
I Gomez, coloro che stupirono il mondo nell'anno della
madonna 1998 proponendosi come una delle anomalie più inattese e
sbalorditive d'oltremanica. La loro era una giovinezza sfrontata ma metodica,
lasciavano intuire una padronanza disarmante dei modi e delle formule blues
rock applicandole senza ritegno né timore reverenziale alle più modaiole
istanze "brit". Ne risultò Bring It On,
un calidoscopio improbabile e ubriacante, imprevedibile ordigno ludico
dal quale mi lasciai (ci lasciammo) gioiosamente trastullare.
Non li ho mai presi troppo sul serio, insomma, e tuttavia li ho sempre ascoltati
volentieri, giusto quella manciata di volte prima che mi annoiassero. Piacevole
mi parve anche l'opera seconda Liquid Skin, più attenta
alle canzoni che non agli scoppietti della scaletta, mentre non ho particolarmente
apprezzato le escursioni sintetiche di In Our Gun, sembrandomi
espediente piuttosto scontato per rimpinguare un palese vicolo cieco creativo.

Attendevo quindi il quarto album Split The Difference senza alcuna frenesia e
con un certo pessimismo. Difatti è un disco che non mi solleva di peso
dal suolo, tuttavia qualcuno o qualcosa deve aver dato dato la scossa giusta
(forse il produttore e tecnico del suono Tchad Blake?), perché sprizza
quell'urgenza e quella vitalità che non ci aspettavamo più. Come
se i cassetti delle esperienze passate venissero spalancati per scaraventarne
fuori tutto il contenuto, blues e folk e swing e psichedelia e ghiribizzi elettronici,
per poi folgorali con una tensione psych-rock mai tanto ruvida, limpida e sbrigliata.
La necessità di stupire (riarticolando, manipolando, padroneggiando
la materia) c'è ancora, basti sentire il cazzeggio stereofonico di We
Dont Know Where Were Going (scabro divertissement acid blues
saturo di fuzz) e dell'iniziale Do One (wah wah e fischi sintetici per
valzerone ebbro). Però la priorità sembra oggi passare attraverso
la ricerca dell'intensità sia strutturale che timbrica, come se consumata
la propulsione iniziale gli ex ragazzi avessero compreso (finalmente) che è il
caso di fare un po' più sul serio.
Ragion per cui il giochino del patchwork citazionistico scoppia come pop corn,
mettendo a nudo la polpa, restituendo i suoni alle loro primitive funzioni,
col risultato di renderli meno autoreferenziali e più coerenti alle
necessità espressive. Sono quindi maggiormente credibili gli azzardi
psych, i tremori folk, gli assalti blues-rock, e il disco nel suo complesso
appare gustosamente classico e tiepidamente post-moderno assieme, sempre però nei
ranghi della fruibilità pop tipica dei Gomez.
Degna chiosa di tutto questo panegirico - finalmente - le canzoni: basti citare
la verve country-mambo di These 3 Sins (dalla spregiudicata adesività melodica
su febbricitante lavorio di chitarre e gommosa effervescenza di basso), la
fibra svelta e nodosa di Catch Me Up (ibrido wave, post wave e "no
depression", cioé da qualche parte tra Television, Violent
Femmes ed Uncle Tupelo, quanto basta per farsi un sol boccone di
uno Strokes qualsiasi), la semplicità frastagliata di Me,
You and Everybody (come dei Pearl Jam senza l'ingombro del passato
- zampettano le percussioni, intarsiano le corde, barbagliano radi organi e
slide guitar) e la complessità rabbonita di Sweet Virginia (trapestio
marziale su wah wah digrignante, quindi la planata in obliquo verso un chorus
d'archi e maliosa malinconia).
Insomma, i Gomez ci tengono a sottolineare di saper scrivere canzoni che non
siano vieppiù frankenstein sonici tra modernariato e futuro prossimo,
quantunque il vizietto si manifesti in quella specie di brodaglia Tom Waits/Bad
Seeds diluita nella formalina che è Meet Me In The City (rito
voodoo cui non manca niente se non un po' di sangue nelle vene), e nel rigurgito
folk-rock di Nothing Is Wrong (che iniezioni psyco-sintetiche, l'andazzo
cantilenante alla Oasis e un bridge onirico non salvano dal naufragio).
Vabbé, in effetti anche in passato qualche buona canzone l'hanno scritta
eccome, però mai con tanta immediatezza e decisione, così agili
nel coprire uno spettro che va dal blues-psych di Where Ya Going? (riff
di vaga ascendenza Led Zeppelin su graticola ritmica) allo pseudo glam
fuzz & feedback di Silence (tra gli ZZ Top e i Mott The
Hopple) fino al country-blues di polvere, tremori e sussurri della conclusiva There
It Was.
Una bella sorpresa, insomma, bravi sette più. Ma ora la questione è:
in quanto band in bilico tra il gioco e la passione senza lesinare sprazzi
di genialità, i Gomez avevano una buona ragione d'essere, un senso che,
come prevedibile, si esaurì presto, una volta adeguatamente esplorato
(furono sufficienti due dischi). Oggi che si avviano a diventare una "normale" band
rock'n'roll, per quanto estrosa, versatile e brillante, faticano a guadagnarsi
la qualifica di "indispensabili" nel loro ambito di competenza, che è poi
lo stesso su cui amiamo spiaccicare i nostri sogni e i nostri dolori. Sono
gradevoli, intriganti, ma inesorabilmente accessori.
La loro sembra la superfice agitata d'un lago poco profondo: un tempo le acque
erano intorbidate d'invenzioni e sorprese, ma oggi che il fondo si scorge con
chiarezza, chi ha voglia di tuffarsi di testa? Quanto a me, mi basta stare
un po' sulla riva. C'è una bella luce, una brezza impertinente. Non è lontano
da casa.
(6.3/10)

I Gomez non saranno più quella novità eccitante che mandava la critica in solluchero un decennio fa, tuttavia il tiepido risalto sui media ottenuto dalle nostre parti con questo How We Operate – il quinto album d’inediti – è difficilmente spiegabile. Anche perché i ragazzi di Southport, forti della sapiente produzione di Gil Norton, hanno sfornato un disco davvero gradevole, che ci obbliga a riconsiderare un paio di convinzioni su di loro. Difatti, sembra finalmente superata la stucchevole dicotomia tra cuore e forma dei pezzi, un tempo patchwork febbrile di cliché acustico/elettrici strappati al blues, al folk, al country, al vaudeville. Mirabolanti mostriciattoli che, una volta consumato lo choc dei primi ascolti, si rivelavano poco più che pretesti, spesso acerbi, al peggio anche artificiosi.
Le cose cambiano. Oggi i Gomez non disdegnano l’immediatezza e – guarda un po’ – scoprono d’avere carte buone da mettere sul piatto. Per dire, ballad come See The World, Notice o Don’t Make Me Laugh sono perle di calore e comunicatività, cose semplici e banali forse ma con le spalle robuste ed il cuore ben acceso. Naturalmente il giocherellone che è in loro non si è estinto, infatti eccolo riaffiorare nei consueti tira e molla, nei trapassi di stile e d'umore, nei siparietti convulsi. Roba tipo il vaudeville immischiato cow punk di Tear Your Love Apart, l'ibrido Grant Lee Buffalo/Pearl Jam di All To Much oppure il funky-mex a base di guizzi, scudisciate, fischi, clap hands e beffarda malinconia di Cry On Demand. Qualche eccesso d’arrangiamento – come nell’intensa title track o nella struggente Charley Patton Songs – è il trascurabile prezzo da pagare per una scaletta che tra le altre cose si permette d’infilare una perfetta indie-pop song (Girlshapedlovedrug) tra quelle Hamoa Beach e Chasin Ghosts With Alcohol che potremmo eleggere ad estremi poetico-formali della band. Insomma, malgrado le ingombranti aspettative d’inizio carriera, i Gomez ce la stanno facendo. (7.0/10)