Da sfuggente fata di boschi incantati a sovrana dell’immaginario erotico del nuovo millennio. Anche con il nuovo Supernature Goldfrapp ribadisce la sua natura di femmina dominatrice. Ma il mostrare non sempre rientra nel vocabolario della seduzione….

Lo starsystem è un gigantesco palcoscenico, dove frequenti sono i cambi di scena e di abito, dove uno stesso attore ha la possibilità d’interpretare più ruoli, dove nulla è mai esagerato, perché tutto fa spettacolo. Ed Allison Goldfrapp lo sa bene. Talmente bene da progettare insieme a Will Gregory - l’altra metà del progetto che prende il cognome di lei - il suo intero show, a partire dall’artwork degli album per finire alle coreografie che animano i focosi (un pallido eufemismo…) live. Questo perché l’affascinante Allison di arte ne sa qualcosa: compositrice e tastierista, trasferitasi dall’Hempshire a Londra, si iscrive al corso di belle arti della Middlesex University per approfondire il discorso sonoro già presente nelle sue prime performance audiovisive. Scopre così le potenzialità creative della sua voce, grazie anche alla collaborazione per il debutto dell’amico Tricky, Maxinquaye, con cui andrà in tour. Un talento che viene captato anche dalle orecchie degli Orbital e degli Add N To X, ma che la spinge ad intraprendere una carriera solista.
Contemporaneamente Will Gregory (londinese di nascita, cresciuto a suon di classica e Beatles) decide di volare in America per imparare a suonare decentemente il sassofono (!), ma dopo aver passato in rassegna vari bar di San Francisco e un congruo numero di band, inizia a comporre colonne sonore (sua la soundtrack del film I.D.). Come fanno questi personaggi fisicamente e spiritualmente agli antipodi ad incontrarsi? Semplice: il caso vuole che un amico di Allison recapiti a Will una cassetta con una prima versione di Human (che troverà posto nell’album d’esordio) e che questi ne rimanga favorevolmente impressionato.

Rinchiusi per cinque mesi in un bungalow sperduto nel Wiltshire, i due cercano di far confluire le loro proteiformi passioni in nove episodi di lunare splendore, ovvero Felt Mountain (Mute / Emi, 2001). Mescolano gli immaginifici arrangiamenti di Ennio Morricone (l’imponenza del singolo Lovely Head, scelto non a caso per un prestigioso spot televisivo) alla straziante emotività di Beth Gibbons (il lamento impietoso di Deer Stop portato in spalla da un pianoforte claudicante), colorano la nostalgia per certi film di spionaggio degli anni Sessanta (Human non potrebbe essere la Goldfinger di Shirley Bassey?) con le tinte oscure e sinistre del noir (emblematico il pallore di Horse Tears ed il valzer da circo degli orrori di Oompa Radar). Tratteggiano uno scenario desolato e irreale, su cui il moderno si affaccia tristemente sottoforma di interferenze sintetiche, loop circolari e rallentati (la maestosa Utopia), impreziosendo l’evocativa voce di Allison di un’algida bellezza. Eterea ed impalpabile, Goldfrapp veste i panni di una signora degli elfi e di brumosi sentieri color dell’oro, leggiadra e visionaria come un cigno decadente. Straniante e siderale, ma nello stesso tempo affabile e confidenziale, nonostante una certa somiglianza con la scuola di Bristol, Felt Mountain si lascia languidamente attraversare e poco importa cosa possa esserci oltre le sue lande: un precipizio o il paradiso, non cambierebbe il suo magnetismo. (7.0/10)
Mezzo milione di copie vendute e una nomination al Mercury Award è il risultato finale di questo debutto, che ha stregato tanto l’Europa quanto gli States, seguito da un tour lungo un anno che ha visto Allison interpretare alla perfezione lo spirito aristocratico delle dive di Hollywood, dalla Garbo alla Turner, con quel fare distaccato ed un sottile senso di superiorità, avvolta in morbidi colli di visone. Talmente credibile da far cascare tutti come degli allocchi, inseguendo gli strascichi dei suoi sontuosi abiti da sera, ignari della svolta che la nostra attrice stava già mettendo a punto.
E nel 2003 eccola ripresentarsi nel ruolo di una bambola erotica, a metà strada tra una Alice nel paese delle meraviglie ed una Marchesa de Pompadour. Cappelli a cilindro, bustini stringati, guance color porpora e occhi sgargianti, nastri di raso e labbra laccate. Un cambiamento radicale non solo nel vestiario (degno dell’accoppiata vincente Madonna-Jean Paul Gautier), ma anche e soprattutto nel suono.

Registrato in un oscuro studio di Bath, alla luce di squallidi neon ed immersi in jam sessions infinite, Black Cherry (Mute / Emi, 2003) punta infatti sul synth pop e la disco-punk di Blondie, aggiornando il tutto alle bordate moog che hanno reso famosi gli Add N To X. Goldfrapp si muove sinuosa e accattivante nelle nuove vesti elettro-rock alternando il nuovo look sonoro ai farsetti vocali dei precedenti hit: impressionante la traccia d'apertura Crystalline Green, che unisce un solido suono sincopato ai vocalizzi sensuali; veloce come un treno in corsa la seconda (nonché secondo singolo) Train, con i moog radioattivi a marciare come carri armati; ancor più carica Twist, con ritmiche house, e Strict Machine, frusta industrial e piccoli accenni di synth alla Kraftwerk; per finire con Slippage, capace di unire tappeti industrial alla Throbbin Gristle ad ansimate porno in stile Cosey Fannitutti.
Purtroppo, quel che si apprezza all'inizio non regge ad ascolti ripetuti. L'album scorre bene soltanto a tratti in quanto il format algido di Felt Mountain mal s'adegua a canzoni come Black Cherry e Deep Honey, che fungono da intermezzi per non affaticare troppo l'ascoltatore, piuttosto che da momenti dedicati (forse Forever è il momento migliore in questo senso). Ciò non toglie che le due facce della nuova Goldfrapp creano una sorta di schizofrenia artistica e gli esiti ottenuti dal versante "hard" moog peccano alla lunga dell'abuso di una trovata stilistica con poche variabili, un escamotage che punta su un'estetica parecchio fisica e che per questo s'esaurisce nell'ascolto, lasciando sazi.(6.5/10)
Una elettricità tutta metropolitana, un’esplosione di colori e d’istinti che nel tour promozionale trova il suo apice e la completa realizzazione. In linea con l’immaginario animalesco che da sempre la caratterizza (scelto anche per le copertine degli album), Allison si circonda di ballerini seminudi dalla testa di cervo, di pin up provocanti in stile Moulin Rouge, scodinzolanti e ammiccanti quel tanto che basta per stuzzicare l’immaginario sessuale che nessuno oserebbe mai rivelare. Non sono semplici spettacoli quelli partoriti dalla sua mente, ma veri e propri tripudi collettivi (celebre è ormai la sua performance al festival di Glastonbury), benedetti dal dio Dioniso, che sorride lassù ammirando la bravura della sua discepola. Allison vende corpi, immaginari quotidiani a cui siamo ormai assuefatti, ma che assumono nelle sue mani una forza provocatoria e scandalosa perché gonfiati da una dose massiccia di (auto)ironia, facendo il verso alle nuove starlette create ad hoc dal mercato discografico e non solo.

Cangiante, istrionica, la Goldfrapp del nuovo Supernature (Mute / Emi, 31 luglio 2005) non cambia formula, anzi la migliora. Il sound si fa più compatto, preciso. L’alternanza incerta di Black Cherry diventa ora continuità, con un sapore glam molto più marcato (i boa di struzzo e le tute in pelle a zampa d’elefante sono solo il tocco scenografico in più). E il primo singolo Ooh La La ne è la prova migliore: sfavillante come il cavallo stroboscopico su cui la bionda domatrice cavalca nel video, a colpi di moog e chitarre visionarie (che pare tanto di sentire i Primal Screm featuring Kate Moss di Some Velvet Morning). Un perfetto hit da heavy rotation, facile, aggressivo, sensuale. Come lo sono anche Lovely 2 C U (dalle parti di una Kylie Minougue sotto LSD) e Ride A White Horse (un 4/4 ombroso e pulsante da ricordare la lussuriosa New York dello Studio 54). Prendendo spunto dal suo passato, gioca a fare la star ammaliante nelle tastiere diafane di U Never Know e nel piano timidamente futuribile di Let It Take You, che spezzano - questa volta in maniera meno invasiva - una fantasmagoria carnale che non si nega nulla: dai sussulti di Slide In ai gemiti robotici di Beautiful, dal bordello retrò di Satin Chic (con il suo piano in odore Scissor Sisters) ai richiami ambiguamente sbarazzini di Koko Nights. Un’eccitazione crescente che ha dalla sua la policromia e la maturità di una donna attraente, e per questo divertente, ma che finisce dopo pochi ascolti, stufi di vedere e sentire orgasmi suggeriti quando non simulati. L’eccesso, seppur in una veste più compiuta, è ancora mostrato in tutta la sua opulenza e quando il desiderio è lì, a portata di mano, bistrattato da continue occhiate, perde interesse. Allison dovrebbe saperlo: nel gioco della seduzione il piacere è tutto nell’immaginazione. (6.7/10)

Fatemi un favore. Prima di leggere questa recensione andate su my space e ascoltatevi il nuovo singolo della rinnovata diva albionica. Per carità, non ho nulla contro telefilm come Dawson Creek, Smallville e OC anzi, li trovo perfetti per identificare un certo tipo di pop americano ultra-patinato, eppure odio dover fare certi paragoni parlando di un’artista britannica come Goldfrapp che pregi e difetti alla mano, non appartiene certo del rooster della Vargant. A&M, pezzo di lancio di Seventh Tree del resto è questo, né più né meno, che questo, una porcata confidential pop di siffatta pasta.
Retroscena: un leak dell’album del duo Goldfrapp circola già a fine novembre dello scorso anno esattamente quando i primi comunicati stampa parlano di un disco molto diverso dai precedenti, anzi, di più, un punto d'incontro fra il glamour (leggi fetisch) di Supernature e il surrealismo britannico lennoniano. Cosa sarà del surrealismo del beatle nelle giunture latex della pornodiva radical chic tutta orgasmi simulati e motorik synth-beat? Mentre l’epidemia dilaga sul forum del sito ufficiale si scatenano dibattiti stupidissimi tra chi “will wait till the album comes out” e chi lo acclama a forza di “its amazing”. Dopo poco è la Mute stessa a intervenire scusandosi per l’accaduto mentre poco più sotto leggo un thread dove si fa rumour su uno scioglimento dei Goldfrapp. Appresso, un’ultima – patetica - discussione: il Seventh Tree pirata, proprio come il radioheadiano Hail To The Thief, è in verità una versione diversa da quella che uscirà a febbraio.
Normale che l’etichetta stia saggiando il terreno di un lavoro rischioso, ma la cosa paradossale è che il cambiamento è talmente imbottito di cuscinetti che il problema non è più quello di cadere e farsi male. Seventh è una collezione di ballate (e un paio di marcette) molto psych-pop che si scordano in fretta: ci troviamo un becero retrogusto Beatles (Happines), qualche riferimento cinematic (prosciugato della bellezza dell’esordio), qualche sapore Stone Roses missati AIR (Little Bird) e persino roba à la Minogue più svenevole (Some People) e della nostrana Patty Pravo (Cologne Cerrone Houdini, che è poi il brano che salverei). È, in definitiva, un lavoro odioso per quella voglia di piacere a tanti-tutti e per quel suo buttarla sulla bella voce di Allison. Ah ma quanto è brava. Ah ma quanto è bella. Solo lei. Plastica (brutta). (4.0/10)