C'è nel pop un'aria antica che sa di nuovo. Arriva da lontano ma ha la forza, l'impudenza, il calore dell'intimità. Sa stemperare tristezza e ironia, pessimismo e levità. E' festoso e indolenzito, tocca il cuore e prende a scappellotti i pensieri. Su questo fronte, gli Hidden Cameras muovono le loro scorribande colorate, con l'aria di volerlo fare per un bel po'.

Toronto, Canada, anno 2001. Quando tutto inizia, l'uomo è solo. L'uomo è Joel
Gibb, assieme a lui nient'altro che un 4 piste, voglia di suonare e
strumenti da suonare. Tanti, però, gli strumenti. Chitarre, drum
machine, campane, organi, arpe, glockenspiel... Più un immaginario
con le radici affondate tanto nei sixties - laddove l'innocenza iniziava
a scoprirsi impura anzi impossibile - quanto nel rigurgito jangly pop degli
eighties - dove l'innocenza era uno status abolito da tempo, un ricordo
debole, quasi una parodia indolenzita.
Un pugno di canzoni vanno a comporre la scaletta di Ecce Homo,
qualcosa di più che una raccolta di demo, troppo poco però per
essere considerato un debutto. Fatto sta che pezzi come A Miracle (poi
ripreso nel primo album The Smell Of Our Own) e I Believe
in The Good Of Life (ad incendiare il cuore del recente Mississauga
Goddam) sono di quelli che s'infilano da qualche parte tra il cuore
e le ghiandole ormonali. Ragion per cui seguono ristampe e distribuzioni adeguate,
che amplificano i consensi e carburano l'entusiasmo.
Tutto inizia quindi, e tutto cresce, raccogliendosi attorno alla figura di
Gibb. Pochi mesi e gli Hidden Cameras contano un numero di componenti
degno di una comune, ramificando gli interessi (dalla video-arte alla moda
al balletto) alla luce di un capriccioso e beffardello immaginario omosex-spiritual-kitch.
A causa di quest'ultimo aspetto, che rende le esibizioni live una via di mezzo
tra l'happening e l'avanspettacolo, vengono definiti con un po' di approssimazione "i Polyphonic
Spree Gay". Rispetto alla big-band di Tim DeLaughter interviene
però una leggerezza asprigna (tanto ironica quanto malinconica) che
disinnesca a monte ogni inopinabile velleità (e i Polyphonic sono eminentemente,
splendidamente velleitari). Nient'altro che pop, quindi, colorato e febbricitante,
nostalgico e onirico, sbruffone e disperato. Pop, consapevolmente, arditamente,
disinvoltamente pop. Solo questo, ed è tutto quel che ci vuole.

Pare che la ricerca infinita del perfetto album pop debba annoverare l’ennesimo tentativo, naturalmente a vuoto, operato stavolta dai canadesi Hidden Cameras, creatura policefala capitanata da tal Joel Gibb, ad onor del vero l’unico membro ufficiale del collettivo attorno a cui si raduna in ordine più o meno sparso una (apostolica) compagine di dodici elementi. Come nota a margine potremmo aggiungere la sbandierata omosessualità, cosa che se non altro trova (felice) riscontro nella frizzante sfacciataggine dei testi. Non si tratta del disco di debutto perché c’è già stato un Ecce Homo due anni fa, ma si trattava perlopiù di una raccolta di demo, vale a dire tanto l’entusiasmo, pochi i mezzi e fiore non sbocciato.
Nel caso presente invece i dieci petali si mettono in mostra trepidi e lussureggianti, sciorinando melodie disinvolte e bricconcelle, folk elettroacustici in fregola power pop, bucoliche escursioni di archi e tastiere, mirabilie frementi spiccate ai primi Rem e agli Smiths, voce da cantastorie con barbagli fifties, un pizzico di Beach Boys via Polyphonic Spree.
La sequenza iniziale è oggettivamente irresistibile: se l’iniziale Golden Streams pettina d’archi, grancasse e campanelli un’angelica lussuria, il singolo Ban Marriage sfila su un motorino cibernetico un’asprigna impertinenza per organo, cori e xilofono che sembra una jam etilica tra Belle & Sebastian, New Pornographers e Violent Femmes (!), mentre A Miracle e The Animals Of Prey smorzano l’eccitazione in un folk trepido che stringe in un abbraccio trentennale Zombies e Housemartins (così a spanna, eh…), identicamente a quanto fa la gioiosa fin dal titolo Smells Like Happiness in un crescendo irresistibile di pulsazioni sintetiche e sfarfallii elettroacustici.
Ma dicevamo dei polifonici, e qui ahimé casca l’asino, perché della comune di biancovestiti Gibbs e compari finiscono col riprodurre ahiloro il lato più deteriore, fidando in un mellifluo spennellare di cori fino allo sdilinquimento (Days Is Dawning), con la noia che fa capolino già al primo ascolto (Shame, Boys Of Melody), dissipando più che passabili intuizioni melodiche semplicemente immergendole qualche volta di troppo nell’infuso chiesastico-pastorale.
Va meglio nel finale, con la vibratile sovrapposizione di cori in Breathe On It come dei fratelli Wilson ad una festa di mormoni, e col mesto camerismo di The Man That I Am With My Man, qualcosa come i Left Banke a livello del suolo, poco prima di spegnere la luce su un consistente groppo alla gola, l’anima colma di dolceamara aspettativa.
Sarebbe finita qui, ma non posso esimermi dal riferire riguardo ai tre pezzi reperibili nel suddetto singolo Ban Marriage, davvero interessanti ancorché più grossolani, quasi al livello di home recordings, dalla ruggine efebica di Worms Cannot Swim Nor Can They Walk – già presente in Ecce Homo, sorta di country rock seriale abitato da sorprendenti scacciapensieri – all’inafferrabile mestizia di We Oh We, fino a quella Fear Of Zine Failure (e qui non possiamo non sentirci chiamati in causa) che coglie la quadratura di un cerchio gospel-folk-rock dalle venature acidule che rimanda neppure troppo stranamente alle epifanie acustiche di certi Husker Du.
Disco molto bello a metà, questo degli Hidden Cameras, che suggerisce potenzialità sì considerevoli che non vorremmo troppo legate alla presente congiunzione astrale. Dubbi e perplessità che si risolveranno solo con le prove successive, intanto abbiamo di che trastullarci, ben pronto il dito nei pressi del tasto skip. (6.5/10)

Tornano come una buriana di fine estate gli Hidden Cameras di
Joel Gibb, sulla spuma del solito piglio scellerato e farfallone
che abbiamo già potuto apprezzare nellesordio ufficiale The
Smell Of Our Own.
Di quello ripropone né più né meno la cifra stilistica,
arrembando tra galoppate folk-rock e pop da camera (limpeto di chitarre,
archi e fiati di Fear Is On) disseminate di sospensioni enfatiche (la
struggente semplicità della peraltro già nota We Oh We:
un arpeggio, il velluto in fiamme della voce e un mantice darchi a riempire
il cuore) e quadretti irriverenti (la bucolica contro-liturgia di That's
When The Ceremony Starts, tastierine, archi e glockenspiel a zampettare
sull'argine di un'onda che accumula energia fino a sporgersi sul punto d'esondazione).
E' bravo Gibb a muoversi su una linea obliqua sciamando tra effusioni ed efferatezze
tipo i Velvet più sardonici via R.E.M. (la festosità tirata
di I Believe In The Good Of Life) e Beach Boys via Housemartins (quei
vocalizzi distesi tra i liquori asprigni di Music Is My Boyfriend, oppure
l'orchestra, l'organo e i campanellini esagitati dell'iniziale Doot Doot
Plot), senza contare la disarmante propensione alle tessiture vocali caprine
sul modello degli ineffabili Bee Gees - è proprio il caso di
dire nomen omen, caro Joel - come nella tenerissima costipazione emotiva di Builds
The Bone.
Tirando le fila, sembra di avere a che fare con quel pop che nei sessanta s'insinuava
nei salotti riempiendoli di sogni sul punto d'imbizzarrire in visioni, e al
contempo con la fiera voce delloutsider (il diverso, lo sfigato)
che rigira la frittata lungo la perigliosa (e squallida, ed elettrizzante,
e livida, e formidabile) dorsale degli eighties. Una sapiente compenetrazione
di dolcezza e sarcasmo. Una incantevole, seducente mitragliata ai preconcetti
mirando al cuore, che almeno da lì si riesca a passare.
Impossibile non voler bene ad un programma così, pressoché vivo
di una sola, scattante ispirazione, vario e verace, in grado di soggiogarti
con una beffa pseudo-motorik dal titolo I Want Another Enema, di palpare
il ventre molle delle epopee a livello del suolo con In The Union Of The
Wine, di frinire e pizzicare archi e ugola nella nevrotica /sarcastica B
Boy (con qualche rimando a certe ebbrezze Lambchop), di congedarci
nel segno di una impagabile ovvietà fifties per jingle di chitarra,
piano e basso zuccherino, vale a dire la title-track.
Disco dunque che savventura lungo uno sbaraglio sapiente, al limite del
calcolato, ma con una freschezza spregiudicata alla quale è dura negare
un pezzetto di cuore. E insomma il solito sfavillante circo dello strasentito
che il pop rock al suo meglio sa elargire, ma anche lesatto motivo per
cui non vuol saperne di stancarci. (7.1/10)

Formula che vince non si cambia. Zelo febbrile, brio sanguigno, una gaia scabrezza. Appeal adrenalinico tipo i primi R.E.M. in overdose d'elio o gli Housemartins in scorribanda queer. Il fraseggio infarcito di guizzi vaudeville e bacilli yodel. Un'ipercinetica parata di melodie dirette, scorrette, struggenti, con un refolo mesto per ogni sfacciataggine. E, diciamolo, un déja-vu in ogni guizzo: ma è un prezzo accettabile da pagare. Perché gli Hidden Cameras di Joel Gibb riescono nell’impresa di stupire ripetendosi. Grazie alla forza d'animo e alla freschezza, la convinzione con cui cavalcano la convenzione che si sono cuciti addosso.
Una formula che sembrava già del tutto esplorata, e invece no. Perché AWOO fa proprio questo, continua ad esplorare. Intrecciando reale e surreale in un impasto vorticoso. Forzando sistematicamente il baricentro del "posticcio poetico" tanto da ubriacarti prima ancora che ci pensi quel profluvio di bizzarrie puntute, aciderie e sculettamenti. Uno schema tattico ossessivo che prevede strofe trattenute e ritornelli innodici, micro-struttura musical a cui ben si adattano tanto gli up tempo a rotta di collo (Lollipop) quanto i burrascosi country soul (For Fun), tanto le frenesie vaudeville (la title track) quanto il pop più zuccherino (Heaven Turns To).
Il sempre particolare fraseggio di Gibb (un busker imbonitore, un teatrante clown, un tenero istrione), la tensione febbrile tra i componenti (chitarre, archi, clap-hands, vibrafonino...) e l'ambigua compresenza di beffa e mestizia, dissoluzione e struggimento, asprezza e sinuosità, collocano gli Hidden Cameras in una dimensione quantomai peculiare. Più remmiani dei R.E.M. nell'accorata delicatezza di Fee Fie, non troppo distanti dal piglio scacciapensieri di certi Beach Boys in She's Gone, velatamente sardonici al modo di certi quadretti reediani in Wandering, curiosamente art-punk e popadelici nella guizzante Heji, Gibb e compagni compiono il tour definitivo nel loro giardino di marzapane. Riuscendo convincenti, talora trascinanti e solo un pizzico ripetitivi. In futuro saranno necessari accorgimenti tattici, ma per ora è uno fisso. (7.3/10)
L’occasione è delle più importanti, eppure non potrebbe esserci giornata più anonima per un concerto di questa portata. Non se lo meritano proprio il lunedì ma tant’è, all’interno della rassegna Gender Bender organizzata dal burocratico Cassero, arrivano finalmente in Italia in anteprima nazionale gli otto di Toronto, gli Hidden Cameras che per, chi ancora lo ignorasse, sono la pop band dell’anno.
Pochi mesi fa il combo dava alla luce Awoo, una collezione di melodie leggiadre e folky, tanto brit quanto americane, un piccolo capolavoro di sintesi tra il sound ottanta dei migliori Housemartins, i sempiterni Smiths e il country-folk tagliato jingle jangle dei R.E.M. di Peter Buck. A suonarlo una pop-rock band avvezza al sintetico di cinque elementi e arricchita da confidenze cameristiche, uno xilofono sbarazzino e un paio di tastiere indie kitsch . È troppo? Per nulla, tutto è poggiato sulle spalle di Joel Gibb: strofe leggere - omospiritual dicono - potenti e impeccabili, cariche di quello spessore mèlo che le allontana dagli apostrofi gai avvicinandole invece a quei sentimenti dolceamari a cavallo tra sixties ed eighties.
Premessa necessaria a un evento che mantiene tutte le promesse del caso, a partire dall’antefatto: gli otto compaiono allo scoccare della mezzanotte percorrendo il giardino esterno del locale in fila indiana, suonando totalmente in acustico un’aria folk (un po’ come gli Yo La Tengo a Urbino due estati fa, un po’ come gli Akron Family, ma ovviamente molto più aulici). Visti così sembrano gli Architecture In Helsinki, impressione che sul palco si fa più forte, ma è soltanto estetica. C’è la componente boy e girl anni ’50, chic quanto basta per aggiornare i B52’s e c’è il look western di Gibb; poi c’è lo scazzo novanta della sezione archi e il Rapture look del bassista. Premio ovviamente alla batterista, con quel giacca-cravatta che fa tanto Christian Rainer e gli Hidden Cameras ci sono tutti, sul palco, a passare dall’acustico all’elettrico. Via. Attaccano con un duetto di brani recenti ed è festa tra il pubblico ammirato e danzereccio. Poi arriva la botta emotiva con AWOO, emblema di un manierismo folky e fanciullesco conquistato sul campo e dopo tutta l’alternanza tra il passato più o meno recente. Una manciata di brani dal precedente Mississauga Goddam, un bel po’ da The Smell Of Our Own, dunque Heji , altro scossone sottoforma di efficacissimi stop and go. Una pausa e poi rientro per altri tre brani. Uno spettacolo musicalmente ineccepibile e visivamente a dir poco spassoso come soltanto gli otto architetti di Helsinki erano riusciti a creare. Il pubblico all’unanimità applaude. Rivediamoli. Andateli a vedere. È il loro momento, ma anche il nostro.