Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

Helios

di Edoardo Bridda
L’ambient discreta di Eno, la psych dei Boards Of Canada, la drone music di Pan American e la folktronica dei Books passando per Satie, niente di nuovo da queste parti. Eppure nella musica di Keith Kenniff un piccolo mircacolo accade ogni volta. Il segreto? Accarezzare l’anima con canzoni senza parole. Vivere l'ambient come il più romantico dei film.
Helios

 

 

 

The Headphone is safe

di Edoardo Bridda

Era il 2004 quando Keith Kenniff esordiva sotto lo pseudonimo di Helios affascinando stampa e pubblico con una manciata di tracce al confine tra folk, ambient e indietronica, ingannando l’orecchio con una musica per film, e accarezzandosi l’anima con canzoni senza parole.
Short cut girati con un tocco essenziale dove niente di nuovo accadeva negli arrangiamenti e nulla di sorprendente seguiva negli accostamenti melodici. Ogni aspetto era noto ai consumatori di Morr, Type, Kranky, eppure la piccola magia accadeva.

Talento e semplicità, chiamatelo dono della sintesi, il succo del primo parto artistico Unomia (Merck, 2004) è proprio questo, il lavoro di un ragazzo che, dopo un pugno di esami di cinematografia, si sta per laureare al Berklee College di Boston in discipline musicali. Una collezione di brani all’ombra di complicazioni a mettere in scena le più consolidata delle tecniche dei nostri anni per una scrittura che accarezza paesaggi della mente e del cuore. Una manciata di note al piano (o alla seicorde), rilassate e riflessive, sottilmente romantiche, in omaggio mistico religioso verso l’ambient discreta di Eno, la psych dei Boards Of Canada e la drone music di Pan American (Suns That Circling Go). In sfondo (o in figura, a seconda…) il gioco ritmico è scoppiettante ma misurato, in una parola indietronico, figlio cioè della lezione hip-hop passata al filtro dell’IDM, il risciacquo amniotico di un tempo tenuto e poi scomposto al laptop, incipriato di spezie che per Helios sono come la scenografia di un set: ricco di particolari, ma di fatto spoglio, vuoto ma pieno di quel che conta.
Dunque vicinanza e distacco, riduzione del fuoco e visione d’insieme, un film di Antonioni in una visione Harold Budd, il profumo del neroli nella melanconia di Drake in un old west targato The Books. Una carta d’identità che è un passpartout per le nazioni del mondo, un documento di riconoscimento che anche sotto le mentite spoglie di Goldmund non smette di conservare la cifra stilistica. (6.8/10)

Anticipato dagli umori da soundtrack truffautiana di brani come West Orange e Light House (sempre su Unomia), nel 2005, sempre per la Type, esce Corduroy Road (Type / Wide, 2005).
Kenniff esplora il mondo del pianoforte sotto l’astro ambient di Satie e il risultato sono dodici scrigni di ricordi e emozioni sottopelle, una collezione di stanze della mente in noti giochi sinestesici per un altrettanto limpido output garbato e intelligente, semplice come lo è l’umano in fondo, ma capace di smuovere la complessità dei sentimenti. (6.8/10)

Poi è la volta di un remix, Dial dei compagni di etichetta Deaf Center, pubblicato nell’eppì Neon City e da lì il silenzio fino al giugno del 2006 quando, sempre per l’estatica etichetta che lo ha voluto con sé, Keith Kenniff presenta la fatidica prova numero tre, la verifica delle proprie capacità e maturazione.

Nelle dieci composizioni di Eingya (Type / Wide, 20 giugno 2006), il bostoniano rivoluziona la propria formula ambient+idm+folktronica con le ciabatte ai piedi, ma al contrario di quel che ci si può aspettare, la musica di Helios non è più varia rispetto all’esordio, magari a caratterizzarla c’è ora quel tocco scandinavo che la rende differente, eppure il set cinematografico è ancora lì, intatto. Nell’opener Bless This Morning Year un drone Pan American apre per un risciaquo Boards Of Canada e infine una melodia off-pitch alla chitarra alla quale s’aggiunge l’arpeggio folky di una seconda. E’ lei, la solita trama… eppure basta quello scarto, quel riff a arrampicarsi come l’edera, ed eccolo di nuovo, il piccolo miracolo che si compie.
Halving The Compass,percorrendo colori di case e piscine Múm/Sigur Rós, non è da meno, così First Dream Called Ocean dove lo sguardo è sul mare, all’immagine di un dialogo tra balene.

Da altre parti ritroviamo una folktronica à la The Books abilmente intarsiata (Dragonfly Across An Ancient Sky). E poi, quando ci s’aspetta un menù fatto di dolci e impalpabili mood, Kenniff si smarca con Paper Tiger,pop catchy di puro sedicinoni sonoro, un altro tocco di classe, una canzone e assieme una sequenza di raffinati romanticismi.

Non mancano infine le varie riletture Boards Of Canada, un sfida a distanza chiamata The Toy Garden (ancora splendidi i disegni melodici alla chitarra) e Sons Of Light And Darkness, nella quale lel migliori suggestioni di The Headphone Phase in Lost And Safe dei Books si incontrano e si confondono.

Ancora una volta, se Helios ricorda da vicino le sonorità dalle quali attinge, è così bravo a realizzare i film che immagina che quel che fa è di una bellezza disarmante. Tacciano tutti coloro che possono aver pensato alla new age ascoltando questa musica. (7.1/10)

  • A Rising Wind
  • Woods And Gives Away
  • Signed I Wish You Well
  • Soft Collared Neck
  • The Obeisant Vine
  • In Heaven (David Lynch Cover)

Ayres (Type / Wide, 3 settembre 2007)

di Edoardo Bridda

Poteva il giovane Keith Kenniff rinunciare alla moda più in voga presso gli ambienti elettronici? Certamente no, con l’electroshifting nel cuore, in Ayres è lui stesso a cantare sei soundtrack song con un timbro delicatissimo e proverbiale malinconia angelica. Pericolo. È senz’altro uno scarto da vertigine vista la pesante obsolescenza del genere. Dunque una sfida: fare un passo oltre il consueto mix d’IDM, ambient e folktronica riavvolgendo la lezione di cinema fino a una canzone scritta da Lynch (In Heaven nella colonna sonora di Eraserhead). Gli ingredienti dell’intera tracklist sono tutti nella dilatazione dell’estasi di questa cover: pathos 4AD, il David Sylvian più angelico o, più vicini a noi, il Manitoba / Caribou femminile. Cantautorato essenziale dunque, bendato in arrangiamenti visuali ancora in bilico tra il noto e il personale dove ogni dettaglio è perfettamente fuoco: come il bel tintinnio legnoso e orientaleggiante in apertura (A Rising Wind con echi amient-folk nordici à la Sigur Ros / Mum), senza contare il carillon quasi mantrico di Woods And Gives Away (così vorrei producesse Caribou i suoi dischi), oppure ancora gli ottimi concretismi per calpestii d’erba e cartacce di Signed I Wish You Well.
Brano dopo brano, Kennif supera ogni incertezza nell’intonazione incontrando la giusta pressione sul plesso: Soft Collared Neck  è una bella ballad lunare à la AIR (- per piano e voce Goldmund style), The Obeisant Vine un’altrettanto ammaliante folk song in treddì cinematografico. Se aggiungiamo il prepared piano della citata e conclusiva In Heaven (con voce un po’ Sylvian) il cerchio, dopo trenta minuti, si chiude. Un gioiello. (7.0/10)