Dai Gang Of Four venati di pop dell'esordio all'urgenza melodica targata Police del second coming, i Futureheads sono tra i più promettenti allievi della scena emul-rock...

All’ombra del successo planetario dei Franz Ferdinand, ce li stavamo perdendo. I Futureheads, cometa emul-rock delle ultime generazioni, quartetto white funk angolare di Sunderland alle prese con la riscoperta dell’amfetamina che fu amore del primissimo Weller e dei sempiterni XTC di White Music. Insomma, uno degli act “non nuovi” del panorama attuale, magari quel tipico fenomeno di cui si sente dire che, se non fosse stato per i cugini più fortunati (e ci mettiamo pure i Bloc Party), avrebbe goduto di blasoni più alti.
Retorica a parte, quel modo tutto duemila di fare ‘77 è anche il pane dei Futureheads, una formazione che, forte di un’attitudine tutta brit per la melodia che non si vergogna di misurarsi con richiami Sixties, e una fascinazione tanto per il funk-punk dei Gang Of Four (Andy Gill in persona produce l’esordio) quanto per il più stiloso gusto della seconda generazione mod nell’era dei Pistols, sforna per la 679 Records (marzo, 2004) il classico Self Titled, un debutto di tutto rispetto che corona una gavetta iniziata nel 2002 corredata da tre rapidi singoli.
I ragazzi hanno da poco raggiunto i vent’anni ma le capacità interpretative, quando non si esauriscono nel più automatico dei ritmi da ballo rock, sono già accattivanti e appiccicose come si deve. Fin dall’opener il tiro garagista si poggia un medio profilo, quel che ci vuole per un sound più vicino ai quartieri e ai sobborghi, lontano cioè dalle stilosità franzferdinandiane: Le Garage è una profusione di coretti mielosi, ma ingegnosamente metronomici, sui quali si staglia l’energia vocale di Barry Hyde, wave quanto basta per veicolare glamour cheap e immediatezza, canto enfatico e stacchi punk.

Il motore ritmico è chiaramente di scuola Alex Kapranos e così l’impronta del disco, ma lo scarto si gioca sull’attitudine: con Robot e A To B quella vena garagista, tra strada e voglia di riscatto, trova un genuino momento ricreativo per la working class britannica di welleriana memoria. The Futureheads è infatti il figlio di quattro ragazzi strappati alla strada grazie a uno dei Youth Project attivati dallo loro città natale, un progetto nato per riscattare alcuni squattrinati teppistelli dalla cultura della strada e dell’ultrà calcistico. Quella rabbia si sente sotto sotto, ma è la ricerca per il pop la maggior conquista del combo: i giochi di voci doo wop in stereofonia di Danger Of The Water potranno anche far sorridere, ma le capacità, seppur acerbe, sono tutte lì, dietro il tono stralunato del leader e dei fraseggi circolari dei compagni. Ancora una volta sono gli intrecci melodici a catalizzare l’attenzione: canto, controcanto, chiacchiericcio, urletti in call and response, bridge confidenziali dove i giovani che parlano giovani, senza fronzoli e senza ideologia, cercano un posto là fuori dove poter bucare le nuvole, scansare la pioggia del controllo totale della british democracy, come all’alba dell’era Thatcher.
C’è da dire che l’album cede un po’ verso la fine: in Carnival Kids il gioco di voci in salsa punk-rock è ordinaria amministrazione, il reggae affilato di The City Is Here For You insiste troppo nei cori, il glam psicotico di First Day (terzo singolo della band risalente all’anno precedente) pare già roba del passato della band.
Insomma difetti che da un’opera prima - sospesa tra il 2002 e il 2004 - ci si può attendere, d’altro canto i chewingum da masticare sono la freschezza melodica e il gusto punk-pop, le mascelle si rinforzeranno. E l’arrangiamento di Hounds Of Love - cover di Kate Bush (!) -, chicca quasi in chiusura e asso nascosto dei Futureheads, è l’evidenza della loro maggiore conquista: l’aver creato un suono che è l’esatta trasposizione pop dei primi Gang Of Four. (7.0/10)

Una volta esordito da entrambe le parti dell’Atlantico, i Futureheads hanno l’onore di fare da spalla ai Franz Ferdinand nella tournée nord americana. Seguono nel duemilacinque una serie di fitti appuntamenti in spalla a Foo Fighters, Oasis, e Pixies, tutti pesci grossi di un mercato che il gruppo inizia a mordere. In questo stesso periodo esce infatti un singolo per il mercato inglese (che nella versione statunitense presenta un paio di aggiunte). Si tratta di Area EP (679, 28 novembre 2005), tre brani nuovi e un remix, tra cui spicca la traccia omonima, episodio decisamente wave dominato da un drumming più calibrato e dal sofisticato gioco tra cori e interplay tra canto e contro canto a cui fa pendant un rifforama sintetico ma funambolico. Help Us Out è più nella direzione di Robot, chitarre che si comportano come synth e impeto power punk. In chiusura il teen pop per arrabbiati di We Cannot Lose, giochino frivolo con un testo Ramones, ma perfettamente funzionale all’economia dell’inedito da eppì.

Il second comin’ News & Tributes (679, 29 maggio 2006) esce trainato dall’epica solenne e marziale dell’iniziale Yes, No, tra emotività New Order e barricate ‘77. Che l’album sia ben diverso dall’esordio, è comunque evidente già dal titolo del brano omonimo, che parla dell’incidente aereo che, nel 1958, uccise l’intero team del Manchester United Football Team. Come dire: la fine dell’età dell’innocenza, la presa di coscienza, per un lavoro più prodotto, meno Gang Of Four (eccetto per Cope e Return Of The Beserker, paradossalmente più ringhiose che mai), e una tracklist, concentrata sulle liriche, che avrà anche il coraggio di abbandonare l’impeto anfetaminico e dance del recente passato.
Da una parte compaiono una manciata di mid-tempo dal retrogusto dolceamaro (Burnt, News And Tributes, Back To The Sea - la più Jam del lotto -, Worry About It Later, Thursday), dall’altro arrangiamenti più meditati e rallentati nell’impeto funk punk con maggior uso dell’incedere ska punk (la buona Face, l’omaggio - anche nel titolo - ai Police di Fallout, Favours For Flavours).
La traccia migliore è il singolo, Skip To The End: riffaccio garage rock, asso piglia tutto per ottimismo melodico e graffi pop alla sei corde, in una tracklist che lascia tutto sommato l’amaro in bocca. Certo, i Futureheads sono maturati, ma a discapito della naturalezza dell’esordio e di una chiara via da intraprendere. D’ obbligo allora aspettare il fatidico terzo disco, per vedere se i lembi del foglio sono stati uniti a dovere. (6.6/10)

Cosa combinano assieme i new wavers Peter Brewis e Barry Hyde dei Futureheads, Tom English dei Maximo Park e alcuni amici del nord est nel covo della Memphis Industries (quella che ha recentemente prodotto Go! Team e Dungen)?
Quanti pensano a un gruppo post-emul o neo-neo-neo-psichedelico, saranno probabilmente delusi poiché i ragazzi, appendendo giacche e cravatte al muro, hanno deciso di trarre ispirazione proprio da quel che i punk e i wavers originari avevano odiato di più: la terra di mezzo del prog con il vezzo della melodia perfetta.
Per la serie niente sesso siamo inglesi, via trascuratezza e pressappochismo, e dentro la Great English Tradition pescando trote Genesis e merluzzi Caravan, riavvolgendo il mulinello fino ai salmoni Beatles con la zampa. Un biglietto da visita che lo scorso giugno prendeva il nome di Shorter Shorter, tipica marcetta all’inglese, e assieme, il classico espediente per farcire strofe e ritornelli con gli arrangiamenti più disparati tra i quali, tra archi e citazioni multiple, quelli di Abbey Road e del buon Peter Gabriel dei vecchi tempi della genesi.
Ma se in brani come If Only The Moon Were Up (cambi funabolici di tempo, chitarrine country swing, pianoforte da English Garden), Pieces (ancor più matematico rincorrere scampoli di stili e accordature vocali) e soprattutto in Luck Is A Fine Thing e 17, l’omaggio Foxtrot si fa sperticato, i falsetti del cantante già amato dai Tv On The Radio, non sono i soli a dominare il platter. Curioso e fresco il richiamo alle influenze sopraccitate alla luce della consueta tradizione wave, noto punto di partenza anche per i Field Music che, alla nevrastenia Talking Heads (giusto per citare un gruppo a caso), preferiscono intelligentemente (come direbbe Gordon Sumner) il melody making dei cristallini XTC.
E tutto ciò si traduce in acidi lattiginosi, anfetamine di Drums And Wires, chitarrine tirate eppure tutt’altro che ringhiose, riff di piano come piacerebbero a Tony Banks, sofisticazioni leziose che tentano di sublimare le carte del prog e del pop inglesi, manna che quasi giunge con Like When You Meet Someone Else, dove il bilanciamento tra melodia e arrangiamento manca di un soffio il miracolo.
L’album stupisce soprattutto nella prima tornata di brani dove i fasti, anche tra vaudeville Kinks, paiono quelli delle migliori annate. Eppure la mandibola si ricompone quando tanta perfezione formale va a collimare con la stucchevolezza, come accade con le pallottole a salve di You're So Pretty e Got To Get The Nerve (con ritornelli ripetuti all’infinito), che frenano gli entusiasmi e rendono al contempo più agile l’inquadramento generale del lavoro.
È un discreto esercizio di stile il lavoro dei Field Music… certo che almeno una Time Table ce la potevano regalare. Per le canzoni è ancora presto. (6.5/10)

Tra l’esordio e il novello full-leight dei Field Music c’è una postilla, Write Your Own History, che raccoglie materiale inedito dei Nostri. Quindi il nuovo disco, Tones Of Town, potrebbe, se vogliamo, rappresentare il terzo Lp, quello famoso della maturità o meno. Ma ovviamente cosi non è. Però i tre lavori a confronto permettono un disegno preciso di dove vogliono arrivare i FM. Certo è che tra il debutto e il recente parto d’acqua depurata sotto i ponti ne passa, mentre un timido affluente elettronico sorse tra gli inediti, una digressione hi-tech che non stonava di certo, eppure un gustoso (o pericoloso) interrogativo al futuro lo poneva.
Ma i fratelli Brewis, Peter e David, ed il collega Andrew Moore non cedono ad alcun sistema operativo e autoproducendosi filano dritti nell’innalzare mattoni (new wave) su mattoni (prog meets pop) per il solo gusto, poi, si radere al suolo e ricominciare; incastonando le diverse lune che li abitano nel medesimo orizzonte, quello portuale del Sunderland. Tones Of Town, ordunque, è il secondo lavoro degli albionici, inaugurato i primi di ottobre dal singolo In Context, goliardico saltellio tra primitivi Talking Heads ed edulcorato pop naif; ma il disco viene schiuso da Give It Lose It Take It, eccitante staffetta tra l’irriverente appeal di Todd Rundgren (che non a caso produsse proprio gli XTC) e la seriosità vittoriana dei Genesis (sentitene il tintinnio di synth nonché le puntate al pianoforte e pensate pure Tony Banks). Ma qualora si esiga una gerarchia, il podio delle delizie se lo contendono i centoventi secondi di Kingston, un amplesso di vocine, archi e pianoforte che si rincorrono e si eludono come novelli innamorati; il ritmo in levare di Sit Tight che conferma una delle influenze dei nostri, i Roxy Music, spogliando The Bogus Man dell’aura viziosa a favore di un vaudeville circense, e la perfezione di Place Yourself, tangibile dal fischiettio che ci solletica il labbro.
C’è chi si è sbizzarrito nell’inquadrarli, da Uncut a – permetteteci – noi di Sentireascoltare, e accostarli a vari geni del ‘900, ma il pop del trio è, oggi, in tutto e per tutto spettanza XTC: i totali, compiuti dell’imperativo English Settlement. E toh, guarda un po’ dopo quanti album la cricca di Partridge & Co spiccò il volo?
Attendiamo ansiosi, coprendoci di maniera giornalistica, il terzo, vero parto. Ma nell’attesa godetevi Tones Of Town, deciso step forward. (7.0/10)

Dirò una banalità: dopo Towns Of Town dei Field Music, la deliberata scissione del trio in progetti diversi aveva due strade; o fare “qualcosa di completamente diverso”, oppure battere la stessa strada, o una molto simile. Diciamo immediatamente allora che Sea From Shore degli School Of Language, creatura inglesissima di uno dei fratelli Brewis, David, è figlia di Towns Of Town, o, meglio, che non si può che paragonare alla produzione dei Field Music – il che è confermato, nel retro del packaging, dalla scritta “a Field Music production”. I riferimenti sono dunque quelli citati per la band “madre”, a partire dal “melody making dei cristallini XTC” di English Settlement. Ma qualche cosa di più si può dire, sempre in relazione a quanto già c’è stato, e soprattutto del disco in sé, senza sensi di inferiorità.
Innanzitutto ci accorgiamo del lavorìo del newwaver David Brewis sul mattoncino principale del rock, cioè il riff (Marine Life), centro nevralgico del disco. Al posto delle progressioni dei FM, quello che si ascolta in Sea From Shore è anche – sembrerà una contraddizione in termini – una sorta di lo-fi Novanta del tutto ripulito e reso hi-fi (Poor Boy), ma con un lascito nella scrittura delle parti musicali, necessario contraltare ai barocchismi vocali. Ci si accorge di tale ascendenza alzando il volume, perchè la parte elettrica non si assottigli (come il basso di David in Disappointment ’99, con David Craig e Barry Hyde, altri ex-Futureheads) e le melodie non restino troppo preponderanti.
Certo, ci sono anche le ballate, e parrà fuorviante concentrarsi su piccole impressioni quando l’inglesità tradizionale degli SOL è confermata in misura maggiore (Keep Your Water); ma ascoltate la seconda parte di Ships e forse avvertirete una certa impressione, come un viaggio oceanico verso i Built To Spill.
Potrebbe bastare, ma ricominciamo da capo; Sea From Shore è pure la messa in musica di una parentesi – che (rivelazione finale) da sola vale il disco. Bisogna spiegarsi; le canzoni vere del disco, da Disappointment ‘99 a Extended Holiday, sono infatti incastonate in una sorta di suite interrotta e poi ripresa che è il ciclo in quattro parti di Rockist, fatto di – ancora – un riff e temi melodici che si appiccicano nei neuroni e riemergono in un buon 80% delle passeggiate seguenti dell’ascoltatore; e, idea nell’idea, di un loop ritmico-melodico fatto di una manciata di vocali recitate e messe in variazione per velocità e volume. Chiusa parentesi. (6.9/10)
Tre settimane di registrazione in Spagna con Youth, il produttore di Primal Scream e Verve. Di tre minuti le canzoni che asciugano il denim fino all’anoressia (ma senza dimenticare l’ammorbidente). British melodia a pari volume di ritmi graffianti. Bono li adora, apriticielo e allora con This Is Not The World i Futureheads rimediano un bel calcio alla maturità spalancando l’armadietto dei medicinali in bagno. Plettrate di braccio più che stomp di polso e danze fino a far toccare 50 kg sulla bilancia faranno il resto. Pistols senza dimenticare gli XTC, strofe che risuonano come al solito in tutto il disco, ma sono un affare di famiglia gestito con gusto. Dunque la biforcazione nel cerchio più grande: per le cose complicate (persino prog) il progetto Field Music (aperto o chiuso si vedrà), per l’energia cruda e la capitalizzazione del successo il prodotto Futureheads, saponetta attualmente monopolista sul mercato britannico. L’unica a contenere i solventi Franz Ferdinand (che gli stessi Franz giurano di non usare per il prossimo disco).
Imbarazzarsi dunque se il punky poppy qui servito è un po’ tutto uguale come il reggae in sala decompressione post-punk? Per Barry e Ross, che i pezzi li scrivono ancora assieme stile Barat e Doherty, non è un problema, in nome dell’anfetamina piazzano un album di singoli usa e getta nella più ovvia delle mosse, il ritorno al ‘78 nel revival Duemila con in testa il download pezzo/pezzo/pezzo per il lettore mp3. Timbro oramai inconfondibile e rodatissimo, volumi alti e vitalità ultra brit ci sono ma siamo sicuri che è più santificazione che godimento. Probabilmente, forte di questa prova, il quartetto regalerà in futuro una scaletta che duri di più di un paio di sculettate. (6.5/10)