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Introduzione
Critica
Webografia

Gomez

di Stefano Solventi

Foto: Gomez

I Gomez, coloro che stupirono il mondo nell'anno della madonna 1998 proponendosi come una delle anomalie più inattese e sbalorditive d'oltremanica. La loro era una giovinezza sfrontata ma metodica, lasciavano intuire una padronanza disarmante dei modi e delle formule blues rock applicandole senza ritegno né timore reverenziale alle più modaiole istanze "brit". Ne risultò Bring It On, un calidoscopio improbabile e ubriacante, imprevedibile ordigno ludico dal quale mi lasciai (ci lasciammo) gioiosamente trastullare.
Non li ho mai presi troppo sul serio, insomma, e tuttavia li ho sempre ascoltati volentieri, giusto quella manciata di volte prima che mi annoiassero. Piacevole mi parve anche l'opera seconda Liquid Skin, più attenta alle canzoni che non agli scoppietti della scaletta, mentre non ho particolarmente apprezzato le escursioni sintetiche di In Our Gun, sembrandomi espediente piuttosto scontato per rimpinguare un palese vicolo cieco creativo.

  • Do One
  • These 3 Sins
  • Silence
  • Me, You and Everybody
  • We Don’t Know Where We’re Going
  • Sweet Virginia
  • Catch Me Up
  • Where Ya Going?
  • Meet Me In The City
  • Chicken Out
  • Extra Special Guy
  • Nothing Is Wrong
  • There It Was

Split the Difference (Hut/Virgin, 2004)

di Stefano Solventi

Attendevo quindi il quarto album Split The Difference senza alcuna frenesia e con un certo pessimismo. Difatti è un disco che non mi solleva di peso dal suolo, tuttavia qualcuno o qualcosa deve aver dato dato la scossa giusta (forse il produttore e tecnico del suono Tchad Blake?), perché sprizza quell'urgenza e quella vitalità che non ci aspettavamo più. Come se i cassetti delle esperienze passate venissero spalancati per scaraventarne fuori tutto il contenuto, blues e folk e swing e psichedelia e ghiribizzi elettronici, per poi folgorali con una tensione psych-rock mai tanto ruvida, limpida e sbrigliata.
La necessità di stupire (riarticolando, manipolando, padroneggiando la materia) c'è ancora, basti sentire il cazzeggio stereofonico di We Don’t Know Where We’re Going (scabro divertissement acid blues saturo di fuzz) e dell'iniziale Do One (wah wah e fischi sintetici per valzerone ebbro). Però la priorità sembra oggi passare attraverso la ricerca dell'intensità sia strutturale che timbrica, come se consumata la propulsione iniziale gli ex ragazzi avessero compreso (finalmente) che è il caso di fare un po' più sul serio.
Ragion per cui il giochino del patchwork citazionistico scoppia come pop corn, mettendo a nudo la polpa, restituendo i suoni alle loro primitive funzioni, col risultato di renderli meno autoreferenziali e più coerenti alle necessità espressive. Sono quindi maggiormente credibili gli azzardi psych, i tremori folk, gli assalti blues-rock, e il disco nel suo complesso appare gustosamente classico e tiepidamente post-moderno assieme, sempre però nei ranghi della fruibilità pop tipica dei Gomez.
Degna chiosa di tutto questo panegirico - finalmente - le canzoni: basti citare la verve country-mambo di These 3 Sins (dalla spregiudicata adesività melodica su febbricitante lavorio di chitarre e gommosa effervescenza di basso), la fibra svelta e nodosa di Catch Me Up (ibrido wave, post wave e "no depression", cioé da qualche parte tra Television, Violent Femmes ed Uncle Tupelo, quanto basta per farsi un sol boccone di uno Strokes qualsiasi), la semplicità frastagliata di Me, You and Everybody (come dei Pearl Jam senza l'ingombro del passato - zampettano le percussioni, intarsiano le corde, barbagliano radi organi e slide guitar) e la complessità rabbonita di Sweet Virginia (trapestio marziale su wah wah digrignante, quindi la planata in obliquo verso un chorus d'archi e maliosa malinconia).
Insomma, i Gomez ci tengono a sottolineare di saper scrivere canzoni che non siano vieppiù frankenstein sonici tra modernariato e futuro prossimo, quantunque il vizietto si manifesti in quella specie di brodaglia Tom Waits/Bad Seeds diluita nella formalina che è Meet Me In The City (rito voodoo cui non manca niente se non un po' di sangue nelle vene), e nel rigurgito folk-rock di Nothing Is Wrong (che iniezioni psyco-sintetiche, l'andazzo cantilenante alla Oasis e un bridge onirico non salvano dal naufragio).
Vabbé, in effetti anche in passato qualche buona canzone l'hanno scritta eccome, però mai con tanta immediatezza e decisione, così agili nel coprire uno spettro che va dal blues-psych di Where Ya Going? (riff di vaga ascendenza Led Zeppelin su graticola ritmica) allo pseudo glam fuzz & feedback di Silence (tra gli ZZ Top e i Mott The Hopple) fino al country-blues di polvere, tremori e sussurri della conclusiva There It Was.
Una bella sorpresa, insomma, bravi sette più. Ma ora la questione è: in quanto band in bilico tra il gioco e la passione senza lesinare sprazzi di genialità, i Gomez avevano una buona ragione d'essere, un senso che, come prevedibile, si esaurì presto, una volta adeguatamente esplorato (furono sufficienti due dischi). Oggi che si avviano a diventare una "normale" band rock'n'roll, per quanto estrosa, versatile e brillante, faticano a guadagnarsi la qualifica di "indispensabili" nel loro ambito di competenza, che è poi lo stesso su cui amiamo spiaccicare i nostri sogni e i nostri dolori. Sono gradevoli, intriganti, ma inesorabilmente accessori.
La loro sembra la superfice agitata d'un lago poco profondo: un tempo le acque erano intorbidate d'invenzioni e sorprese, ma oggi che il fondo si scorge con chiarezza, chi ha voglia di tuffarsi di testa? Quanto a me, mi basta stare un po' sulla riva. C'è una bella luce, una brezza impertinente. Non è lontano da casa. (6.3/10)

  • Notice
  • See the World
  • How We Operate
  • Hamoa Beach
  • Girlshapedlovedrug
  • Chasing Ghosts with Alcohol
  • Tear Your Love Apart
  • Charley Patton Songs
  • Woman! Man!
  • All Too Much
  • Cry on Demand
  • Don't Make Me Laugh

How We Operate (ATO Records / Independiente, giugno 2006)

di Stefano Solventi

I Gomez non saranno più quella novità eccitante che mandava la critica in solluchero un decennio fa, tuttavia il tiepido risalto sui media ottenuto dalle nostre parti con questo How We Operate – il quinto album d’inediti – è difficilmente spiegabile. Anche perché i ragazzi di Southport, forti della sapiente produzione di Gil Norton, hanno sfornato un disco davvero gradevole, che ci obbliga a riconsiderare un paio di convinzioni su di loro. Difatti, sembra finalmente superata la stucchevole dicotomia tra cuore e forma dei pezzi, un tempo patchwork febbrile di cliché acustico/elettrici strappati al blues, al folk, al country, al vaudeville. Mirabolanti mostriciattoli che, una volta consumato lo choc dei primi ascolti, si rivelavano poco più che pretesti, spesso acerbi, al peggio anche artificiosi.

Le cose cambiano. Oggi i Gomez non disdegnano l’immediatezza e – guarda un po’ – scoprono d’avere carte buone da mettere sul piatto. Per dire, ballad come See The World, Notice o Don’t Make Me Laugh sono perle di calore e comunicatività, cose semplici e banali forse ma con le spalle robuste ed il cuore ben acceso. Naturalmente il giocherellone che è in loro non si è estinto, infatti eccolo riaffiorare nei consueti tira e molla, nei trapassi di stile e d'umore, nei siparietti convulsi. Roba tipo il vaudeville immischiato cow punk di Tear Your Love Apart, l'ibrido Grant Lee Buffalo/Pearl Jam di All To Much oppure il funky-mex a base di guizzi, scudisciate, fischi, clap hands e beffarda malinconia di Cry On Demand. Qualche eccesso d’arrangiamento – come nell’intensa title track o nella struggente Charley Patton Songs – è il trascurabile prezzo da pagare per una scaletta che tra le altre cose si permette d’infilare una perfetta indie-pop song (Girlshapedlovedrug) tra quelle Hamoa Beach e Chasin Ghosts With Alcohol che potremmo eleggere ad estremi poetico-formali della band. Insomma, malgrado le ingombranti aspettative d’inizio carriera, i Gomez ce la stanno facendo. (7.0/10)