Telefilm polizieschi anni Settanta, il western di Sergio Leone, l’India di Bollywood, l’hip hop old school, le cheerleader che invadono il campo accompagnate dai Sonic Youth. Esploso lo scorso anno nel vecchio continente, il crogiuolo di razze e generi, Thunder, Lighting, Strike prova ora a conquistare le terre oltre l’Atlantico. Benvenuti nell’America del sestetto inglese Go! Team.

Contrariamente a quanto il nome faccia pensare, i Go! Team non nascono come un gruppo bell’e pronto. Vero artefice del progetto è il leader Ian Parton, che nel lontano 1999 inizia a assemblare canzoni con un quattro piste, vecchi sampler anni Ottanta e strumenti veri e propri. Il primo eppì, Get It Togheter, esce per la minuscola label inglese Pickled Egg, ma subito desta l’attenzione della più grande Memphis Industries, che assolda Parton nel 2002. Per tutto il successivo anno Ian si destreggia tra il suo lavoro di documentarista in tv e la lavorazione dell’album (suonato per la maggior parte da lui, ma che ha visto la partecipazione a casaccio di altre persone, non meglio specificate).
Ingaggiato nel 2004 come supporto al tour svedese dei Franz Ferdinand, arriva per il Nostro il momento di mettere su una band in carne e ossa. Tempo tre settimane e Ian (chitarra elettrica, armonica e batteria) si presenta con Sam Dook (chitarra elettrica, banjo, batteria), Jamie Bell (basso), Fukami Taylor (batteria), Silke Steidinger (batteria, chitarra elettrica, tastiere) e Ninja MC (voce).
Thunder, Lighting, Strike esce nel settembre dello stesso anno e, tra inchini e riverenze di stampa e pubblico, i sei arrivano a calcare i palchi di Glanstonbury, Reading e Rosklide, mietendo consensi e incassando successi, tanto da far circolare il nome (e la musica) per le vie telematiche di Internet. È quindi il potere della tecnologia a farli sbarcare (senza alcun contratto di distribuzione) in quell’America citata e rievoca nel debutto, con tanto d’invito a partecipare all’illustre South By Southwest Festival di Austin (Belle And Sebastian, Cat Power, Clap Your Hands Say Yeah!, sono solo alcuni nomi previsti per l’edizione del 2006). Una popolarità cresciuta con le performance di quest’anno al Primavera Sound di Barcellona e con un tour sold out in Svezia.
Conquistata l’Europa, il lancio ufficiale negli States sembra, a questo punto, quasi dovuto: è giunta l’ora per la combriccola britannica multirazziale di provare a sorvolare l’Atlantico con la ristampa dello scoppiettante debutto.

Non sarà quindi difficile immaginare per Thunder, Lighting, Strike (a cui sono state aggiunte un paio di tracce uscite in precedenza in versione ep) e i Go! Team una calorosa accoglienza da quelle parti, visto che di Brighton (la città natale) e delle radici inglesi i ragazzi non conservano nulla, se non la capacità di mischiare le carte del pop come incalliti e navigati bari, mostrando spesso a fine partita una scala reale o un poker.
Il loro sound ha infatti l’odore dolciastro dei chioschi di ciambelle al burro agli angoli delle strade suburbane d’America, che s’infila prepotente nelle narici ad ogni passo, con il vento che taglia il viso e un tiepido sole che sembra prendere bonariamente in giro (Friendship Update). Ha la frenesia di un inseguimento in macchina a sirene spiegate, di quelli che si vedevano nei serial polizieschi di fine Settanta, dove uno sbuffo d’aria calda sotterranea può rivelarsi una manna dal cielo per annebbiare la visuale della legge alle calcagne e filarsela, facendola franca per l’ennesima volta (Panther Dash). Ha l’ilarità dell’infanzia/adolescenza, tra un salto con la corda a suon di filastrocche, giù, in strada (Huddle Information), e un telefilm in tv nella pausa merenda (Feelgood By Numbers; stessa propensione degli Architecture In Helsinki e stesso numero cospicuo di persone). Di certo non si può dire che sia un immaginario very british quello proposto dai sei ragazzi (maschi e femmine al cinquanta percento), con l’euforica accozzaglia di stili, generi e umori rimescolati in un profilo lo-fi che sfiora quasi l’autoproduzione su cassetta. Finanche esagerato può sembrare l’accostamento di un sitar di Bollywood con cori funkeggianti, sampler di gente festante, giochini Commodore 64 e hip hop vecchia scuola (una Ladyflash che ha più di qualcosa in comune con i Cornershop). Eppure non è facile resistere ad un paio di pezzi da novanta come The Power Is On (cheerleader in campo, hands clapping d’accompagnamento, fiati briosi, batteria scalpitante) e Junior Kickstart (armonica western morriconiana, ottoni squillanti e sezione ritmica da arresto cardiaco), entrambi conditi da incursioni chitarristiche Sonic Youth.
Un caos clamoroso e continuo, che forse non tutti riescono a sopportare, ma d’altronde è anche il segno tangibile di quel meltin’ pot culturale che gli stessi Go! Team rappresentano. Come una sorta di Famiglia Bradford inglese. E si sa, per stare dietro all’esuberanza di una prole così numerosa ci vuole fiato e pazienza. Per chi ha invece nervi fragili, consigliamo di lasciarla ai nonni di tanto in tanto, per imparare a godersi - a piccole dosi - il vivace impeto. (7.0/10)

Una scossa di chiassoso entusiasmo arriva finalmente a scuotere il Bel Paese, in un inverno gelido che ancora si stropiccia gli occhi e si stiracchia le ossa. Dopo la languida pacatezza dream pop di Her Space Holiday, ovvero Marc Bianchi (un godibile intrattenimento di chitarra minimale, semplici beat elettronici e loop di archi), fischio di trombe e largo ai sei giovanissimi di Brighton, Regno Unito.
Sorridenti e colorati, interscambiabili agli strumenti come le figurine Panini, i Go! Team si lanciano in una corsa a perdifiato nel guazzabuglio dell’ album di debutto (Thunder, Lighting, Strike), trascinando con loro un pubblico - numeroso e ben disposto - preso letteralmente d’assalto. Non risparmiano le energie, non lesinano un solo brano (da Panther Dash a Bottle Racket), esaltati come sono da quel diavolo nero di Ninja MC al microfono, che sembra avere polmoni d’acciaio, tanto si dimena frenetica nel suo completino da ragazza pon pon. E non è un caso che sia riuscita a strappare in più di un’occasione un timido coro dalle ugole dei presenti, frastornati da un’ora di hip hop sgangherato, con ben due batterie a tenere un ritmo spasmodico e incalzante, ché rimanere fermi e impassibili é pura utopia (Ladyflash e Junior Kickstart gli apici).
Un’invasione di allegria e buon umore, con conseguente e visibile soddisfazione di tutti, ma se proprio vogliamo fargli le pulci allora diciamo pure dei volumi troppo alti della strumentazione, del suono - certo a sorpresa - saturo e potente delle chitarre, quasi una voglia di strafare che ha penalizzato non poco le voci (valore aggiunto nel disco). Colpa del fonico o meno, il college party dei Go! Team funziona, devono solo macinare un po’ di strada insieme.

I Go! Team sono una macchina da guerra; sono una fottuta party-band. Ed ecco pronto quindi il secondo capitolo della loro storia musicale che si appresta a confermare quanto di buono veniva fornito dal precedente eccellente debutto. Con un piccolo problema di fondo però: se andate in cerca di un disco divertente e divertito che ti piazza una potenziale hit di tanto in tanto così quasi senza pensarci allora amerete questo album, ma se cercate sostanza, una piccola e maggiore dose di sperimentazione, una maggiore attenzione e tensione strumentistica che non vada aldilà dello sbattere il piede per terra e farsi trascinare al ballo beh allora rimarrete delusi e non poco…
Si perché qui le tastierine viaggiano a mille con motivetti poco più che puerili, le batterie sono gioviali, gli handclapping praticamente costanti e il cantato di Ninja Mc è quanto di più vicino ad un richiamo naturale al dancefloor. Ma finisce qui. L’inizio Grip Like A Vice è un calcio nei denti, un rigurgito per tastiere e beats contundenti, un primo chiaro segnale di ciò che ci attenderà; Doing It Right è la prima esaltazione della pista da ballo, l’orgia estatica che chiama se stessa alla celebrazione, un motivetto molto colonna sonora da b-movie anni 70 che sembra la versione festaiola dell’innocenza che ben conosciamo nei Belle And Sebastian. Titanic Vandalism è la perfetta b-side di Grip Like A Vice mentre Fake ID è il contraltare perfetto della vecchia Huddle Formation, chitarre in distorsione Sonic Youth, basso in pompa e un cantato da singalong durante un ballo spensierato. Keys To The City è l’altro apice del disco, condito com’è di baldanza dancefloor, un groove spaccaculi e trombe atmosferiche, mentre The Wrath Of Marcie tenta di ripercorrere invano i solchi di Ladyflash e I Never Needed It Now So Much è un’altra citazione questa volta pedissequa dei Belle And Sebastian di The Model. E poi qualche altro numero festaiolo abbastanza innocuo come Universal Speech e Flashlight Fight per chiudere con una deliziosa strumentale orchestrale e caciarona Patricia’s Moving Picture.
Si ritorna al punto analizzato sopra ossia che dipende da ciò che si va cercando in questo disco; evidentemente al sestetto riesce bene una cosa e hanno pensato bene di spingere di nuovo in quella direzione, ma se per un album il gioco ci sta (a maggior ragione se è un debutto semi-folgorante) un secondo episodio quasi ricalcato stona e da fastidio. Ergo… (5.8/10)