clochard e la slide ventosa). Del resto il leader John Bramwell poteva vantare un cospicuo background di esperienze "on the road", avendo masticato folk e country rock in mezzo mondo, dalla natia Manchester a San Francisco, passando per Grecia, Francia e Galles. Ne aveva viste di belle e anche di molto brutte (pare che la Vecchia Signora gli abbia fatto cucù). Aveva insomma da raccontare ben altro che non il soffice malanimo da cameretta à la Kings Of Convenience. Sorprende quindi che, arrivati alla terza prova, qualche spaccio di agenzia continui ad appiccicare loro l’etichetta di campioncini del new acoustic movement. Ma questa ”è la stampa, bellezza”.

Con questo omonimo album i nostri sedicenti kloot (letteralmente: coglioni) tentano di complicare la partita, accendendo bordoni di synth (come nel minimalismo folk di Not A Reasonable Man) oppure tramando ghirigori cibernetici qua e là (ad intorbidire la levigata mestizia di Mermaids e l'agra vivacità di Untitled #1), intanto che le chitarre si dibattono brusche e a tratti rigogliose.
Con tutto ciò, e per quanto si impegnino a bagnare di agrodolce spleen l'insopprimibile propensione melodica (valga su tutte il languore melò di Here For The World), non ci si sposta di troppo dal range dell'esordio: ovvero musica innocua, senza mistero, tiepidamente accorata, accademicamente arrangiata. A poco valgono gli esotismi (il fraseggio flamencato di From Your Favourite Sky, la sottotrama latina del singolo 3 Feet Tall - una specie di relitto Byrds corroborato da un piglio Gomez), le escursioni in territorio psych (la distorsione spastica delle corde in Life In A Day) o i contagi jazz (quella A Strange Arrangement Of Colour che sembra un bozzetto minore di Van Morrison): sussulti a vuoto, pugni agitati in aria senza convinzione, attenti a non far male.
Rubricato qualche episodio evitabile (la combustione a vuoto di Cuckoo - qualcosa come un Thin White Rope con tentazioni pop-prog - e il noioso cliché da "ballata inquieta" di Sold As Seen) e un paio di discrete intuizioni (il surplace folk speranzoso di Proof, la suadente tristezza della conclusiva The Same Deep Water As Me - però macchiata da un pasticciato pout pourrì di archi e trombone), questo disco sembra una raccolta di buoni riempitivi, peraltro non riscattati dallinterpretazione che, pur prodigandosi, suona fiacca, incapace di raccapezzare il bandolo della personalità, di una calligrafia veramente propria.
Regalate questo disco agli amici meno scafati: per loro sarà unottima alternativa a Ligabue e vi farà passare senzaltro per fighi. Magari fatevene una copia, chissà che non si riveli il compagno ideale per le prime brume dautunno, magari in auto tra i semafori e la pioggerella sul parabrezza. Pensando ad altro. (5.0/10)

Se con il precedente lavoro gli I Am Kloot sono andati incontro ad alterni risultati, suscitando una certa indifferenza, con Gods And Monsters ci riprovano e questa volta pare abbiano messo maggiormente a fuoco l’obiettivo.
Sorprende infatti trovare il primo brano voce e chitarra soltanto a metà scaletta (l’arpeggio sognante di Astray è una fugace reminiscenza del passato), preferendo affidare l’apertura ad un ruvida essenzialità (lo staccato pianistico ubriaco della title track, condito da un Wurlitzer inquietante e da una voce blandamente rauca). Si portano volutamente in scena teatrini sinistri nella loro drammaticità (la poetica del gruppo non si allontana dai temi del fato, dell’amore e dell’abbandono), come nella noir Ordinary Girl, in cui la morte, la magia e la vendetta vengono impersonificate dal suono cupo e morboso del basso, e da una batteria che da puro accompagnamento si trasforma in protagonista. Insieme poi alla sporca rigogliosità delle chitarre, intinte in gradazioni quasi spettrali, il suono acquista un’immediatezza che riesce a scrollare almeno in parte il torpore in cui sembravano avvolti, mantenendo sì alcune intuizioni di fondo (l’esotismo che ora guarda verso Oriente di Hong Kong Lullaby), ma rendendole molto più convincenti grazie ad una intensa visceralità (il disperato andamento jazzato di Strange Without You, brano migliore dell’intero album). Ciò non toglie che la vena melodica generale risenta di una certa stanchezza (la svogliata ballad Avenue Of Hope) e che in qualche episodio (No Direction Home) si cada in una rischiosa rassomiglianza con i conterranei Doves di Some Cities.
John Bramwell e compagni hanno sicuramente preso le distanze da quanto rientra nell’ambito acustico, e per questo sono da apprezzare. Nonostante si riesca a intravedere un’orizzonte nuovo (magari sfruttando in misura maggiore le buone carte a loro disposizione), al momento però rimane ancora molto molto lontano. (6.0/10)

Quella delle Peel Session pare ultimamente sia diventata una tappa discografica obbligata, vuoi per costante celebrazione del compianto dj inglese vuoi per necessità antologiche sempre più frequenti. Dopo Delgados, Pulp e Pj Harvey – per citarne alcuni - ecco anche gli I Am Kloot rispondere all’appello con questa uscita “radiofonica” che raccoglie le sedute ai Maida Vale Studios tra 2001 e 2004, ovvero dagli esordi della formazione mancuniana ai mesi precedenti la pubblicazione dell’ultima opera in studio Gods And Monsters.
Le tracce qui raccolte rivelano una band più che discreta nello stilare ballate folk venate di noir, talvolta tinteggiate di jazz e di una leggerezza quasi umoristica à la Robyn Hitchcock (vero riferimento vocale del leader John Bramwell; si ascolti su tutte Titanic); un gruppo che pur nella sua aurea mediocritas - nonostante i loro limiti espressivi, in chi scrive permane la convinzione che, vuoi anche per il contesto che li ha visti nascere ed operare, questi ragazzi siano stati ingenerosamente sottovalutati - conferma comunque validi motivi di ascolto e, per chi volesse, approfondimento. Questa raccolta potrebbe essere un buon punto di partenza. (6.8/10)