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Attivi dal 1990, con un trascorso costellato da ben sei album, i Ghost sono un collettivo progressive irrimediabilmente invischiato nella miglior psichedelia degli anni d'oro (i Pink Floyd di More, il lirismo romantico dei King Crimson di Island, le jam degli Amon D üül).
Utilizzando un vero e proprio arsenale di chitarre, basso, arpa celtica, theremin, campanacci, synth Korg, mellotron, flauti, sax, batteria e quant'altro andasse di moda in quel periodo, questi abili folletti nipponici si destreggiano abilmente tra lunghe suite e forma canzone, dimostrando ampiamente di aver assimilato la lezione dei maestri e di volerla traghettare, anche per mezzo di una certa sensibilità orientale, verso il futuro.
Proprio come in un bell’album prog d’altri tempi (Lizard dei già citati Crimson, Close to the Edge degli Yes, Foxtrot dei Genesis), si parte con un componimento in quattro parti dalla durata di una facciata del buon vecchio 33 giri. God Took a Picture of His Illness on This Ground apre le danze con un oscuro sudario a metà tra le improvvisazioni jazz dei Pere Ubu di Laughing (con tanto di theremin) e la decostruzione scientifica del viaggio lisergico operata dai Crimson in Starless and Bible Black; il brano procede avventurosamente attraverso impervi saloni, ideale anticamera per l’episodio successivo. In Escaped and Lost Down in Medina si riesumano alcuni jazzismi (guarda caso) crimsoniani, finché il clima si riscalda in un crescendo di riff circolari di basso e piano, preludio all’inserimento di una batteria masoniana in perfetto stile Ummagumma e di funambolismi chitarristici sempre più vorticosi, in un trip degno degli Hash Jar Tempo; è un momento di gran coinvolgimento e purtroppo, nel momento in cui le immagini colano e gli alberi acquistano volti spettrali, il viaggio è giunto al termine: sulle note del breve rock jethrotulliano Aramaic Barbarous Dawn, la magniloquente suite finirà nella cascata di Leave the World.
Finita l’epopea di progressiva memoria (che farà la felicità di molti nostalgici), si continua sulla falsariga del vecchio formato crimsoniano: è l’ora di cimentarsi col formato canzone, partendo dalla ballata. I Nostri confezionano innanzi tutto Hazy Paradise, brano venato di malinconico romanticismo wyattiano, cantato da un egregio Batoh che trae linfa viale anche dal breviario di Pete Sinfield; il seguito scorrerà tra alti e bassi: un accorto e convincente recitato in giapponese (Kiseichukan Nite), stacco inaspettato e originale, un prog pastorale alla Van Der Graaf Generator con retrogusti glam (Piper), un ottimo Jethro Tull in salsa cocktail lounge à la Can di Future Days (Ganagmanag), un quasi plagio di More (Feed e la sua slide indiscutibilmente gilmouriana) e un debole rock peruviano tinto di un flauto à la Jan Anderson (Holy High). A chiudere il cerchio, l’irriconoscibile ma bellissima cover barrettiana Dominoes, che trasporta la nave fantasma verso il sol levante che cala all'orizzonte.
Dopo ben più di un ora, tra momenti entusiasmanti e di stallo, i Ghost dimostrano capacità e gusto. Tuttavia, un’aria un po’ troppo revivalista, che domina molte delle tracce, appesantisce alla lunga l’ascolto. (6.5/10)

Sono pochi i minuti, cinque per l’esattezza, che dividono Motherly Bluster – un solenne folk psichedelico il cui finale vale da solo il prezzo di copertina – dalla successiva traccia. Tutto sembra presagire un continuum col precedente, bellissimo Hypnotic Underworld, ma quei cinque giri di orologio vengono dilaniati dal pastiche di Hemicyclic Anthelion, funesta psych-opera che martoria oltremodo i devastati Can di Aumgn (da Tago Mago) ed i “separatisti” Amon Duul 2 dei primordi.
Mezz’ora che soffoca ogni nesso tra tatto e realtà. Masaki Batoh si divide tra chitarra e uno strumento di sua creazione, lo stringer, che ricalca l’ondulatorio suono del Theremin; ad assisterlo, tra pianoforti sghembi, vibrafoni e synth analogici, gli stessi elementi dal 2004. Un vero evento. Non l’unico, di evento: difatti, dopo le riletture di Rolling Stones, Syd Barrett e Pearls Before Swine i nipponici, setacciando il sempre verde catalogo Esp corrono sino al 1969, annata di Caledonia, rituale bandistico dal debutto dei temibili Cromagnon di poco ritoccato (manca giusto l’intro di frequenze radio) che tra cornamuse, flauti e urla beduine non patisce i ventotto anni trascorsi dalla sua prima volta. Ma c’era stato anche un prima, ovvero la traversata, per niente indenne, nell’apocalittica Carmina Burana in acido di Water Door Yellow Gate, un episodio fondato su decise note di piano che proseguono sino alla seguente catarsi lisergica di Gareki No Toshi. E poi il dopo, in classico stile Ghost nella ballata Grisaille: Batoh, una sei corde e la quiete dopo la tempesta.
E poi l’ovvio. Loro, i redneck dagli occhi a mandorla. E un disco, il più estremo della recente storia dei Ghost. Quasi dimenticavo: si chiama In Stormy Nights. (7.0/10)

Da gruppo dedito all’improvvisazione quali sono i Ghost, mai, su disco, la compagine giapponese si era spinta cosi oltre. Overture è un documento prezioso, registrato il 9 ottobre 2006 nella Nippon Yusen Soko dinanzi un pubblico stranito e privilegiato. Si guardano intorno i presenti, rapiti dalla location – un magazzino sito in Yokahama Bay – che per l’occasione veste light-show psichedelici come un vaso in Satsuma Style disegnato da un Marc Boyle nipponico. Scelto per il naturale riverbero e la somiglianza col palazzo del Potala (la vecchia residenza del Dalai Lama), l’edificio disloca i sei Ghost in modo tale che nessun sguardo, né il loro né tra gli stessi ed il pubblico, si incontri mai.
Un esperienza da vivere che nemmeno il DVD, per quanto bello ed essenziale compendio al tutto, soddisfa e chiarisce. Siamo qui, comodi nella poltrona di casa ad osservare tutto nell’interezza ed un po’ di colpa ci assale; un misto di privilegio e rabbia nel vedere Masaki Batoh seduto manco fosse Robert Fripp nei Taj Mahal Travellers, Kazuo Ogino con mise a là Ku Klux Klan e posseduto da chissà quale presenza noi sconosciuta, Takuyuki Moriya col suo contrabbasso, Taishi Takizawa che se non fosse per il colore della pelle lo si scambierebbe per un reduce della new thing, Junzo Tateiwa alle percussioni e Michio Kurihara alla chitarra elettrica e non sentirseli nell’epidermide come quei fortunati spettatori, consapevoli di presenziare l’evento da raccontare, fieri, un domani.
La musica, beh, è una lunga improvvisazione dettata dalla pura empatia cerebrale: i Nostri sciorinano una via di mezzo tra l’ Eternal Music di La Monte Young e le trascendenze dell’ultimo John Coltrane, andando per reazione gli uni con gli altri e incontrandosi, come guidati dal Buddha che riveste la cover di Overture, allorché la voce di Batoh intona la melodia Grisaille (dall’ultimo In Stormy Night).
Quando Junzo Tateiwa indossa una maschera antigas è malmena le sue persussioni è la catarsi, la fine che forse non vorremmo mai arrivasse. Si rincontrano dopo un ora e mezza di concerto i Ghost, prendendosi gli applausi e guardandosi, finalmente, negli occhi… (9.0/10)