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guiLLeMoTs

di Antonio Puglia

Si sa, quando c’è da creare fenomeni, gli inglesi non si tirano certo indietro. Nel caso degli esordienti guiLLeMoTs, una commissione di dj e critici della BBC li ha indicati tra i cinque act più promettenti per il 2006. Ok, non è esattamente un hype clamoroso come quello che ha lanciato gli Arctic Monkeys, ma di fatto tra gli addetti ai lavori si fa un gran parlare di questo eclettico quartetto di base a Londra e attivo da un paio d’anni, che ha di recente avuto la ventura di aprire (con successo) i concerti di Rufus Wainwright. E non stiamo parlando di giovani di belle speranze e bell’aspetto come le Scimmie Artiche, ma di musicisti già “scafati” - e anche un po’ attempati rispetto alla media -, con un passato nella classica e nell’avanguardia (il leader e tastierista Fyfe Dangerfield è coinvolto anche in progetti elettronici, mentre il chitarrista MC Lord MagRaO vanta trascorsi avant in un ensemble di base a San Paolo), che farà anche curriculum ma non fa tanto NME.

  • Safe
  • Trains To Brazil
  • Made Up Lovesong #43
  • Over The Stairs
  • Who Left The Lights Off, Baby?
  • Cats Eyes
  • Go Away
  • My Chosen One

From The Cliffs (Naive / Self, 19 maggio 2006)

di Antonio Puglia

Eppure, stavolta verrebbe voglia di ascoltare i vaticini dei media britannici. A sentire gli otto episodi di From The Cliffs, assaggio in vista del debutto per Polydor Through The Window Pane (eh sì, i ragazzi sono stati tanto bravi da strappare un contratto a una quasi major), i guiLLeMoTs mostrano di avere più di un asso nella manica. Vedi come l’iniziale Trains To Brazil (già A-side di un singolo dell’anno scorso), dopo una partenza-depistaggio à la Arcade Fire, si snodi come una song solare e ballabile trascinata da una voce e una sezione di ottoni che farebbero invidia al Robert Smith di Close To Me (o, meglio ancora, i Dexy's Midnight Runners di Too Ray-Ay), o come Who Left The Lights Off, Baby? racchiuda con disinvoltura tre decadi di pop music, finendo col privilegiare l’easyness di certi Ottanta (dalle parti di Cure, Aztec Camera o giù di lì) mescolandola ad arditezze Brian Wilson (dalle parti di Smile); o come Made Up Lovesong #43, da apparente silly love song, si riveli sofisticata tra cavalcate wave e richiami soul, o Cat’s Eyes oscilli tra divertissement jazzy e ballata romantica in stile Buckley – Jeff - e Wainwright - Rufus, ovviamente.

Oltre a un’indubbia catchyness - requisito fondamentale per ogni gruppo con velleità popular -, tuttavia i Nostri non rinunciano ad ostentare ambizioni più alte; ciò è evidente nella cura di arrangiamenti e produzione e nella varietà dell’arsenale sonoro (un grande assortimento di tastiere più contrabbasso, chitarra, percussioni, innumerevoli effetti sonori e all’occorrenza fiati e archi), ma ancor più in tracce come Over The Stairs (epica suite tra memorie Us And Them dei Floyd, nebbie Mercury Rev e arditi vocalizzi alla Wyatt / Buckley – stavolta Tim) e Go Away (un dub / reggae assalito dallo Yorke sciamannato di National Anthem / Climbing Up The Walls), non prive però di una certa pretenziosità e autoindulgenza, specie in fase di minutaggio.

Difetti che, sommati a un’innegabile eterogeneità, fanno solo aumentare l’aspettativa e la curiosità anziché affossarle: tanta e tale è la carne al fuoco che basterà soltanto aggiustare il tiro per sferrare lo strike decisivo. Che stavolta i media inglesi ci abbiano visto bene? (7.2/10)

  • Little Bear
  • Made Up Love Song #43
  • Trains To Brazil
  • Redwings
  • Come Away With Me
  • Through The Window Pane
  • If The World Ends
  • We're Here
  • Blue Would Still Be Blue
  • Annie, Let's Not Wait
  • And If All...
  • Sao Paulo

Through The Window Pane (Naive-Polydor / Self, 29 settembre 2006)

di Antonio Puglia

Viste le premesse, facile prevedere che i guiLLeMoTs arrivassero ben preparati alla prova del nove. Ecco quindi che l’esordio sulla lunga distanza, il tanto atteso Through The Window Pane (che segna il passaggio definitivo alla Polydor dopo i singoli usciti nel corso dell’ultimo anno e mezzo) suona come una sfida ineluttabile, assumendo nella forma i connotati di un trionfo a priori. In questi dodici episodi la band di Fyfe Dangerfield non risparmia infatti nessuna risorsa a disposizione, e anzi non si fa mancare nulla - ma proprio nulla - quanto a grandeur e ambizione: rispetto al pur sostanzioso assaggio del mini From The Cliffs, la proposta viene ridefinita e focalizzata in direzione di arrangiamenti maestosi ed esagerati – scritti e curati nel dettaglio dallo stesso leader - , che puntano sulla solennità, l’enfasi, l’effetto speciale prima ancora che sull’immediatezza (che pure c’è, attenzione), arrivando a lambire il kitch in più punti.

Pop, jazz, soundtrack, wave, esotismi brasileiri sono fusi in un amalgama che sa di irreale, di esagerato, di fantastico, tra il limbo fatato degli ultimi Mercury Rev, Pet Sounds e il circo spaziale dei Flaming Lips, senza dimenticare la drammaticità di certi Floyd watersiani (Come Away With Me). Il songwriting giocoso e scanzonato di scuola eighties (Cure vs Dexy’s Midnight Runners) viene relegato alle già note Made Up Love Song #43 e Trains To Brazil, più le nuove Through The Window Pane e Annie Let’s Not Wait; per il resto dominano ballad in punta di piedi (Little Bear, Redwings – con il controcanto della special guest Joan As Police Woman - , If The World Ends, Blue Would Still Be Blue), attraversate da barlumi orchestrali che accentuano il lirismo buckleyano della voce di Dangerfield.

Certo, spesso si calca talmente la mano che il rischio della parodia involontaria è dietro l’angolo, ma prima ancora che a uno sbruffone sfoggio di virtù pare di assistere a una sorta di musical a cartoni della Disney sognato da Lewis Carroll, in cui la fanno da padrone fantasia ed immaginazione portate all’estremo. Valgano su tutti gli undici minuti conclusivi di Sao Paulo: incedere cinematico, un climax progressivo in cui la voce si fonde con l’orchestra in un’atmosfera tra carnevale e Mission Impossible con tanto di finale in technicolor, da Hollywood d’altri tempi.

L’impressione è i guiLLeMoTs abbiano voluto sparare le cartucce più rumorose ed appariscenti del loro arsenale, con l’intento – tutt’altro che discutibile - di mostrare di essere capaci di creare un proprio immaginario, un universo privato che si regge su regole autonome. Riuscendoci in pieno. (7.3/10)

Live: FyFe Dangerfield (foto: Antonio Puglia)

Live: Transilvania, Milano (22 febbraio 2007)

di Teresa Greco. Foto: Antonio Puglia

Transilvania Live non molto pieno, e dispiace, per questa unica data italiana dei Guillemots, talentuoso quartetto di base a Londra esploso lo scorso anno (almeno in UK). Nonostante tutto pochi ma buoni, a cantare sotto il palco insieme al frontman e tastierista Fyfe Dangerfield, che non fa nient’altro che catalizzare naturalmente su di sé la maggior parte dell’attenzione. Con spontanea megalomania regge il palco, destreggiandosi tra i suoi strumenti e dando man forte alla band, compresa di sezione fiati, che si scalda sin da subito con Come Away With Me / Through The Windowpane. Fyfe è gran cerimoniere di questa lunga jam, e mostra infatti di divertirsi parecchio; l’esagitato Magrao alla chitarra gli fa degnamente eco, impegnato a trarre suoni il più eccentrici possibile con l’ausilio di trapani e aggeggi vari; dal canto suo, la bellezza esotica della contrabbassista Aristazabal Hawkes completa la scena (il batterista sarà poco visibile per cause logistiche).

Il live procede tra ben note hits accompagnate da un pubblico partecipe; presentano infatti solo alcun i pezzi da Through The Windowpane (il nuovo singolo Annie Let’s Not Wait, l’attesissima Trains To Brazil e l’epica Sao Paulo) e qualcosa dall’EP From The Cliffs (Go Away) , per il resto sono song inedite (il suggestivo tango Sea Out, la teatrale e carnevalesca She’s Evil). La dimensione live ben si sposa con la cifra stilistica del gruppo, tra effetti sonori, lunghe cavalcate soul-funk e folk-rock, pezzi dilatati, che ben figurano nel confronto con le song da studio. Il gruppo si destreggia tra influenze folk à la Dexys Midnight Runners e Van Morrison, omaggi a un certo soul americano dei ’70 (uno degli inediti cantato in solo da Fyfe era puro Stevie Wonder) e inflessioni che ci hanno ricordato le intense jam piano voce e chitarra alla Waterboys, ma senza la drammaticità, il pathos e la profonda malinconia di quest’ultimi, anzi con autentico e sano divertimento. Alla fine dopo più di un’ora e mezzo di concerto e un bis, Dangerfield riappare in solitaria con una tastierina e ci delizia con un’intensa e commovente Blue Would Still Be Blue quasi a cappella. Peccato per chi non ha assistito ad un’ autentica epifania.

  • Kriss Kross
  • Big Dog
  • Falling Out Of Reach
  • Get Over It
  • Clarion
  • Last Kiss
  • Cockateels
  • Words
  • Standing On The Last Star
  • Don't Look Down
  • Take Me Home

Red (Universal, 24 marzo 2008)

di Teresa Greco

La tendenza alla magniloquenza appartiene da sempre al DNA degli inglesi Guillemots. Aggiungiamoci pure un senso spiccato per la melodia e per una scrittura pop che in quest’ultimo Red, successore di Through The Windowpane (2006), vira decisamente verso l’iperpop. "Non volevamo fare un ‘Through The Windowpane’ parte seconda, quello era un disco molto più soft. Per questo nuovo, abbiamo semplicemente voluto scrivere canzoni pop che potessero catturare immediatamente l'attenzione”. Questo nelle intenzioni del leader Fyfe Dangerfield.

Il risultato ha abbastanza spiazzato fan ed addetti ai lavori, ponendosi tra un esagerato iperpop di marca ELO/Beatles, un funk/soul ricolmo di ballad ed elementi di electropop ‘80. Intendiamoci: la cifra stilistica del gruppo c’è tutta, il solito mix di pop-wave-soul dagli arrangiamenti curati e dall’enfasi montante di marca Arcade Fire. Cifra riconoscibilissima in buona parte dell’album, dalla classica ballad soul (Falling Out Of Reach) alle cavalcate epiche rilette qui in chiave Electric Light Orchestra (l’opener Kriss Kross); la novità è rappresentata dalle commistioni elettroniche di matrice synth pop (Big Dog, il singolo Get Over It, Last Kiss, Cockateels, ibridi che fanno venire in mente un George Michael (l’ingegnere del suono Adam Noble ha lavorato con quest’ultimo…) versante Prince morbido. Un mostro di Frankenstein non facile da digerire quindi, e sono comprensibili le reazioni di sconcerto all’uscita di Red. Come se in un certo senso il risultato suonasse come una parodia, involontaria crediamo, di certo suono piuttosto che omaggio/rielaborazione.

Da parte nostra si resta in attesa delle prossime mosse, sperando che si sia trattato di uno stand-by. (6.7/10)