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Introduzione
Critica
Webografia

Herman Düne

di Valentina Cassano e Stefano Solventi
Nordici purosagune che suonano country folk. Due fratelli che infilzano Leckman, M Ward, Van Morrison e Dylan dagli angoli sperduti del mondo in cui si ritrovano. Per ritrovarsi con il settimo album in studio in una festa bucolica.

Herman Düne

  • Little Wounds
  • Not On Top
  • Had I Know
  • Walk, Don’t Run
  • Slow Century
  • This Will Never Happen
  • German Green
  • Recording Farfisa
  • You Could Be A Model Goodbye
  • Seven Cities
  • Good For No One
  • Orange Hat
  • Whatever Burns The Best Baby
  • Eleven Stones
  • Warning Spectrum

Not On Top (Track & Field / Wide, 2005)

di Valentina Cassano

Al primo ascolto di Not On Top degli Herman Düne viene subito da pensare a un Dylan resuscitato. Pensiero bizzarro, ma sufficientemente veritiero. Quando poi si scopre che i fratelli Andrè e David-Ivar sono svedesi e il (nuovo) batterista Neman è svizzero, allora tutto diventa ancora più bizzarro. Dei nordici purosangue che suonano il country-folk di Johnny Cash o Neil Young risultando tanto credibili da essere confusi (per un attimo) con gli originali americani. Curioso anche che il trio si sia stabilito da qualche tempo a Parigi, che per questa sesta prova in studio abbia accolto tra le sue fila una donna (la canadese Julie Doiron, già membro degli Eric’s Trip) come bassista e corista, e che l’album sia stato registrato a Leeds tutto rigorosamente in mono. Questo perché, citando David-Ivar, “se stai cucinando e lo stereo è nella stanza accanto, quante possibilità hai di trovarti giusto al centro tra le due casse?”. Un pensiero succinto, ma efficace in linea con l’essenzialità della loro proposta.

Personaggi atipici dunque, quanto tipico è in realtà il loro suono. In queste quindici tracce scorre la strada che unisce il già citato Dylan (Little Wounds con il suo fare stradaiolo) ai Songs:Ohia (per la presenza femminile nel country di Walk, Don’t Run e nella ballata d’altri tempi Slow Century, come un duo Molina /Benford senza pathos), i Silver Jews (il mood scanzonato di This Will Never Happen, la texana You Could Be A Model Goodbye e la traballante Seven Cities) alla sghemba estetica lo-fi di Oldham e Barlow (il drumming tribale di Good For No One e la granulosità elettrica di Eleven Stones). Riferimenti precisi, palpabili, quasi una dichiarazione d’amore del trio nei confronti di questi autori e delle loro sonorità, che passa attraverso il canto ai limiti di uno stonato controtempo, con una Silvertone sempre in primo piano accompagnata da una sezione ritmica decisa e compatta.

Nonostante un certo brio nella scrittura (necessario, d’altronde, per poter collezionare la bellezza di 400 canzoni, come narra la leggenda), gli Herman Düne rimangono intrappolati in un tempo e luogo che giovani orecchie e nostalgici potranno apprezzare, ma che risultano fin troppo riconoscibili per chi, quel tempo e quel luogo, li ha già attraversati. (5.8/10)

  • I Wish That I Could See You Soon        
  • Nickel Chrome 
  • 1-2-3 Apple Tree          
  • Bristol 
  • Pure Hearts     
  • No Master       
  • Take Him Back To New York City         
  • Baby Bigger     
  • This Summer   
  • Your Name / My Game 
  • By The Light Of The Moon        
  • When The Water Gets Cold And Freezes On The Lake  
  • Giant   
  • I'd Rather Walk Than Run         
  • Glory Of Old    
  • Mrs Bigger

Giant (Source / Virgin, novembre 2006)

di Stefano Solventi

A chi consiglierei questo disco? A tutti quelli che sentono il bisogno d'un anello di congiunzione tra Jens Lekman e M. Ward, ovvero di un'andatura sciroccata & dinoccolata tra sogno e malinconia, tra mistero e scazzo, tra sentimento e gioco. Una voglia di pop che decide di partire dal folk-soul un po' come usava fare il giovane Van Morrison, sulla schiuma d'un entusiasmo brioso che metteva insieme quasi senza accorgersi mondi così lontani così vicini (non aspettatevi però né la voce né l'impeto del leone irlandese). Il tutto poi condito da effluvi latini - per non dire africani - con languida disinvoltura ed esiti stranianti, vedi il reggae strumentale di Baby Bigger (dall'inusitato retrogusto klezmer) e la soavità Paul Simon di No Master. Senza contare le brume tex-mex di una Your Name/My Game (tipo i Calexico alla camomilla) o il dylanismo caracollante di Glory Of Old.

Trombe, sax, flauti, slide guitar, cori (femminili) guizzanti e setosi, tante percussioni, insomma è una festa bucolica per questa band di fratelli svedesi sparsi nel mondo (Berlino, New York e Parigi), di cui ogni disco (con questo fanno sette in sei anni) sembra appunto celebrare la riunione. Forse non dovrebbero mai separarsi, magari così gestirebbero meglio l'evidente ipertrofia creativa: sono davvero troppe queste sedici canzoni, non basta il trepidante garbo e la sapiente modulazione di umori ad evitare una certa ripetitività, specialmente da metà programma in poi. Con tutto ciò, rimane un buon album per tutti gli indie rockers bisognosi di abbassare e ammorbidire i volumi. Un lavoro non banale, suadente ma non addomesticato. Forse neanche troppo innocuo (come in effetti sembra). (6.3/10)