I Franklin Delano sono la creatura del cantante / chitarrista Paolo Iocca, napoletano trapiantato a Bologna perdutamente innamorato del folk di Red Red Meat, Califone, Will Oldham, Songs Ohia e Howe Gelb. Nati nell’estate del 2002 dall’incontro con Marcella Riccardi (ex Massimo Volume) e Samuele Lambertini (successivamente sostituito da Vittoria Burattini, anch’essa proveniente dalle file del disciolto ensemble emiliano), all’indomani della pubblicazione del primo lavoro All My Senses Are Senseless Today sono stati subito indicati come uno dei nomi di punta della scena “post” nostrana. Dopo la pubblicazione del nuovo Like A Smoking Gun in Front Of Me, possiamo affermare con certezza che i Franklin Delano hanno saputo far proprio un determinato linguaggio musicale adattandolo alla propria sensibilità, al di là di ogni rigorosa definizione stilistica.
Ne abbiamo parlato con il frontman del gruppo bolognese.

Sentii pronunciare “Franklin Delano Roosevelt” alla tv. Era un documentario sulla seconda guerra mondiale. Mi suonò bene e lo proposi agli altri. Agli altri suonò altrettanto bene. Poi quando qualcuno mi chiedeva il nome della band in cui suonavo e gli dicevo Franklin Delano, mi dicevano tutti che quel nome l’avevano già sentito e mi chiedevano dove (quindi) avevamo già suonato. Pensai che avevo scelto un nome che funzionava davvero… A proposito: si pronuncia Franklin Dèlano!
In realtà diedi un taglio netto con la musica, sia suonata che ascoltata, parecchi anni fa. Caddi in una crisi cupa da cui non sapevo più come uscire, a tutti i livelli, compreso quello artistico. È stato per una serie di fortunose coincidenze che ho scoperto il mondo dell’indie, alla tenera età di 30 anni. Ho sentito l’esigenza dirompente di ricominciare a comporre canzoni e poi di formare una band. Questo nel “lontano” 2001. Nel 2002 nasce ufficialmente la band.
Tramite Ferruccio Quercetti dei Cut. È stato lui a insistere sul fatto che Marcella sarebbe stata la persona giusta con cui condividere il tipo di progetto che avevo in mente. Le prime volte lei era un po’ dubbiosa, ma i brani le piacevano così tanto che alla fine ha deciso di starci dentro. Da allora abbiamo percorso molta strada insieme e siamo cresciuti molto sia musicalmente che professionalmente.
Sì, finalmente si è creata una dinamica stabile al nostro interno. Siamo tutti e tre molto coinvolti nel progetto e ci diamo dentro tanto. A livello musicale, dopo tanti concerti, abbiamo acquisito una facilità d’interplay che ci consente di suonare anche in situazioni estreme – come a volte è successo l ’anno scorso, tipo senza spie, senza impianto...
Guarda, sono molti gli ascolti che hanno formato la mia musicalità: dai Beatles e Lennon di quando ero bambino al metal dell’adolescenza, sono passato attraverso svariati generi musicali. Poi ho avuto il buco nero di cui ti parlavo. Ho smesso di ascoltare musica e non ho più voluto suonare. Mi sentivo un pupazzo che imitava qualcosa di perennemente già sentito. Paradossalmente era proprio l’eccesso di tecnica a bloccarmi. All’inizio del 2000 – all’epoca vivevo in Inghilterra – ho ricominciato a seguire la musica. Ho scoperto l’indie quando sono tornato in Italia. Dopo vari ascolti ho cominciato ad appassionarmi al nuovo folk americano, a partire da Red Red Meat e Califone, passando attraverso Howe Gelb, Will Oldham, Songs:Ohia, Okkervil River, Sin Ropas, Orso, Loftus e molti altri. Ora, nonostante i miei ascolti siano piuttosto vari e non particolarmente legati a questo genere, stilisticamente mi sento ancora molto legato a Tim Rutili, anche se sento di starmi muovendo oltre, in una direzione più personale. D’altronde Tim, con la sua voce e il suo stile alla chitarra, è l’artista che più è riuscito a smuovermi qualcosa dentro, facendomi tornare a suonare. Questo non si può cancellare. Ricordo ancora il giorno in cui ascoltai per la prima volta Carpet Of Horses dei Red Red Meat ed ebbi la folgorazione: quella sarebbe stata la musica che avrei fatto, quella che più di tutte toccava le mie emozioni più sepolte. Inutile dire che quando ho avuto l’onore di avere Tim Rutili a suonare sul nostro album, o quando lui mi ha ospitato a casa sua, mi sentivo come un bimbo a cui avevano portato il regalo più bello che potesse desiderare in quel momento.
È un disco che parte da lontano, da addirittura prima dell’uscita del nostro precedente All My Senses Are Senseless Today (che, come sai, è uscito molto in ritardo rispetto alla data di registrazione). Alcuni brani sono stati già proposti dal vivo durante il tour di All My Senses…, altri sono nuovi e non li abbiamo mai proposti prima. Altri sono stati riarrangiati perché ci eravamo accorti che non funzionavano a dovere. Altri sono stati arrangiati pochi giorni prima della registrazione. Abbiamo registrato agli Alpha Dept. di Giacomo Fiorenza e Francesco Donadello, in soli cinque giorni. Per la complessità delle trame e strutture che abbiamo messo in piedi, non mi sembra vero di essere riuscito a farlo in così breve tempo. Per i missaggi siamo riusciti a concretizzare una collaborazione congiunta di Brian Deck e i Califone stessi, nonostante Brian non avesse all’inizio molta voglia di tornare a lavorare ai Clava (dove molto del suo passato musicale e professionale si era consumato insieme ai Red Red Meat, con i membri dei quali - Tim e soci - non era rimasto in rapporti troppo buoni). Alla fine è stata una bella soddisfazione il sapere di averli fatti riappacificare e il vederli lavorare insieme come ai vecchi tempi. Anche il missaggio e le sovraincisioni dei Califone hanno preso solo cinque giorni.
Oltre al disco “suonato” abbiamo cercato anche di dare al prodotto un impatto visivo che fosse particolare, fuori dai soliti schemi. Volevamo che il nostro disco fosse un pezzo d’arte tout-court. Con la supervisione del nostro consulente/piovra Onga di Basemental abbiamo curato ogni piccolo particolare, dalle copertine (stampate a mano a Chicago da Starshaped Press) agli inserti e alla serigrafia del cd.
Suonare dal vivo serve molto alla crescita musicale e all’identità della band. Serve anche a portare a galla eventuali incomprensioni. Ora ci conosciamo meglio e possiamo portare avanti discorsi di più ampio respiro insieme. A livello musicale c’è stata un’ascesa logaritmica. Ho sempre ripetuto alle ragazze che non sapevo come ero riuscito a comporre brani come Call It A Day o Bus Stop e che avevo paura di aver esaurito la vena compositiva. Nessuno mi ha creduto e mi sa che avevano ragione, perché poi sono apparsi all’improvviso brani nuovi come We Don’t Care, Please Remember Me e Me And My Dreams, di cui vado fiero e ai quali sono ora molto legato. Dal punto di vista dell’arrangiamento, anche Marcella ha maturato uno stile molto personale. Dopo i concerti non è raro vedere persone che suonano la chitarra fermarla per chiederle informazioni e curiosità sul suo stile e la sua attrezzatura. Anche Vittoria ha cominciato a misurarsi con cose differenti, con il country, le percussioni, l’elettronica… Il suo stile, rispetto al periodo Massimo Volume, è molto pi ù libero e può spaziare dove vuole.
Alcuni sono anzianotti. Your Perfect Skin Line, in versione molto diversa, è presente su All My Senses…. Poi ci sono i primi brani arrangiati con Vittoria alla batteria (prima ancora che All My Senses… uscisse): Call It A Day ad esempio. Altri come All Your Body Broken Clues, sono dello stesso periodo, ma sono stati poi accantonati per un periodo perché non ci soddisfaceva il loro arrangiamento. Addirittura Matter Of Time è stato uno dei primi brani che composi all’inizio del 2002! Gli ultimi cronologicamente sono Please Remember Me, We Don’t Care e Me And My Dreams. Il loro stile è differente da quello delle altre songs, e lascia intravedere dove i Franklin Delano potrebbero spostarsi in un prossimo futuro.
Sì, per permetterci solo cinque giorni di registrazione devi per forza di cose avere tutto già chiaro. Non abbiamo lasciato molto al caso. Anche alcuni dettagli, tipo lo sfumare di un brano nell’altro, erano già più o meno preventivati. Abbiamo lavorato interpretando le critiche al nostro precedente album. Non potevamo certo tagliare le cosiddette “lungaggini” per far piacere ai giornalisti. Abbiamo capito che per scrivere e arrangiare brani “lunghi”, c’è da studiare soluzioni differenti alla solita reiterazione dei riffs. Abbiamo lavorato molto sulle dinamiche (in questo l’entrata di Vittoria è stata fondamentale). Poi ci sono anche canzoni che nascono brevi. Ci siamo aperti alle nostre influenze senza tentare di autolimitarci stilisticamente per darci una coerenza – che sarebbe stata falsa. Abbiamo scelto di essere postmoderni e di mescolare tutto quello che ci pareva bello, senza farci troppi problemi.
Sono un loro fan. Anche Giovanni Gandolfi (di Unhip records). Lui ci ha presentati e insieme abbiamo suonato a una festa in una casa privata qui a Bologna, nel 2003. Siamo rimasti in contatto. Per il loro tour successivo abbiamo suonato di nuovo insieme all’Acquaragia, grazie a Tizio e Matteo (Fooltribe) e ai ragazzi dell’Acquaragia –che sapevano quanto ci tenessi. Fu una serata indimenticabile. Proprio quella sera Tim e Ben, dopo che quest’ultimo era salito sul palco con noi in un paio di pezzi, presero alcuni nostri cd e se li portarono negli States, per metterli in vendita all’interno del loro catalogo. Ci dissero che in qualunque momento noi avessimo deciso di mettere piede negli States per registrare o suonare dal vivo, loro ci avrebbero dato tutto l’aiuto possibile. Pochi mesi dopo hanno mantenuto le loro promesse e ci hanno aperto le porte del loro studio e donato molto del loro tempo per suonare sul nostro disco.
Non saprei dire. Post Rock è una definizione che nasce con un limite, mi pare: quella di riferirsi ad artisti che fanno per lo più musica strumentale. Potremmo cominciare ad utilizzare il concetto in modo più vario, perché ormai gli stilemi post rock sono utilizzati a piene mani ovunque. Non so, penso che il prefisso “post” sia troppo affascinante per poter essere abbandonato ora. A meno che non ci liberiamo dell’etichetta “post-moderno”, non penso possiamo liberarci facilmente di quella “post-rock” (che ne è l’equivalente in campo musicale, suppongo). Riguardo gli artisti italiani che “suonano” post rock, mi pare che l’idioma sia stato metabolizzato fin troppo. Ora, invece di reiterarlo e renderlo un semplice esercizio di stile, sembrerebbe necessario che ognuno ricerchi la propria via all’interno di questa nicchia. Altrimenti si rischia il solito problema: passare per la copia di qualcun altro.
Siamo sicuramente in crescita. È sempre molto difficile attirare l’attenzione, ma mi pare che questo album stia rapidamente guadagnando consensi sia tra gli addetti ai lavori che tra gli ascoltatori di questo tipo di musica. L’autoproduzione, anche in termini “fisici” ti dà modo di imparare un sacco di cose, anche tecniche, che normalmente non sono un bagaglio del musicista. Adesso conosciamo bene tutte le fasi che trasformano un’idea in un disco finito e incellophanato e questo disco lo sentiamo davvero “nostro”, frutto di un grande lavoro di squadra. È bello lavorare con i ragazzi di Madcap Collective, poiché siamo davvero una squadra e ci mettiamo tutti tanto impegno. Alla fine diventa anche divertente affrontare tutte le situazioni più disparate come un gioco, un gioco molto importante. La supervisione di Onga è stata indispensabile. I concerti meritano un discorso a parte: è sempre dura trovarli. Per questo penso di aver fatto un buon lavoro fino ad ora. Tutti si lamentano che non si va più ai concerti, io sono sicuro che sta cambiando e che la gente tornerà a frequentare i concerti (quelli che meritano). Quindi sono fiducioso nei nostri prossimi tour, anche qui in Italia.
È un po’ presto per parlare di risposte. Saremo negli States da fine Marzo a Maggio inoltrato. In Europa suoneremo invece a Giugno. La vera promozione si fa con i concerti, anche se un po’ di recensioni aiutano. Purtroppo però anche quelle spesso si ottengono solo suonando tanto in giro. Quindi non c’è scelta: suonare dappertutto, il più possibile.
Ho già qualche nuovo brano abbozzato, in realtà. Ma è davvero presto per parlarne ora. Abbiamo cinque mesi di tour. Poi si vedrà quest’estate, si faranno un po’ di conti e si deciderà in che modo proseguire.

L’Emilia come l’America post-rurale. Le coordinate geografiche si confondono, le linee di confine si dissolvono, fino ad annullars. Sospese tra ipnosi acustiche ed esplosioni elettriche, tra minimalismo espressivo e rumore, le atmosfere di All My Senses Are Senseless Today sono quelle care a gente come Will Oldham o i Califone, senza dimenticare gli ovvi Slint e For Carnation; se i semi sono quelli del migliore post-folk americano, i frutti sono sette canzoni di stampo cantautorale, tutte imperniate sull’indolente cantato-parlato di Paolo Iocca e gli arpeggi della sua acustica, con elettrica e batteria ad accompagnare il tutto.
Attraverso lunatici fremiti blues (Question, ricca di suggestioni pavementiane), minimali effetti sonori e feedback (About These Nights), sbilenche e reiterate frasi chitarristiche e ticchettii ritmici (Take Off, non troppo distante dal folk a bassa fedeltà dei Silver Jews di David Berman), lunghe e ipnotiche digressioni psichedeliche (l’heavy-country di He), i Franklin Delano mostrano in questo debutto capacità di scrittura e rifinitura convincenti, anche se l’influsso dei modelli post è ancora pesante. I numeri per un esordio incoraggiante comunque ci sono. (6.5/10)

I Franklin Delano tornano a appena un anno dall’esordio con Like a Smoking Gun In Front Of Me, un album che si preannuncia importante già dai crediti: registrato presso gli Alpha Dept di Giacomo Fiorenza e Francesco Donadello (ormai un marchio di garanzia della produzione indipendente italiana), è stato poi mixato a Chicago da Brian Deck negli studi della Perishable Records dei Califone e ulteriormente impreziosito dalla presenza degli stessi come guest di eccezione.
Se All My Senses Are Senseless Today si poteva interpretare come un guardarsi attorno in attesa del momento propizio, Like a Smoking Gun In Front Of Me rappresenta per il gruppo bolognese il primo, vero sforzo nella costituzione di un universo personale. L’alternarsi di cadenze indolenti, le nenie ossessive (All Your Body Broken Clues), i noise e i lunghi drone strumentali (memori delle recenti alchimie Wilco/O’Rourke), le sincopi e singulti vanno tutte in questa direzione, finendo per convincere.
E' un quadro sonoro ben preciso, in cui ogni musicista gioca un ruolo chiave: in primo luogo lo stesso Paolo Iocca, interprete vocale più sicuro e convincente, ben supportato da Marcella Riccardi (al controcanto e alle consuete chitarre “di ricamo”) e dal riconoscibilissimo drumming di Vittoria Burattini, a conferire profondità . Il salto di qualità rispetto all'esordio c’è, dalla scrittura (più ferma e certa nelle melodie) agli arrangiamenti (più focalizzati e mirati), il gruppo supera gli stereotipi del post “classico” di marca Slint abbracciando nel contempo le trame desertiche dei Califone.
Di fronte all’intensità dell’indolente di Call it a Day, alle melodie squisitamente pop di Please Remember Me (tra Pavement e Wilco) e We Don’t Care, alle sospensioni di Sounds Like Rain, alle tinte psych-jazz vagamente gelb-iane di Travel in space, alle suggestioni rurali targate Oldham di Me and My Dreams, è evidente come i Franklin Delano debbano molto a Rutili, Massarella e Becker ma abbiano maturato un linguaggio musicale personale. Alla lunga certi episodi soffrono mancanza di concisione, ma in fondo fa parte del gioco: Like a Smoking Gun In Front Of Me è comunque una bella sorpresa. (6.9/10)

"Una montagna è una montagna. E una montagna, a volte, non lo è". Così canta Paolo Iocca in apertura di Come Home, terzo album dei suoi Franklin Delano. Parole che, alla luce di questa lunga intervista, sembrano quasi riflettere la natura del suo progetto musicale: un'entità in continua trasformazione e maturazione, in cui tutto - dalla line up, alle scelte stilistiche, al metodo di lavoro - è in perenne movimento. Senza però mai perdere di vista quel posto che ognuno di noi chiama "casa".
I brani che compongono Come Home sono stati scritti durante l’estate del 2005, al ritorno dal nostro primo tour americano. Quell’avventura è stata così intensa da trasformare il successivo processo compositivo in una sorta di fiume in piena. In due settimane i brani erano tutti scritti e registrati in forma di bozze.
L’idea fissa che ha accarezzato entrambi i processi di composizione e arrangiamento dell’album è stato quella di omaggiare per quel che potevamo la tradizione americana, pur tentando allo stesso tempo di trovare un modus personale che ce ne rendesse autonomi. Un atto d’amore verso ciò che avevamo vissuto e visto con i nostri occhi.
Sinceramente non so quanto ci siamo riusciti, nessuno di noi l’ha ben capito. Anche perché tutto questo si è svolto un po’ come un lungo sogno, che ci ha portato attraverso vari cambi di formazione, questioni logistiche strambe e complicate da risolvere e quest’idea di fare un album che avesse due livelli di lettura, che potesse essere ascoltato sia dalle nostre mamme che dal pubblico più esigente e intransigente.
Il titolo rappresenta un po’ il senso dell’esperienza Franklin Delano fino ad ora. La ricerca cioè di un percorso “verso” la tradizione americana. Troppo facile infatti insistere sullo sperimentalismo tout court per nascondere l’incapacità di “confrontarsi” con una tradizione che amiamo ma che – inutile negarlo - ci ha sempre intimorito. Se quest’album ha un senso, è proprio quello del ricongiungimento con la scena country-folk-rock che ha ispirato, pur non facendone parte se non in modo marginale, i nostri album precedenti. Sentivamo il bisogno di dimostrare a noi stessi di essere all’altezza delle nostre stesse influenze.
Un po’ come se questo brandello di carta ingiallita con stampati i due nomi Franklin Delano, avesse ritrovato la pagina, o almeno il libro, da cui era stato strappato. Che poi ci fosse scritto Roosevelt o un altro cognome, questo ha poca importanza.
In realtà non è stato semplice, e a tutti ha causato qualche trauma, specie all’inizio. L’ambizione era quella di sottrarsi ai rigidi muri che separano uno stile dall’altro, e prendere spunto da un tempo in cui il blues, il jazz e il rock’n’roll stavano originandosi da un calderone unico di ritmi africani e musica popolare europea. A quell’epoca suonare l’uno o l’altro era solo questione di atteggiamento, e i confini stilistici non erano distinti. Non era definibile pop quello, e non penso sia definibile pop il nostro: non è musica costruita per colpire un target preciso, a cui viene imposta dalla grande industria discografica attraverso il potere detenuto sui media di settore. È musica per gente che ha un cuore e sa riconoscere la purezza delle emozioni, e che al contempo sa apprezzare la buona fattura di una canzone e tutto il lavoro che c’è dietro. Questo album non è stato fatto con “Hit Song Science”.
Capisco cosa intendi dire quando parli di pop, ma in questo periodo storico parlare di “pop” significa inseguire il perfetto brano da radio commerciale con il perfetto video da Mtv. Inutile dire che a noi non interessa e vorrei prenderne subito le distanze. Le melodie sono più intelligibili, questo sì. Il disco è più diretto, certo. Volevamo che le nostre mamme lo ascoltassero con piacere.
L’ambizione di partenza era quella di non stritolarsi per scelta in un percorso dark-folk dilatato e sonico (in cui la critica e il pubblico stavano per collocarci definitivamente). Abbiamo sentito il bisogno di superare ogni limitazione e di rischiare, alzando la posta.
Volevamo proprio lavorare sulle orchestrazioni, cercando di unire i Beach Boys con Otis Redding, Johnny Cash con i Velvet Underground, cosa che gli americani fanno spesso con semplicità disarmante poiché questa per loro è musica tradizionale, è nel background di tutti, come qui lo è Domenico Modugno. Noi italiani spesso non siamo in grado di mescolare tante cose insieme senza ricadere nel freddo esercizio di stile.
È stato tutto molto naturale. Avevo un quadernetto in cui ho segnato tutte le cose che il tour e la permanenza negli States mi ha richiamato alla mente volta per volta. Quindi ho smesso di scrivere testi su linee melodiche preesistenti, provando invece a cantare i testi che avevo già scritti, cercando sul momento una linea melodica – che in tal modo andava adattandosi spontaneamente al testo. È stato un processo diverso e molto interessante, che mi ha fatto capire che alternare metodi di lavoro nel processo creativo fa bene allo stesso processo.
È sempre difficile spiegare un testo. E in qualche modo anche ingiusto. Un testo deve restare polisemico, un contenitore vuoto in cui ognuno mette il significato che desidera. Per me Eight Eyes è un po’ il riassunto delle emozioni che quel primo tour americano mi ha lasciato dentro. Dalla gioia alla fatica, dallo sforzo per superare gli infiniti ostacoli e la stanchezza accumulata ai momenti catartici in cui ci siamo ritrovati ad essere tutt’uno con il pubblico che ci ascoltava. Ma, ripeto, è l’aroma del brano e dei testi che deve attecchire, una sensazione che sarebbe riduttivo spiegare a parole.
Mr. Scalise è un signore anziano di Chicago, che parla ancora correntemente l’italiano, con forte accento e ascendenza sicula. È il proprietario dello stabile dove si trovano i Clava studios in 33rd Street, e infatti lo incontrammo per caso proprio fuori dagli studi, mentre scaricavamo l’attrezzatura che ci avevano prestato i Califone per andare in tour. Lui affittava gli appartamenti dello stabile a studenti stranieri del vicino Institute of Technology. Nel momento esatto in cui lo disse, mi ricordo di aver avuto l’immediato desiderio di essere uno studente a Chicago e abitare lì, nel quartiere italiano (Bridgeport), e pagare l’affitto a quest’uomo, uniti da una complicità da immigrati italiani, anche se per motivi e con valenze totalmente differenti. Una nuova vita: questo il senso di questo brano, e dell’eccitazione che lo pervade.

Decisamente. Il disco precedente è stato frutto di un processo misto: registrato a Bologna agli Alpha Dept è stato successivamente mixato ai Clava studios. Per un disco come Like A Smoking Gun… questo processo si è rivelato perfetto. Per Come Home, e per le ambizioni che c’erano dietro, di forte unità stilistica e di avvicinamento alla tradizione americana, un metodo del genere non avrebbe funzionato così bene. Grazie anche all’aiuto di Ghost Records, siamo riusciti a dare carta bianca a Brian Deck, a suo agio negli studi dove abitualmente lavora – a parte il missaggio, che per circostanze fortuite è stato spostato ai Soma di John Mc Entire (ma direi che tecnicamente questo è stato un bene). Questa volta, avendo anche registrato personalmente le tracce, Brian ha avuto il controllo artistico totale del progetto, e noi gli abbiamo affidato con piena fiducia tutte le scelte più difficili. In più abbiamo potuto usufruire dello studio per un tempo più lungo e curare di più tutti i dettagli, e questo si sente. È un disco anomalo nel panorama italiano, anche in questo senso.
Alcuni erano nel carnet di Brian (Nick ad esempio). Altri sono amici dell’amica Deanna Varagona (vedi Fred - Lonberg Holm, dei Flying Luttenbachers, ndr.). Noi non conoscevamo personalmente nessuno dei musicisti che hanno suonato sul disco, eccetto Jim, che è un amico. In tal modo abbiamo avuto l’opportunità e l’onore di lavorare con professionisti da cui abbiamo imparato molto.
Sentivamo il bisogno di fare un album fortemente orchestrato, e abbiamo radunato un po’ di persone amiche (eccetto Lucio – Sagone, ndr - , che ho conosciuto a un suo concerto con i Ronin, e di cui mi ha colpito molto il modo di suonare – fortunatamente, nel giro di un paio di telefonate, la collaborazione con lui si è subito concretizzata). Vittorio Demarin e Michele Sarti invece sono nostri amici da tanto, e Marcello - Petruzzi, già Caboto, ndr.- è entrato in formazione da ormai più di un anno.
Vittoria aveva bisogno di una vacanza da un modo di impostare il lavoro davvero esigente da parte nostra. Il nostro rapporto si stava deteriorando senza che ce ne rendessimo conto, e allora abbiamo convenuto che, almeno per un periodo di tempo, dovessimo separarci. Ma l’amicizia è rimasta intatta, e anzi, la novità è che lei suonerà nei prossimi concerti dei Franklin Delano, da ottobre in poi. Per il futuro si vedrà – siamo tutti profondamente cambiati dall’estate scorsa, epoca in cui questa separazione ha preso piede. Franklin Delano, sempre di più, sta diventando un progetto “aperto”. Ci ritroviamo in un’epoca in cui chi si chiude è perduto. C’è bisogno di respiro e di far fluire l’energia. Durante il periodo di cui stiamo parlando, il livello di energia si era abbassato pericolosamente.
Anche se i brani sono composti da me, Marcella è la principale “arrangiatrice” degli stessi. È il suo lavoro sotterraneo che rende il suono Franklin quello che è. Per le voci, il suo è stato un lavoro durissimo, visto che Brian l’ha obbligata a cantare con gli stessi accenti e le stesse modalità delle voci da me appena registrate. Spesso ha dovuto lottare con se stessa per riuscire ad uscire dal proprio istintivo modo di cantare, per esigenze di produzione artistica. Questo lavoro terribile è stato però anche molto proficuo e le/ci ha insegnato tantissimo. Inoltre sul disco le sue chitarre sono a dir poco notevoli. Anche qui ha dovuto sudare sette camicie per uscire dal suo stile precedente, molto improntato sull’uso degli effetti, ed aprirlo in tutte le direzioni. Le sue chitarre passano con perfetta non chalance dal rock acido ai Gang Of Four, dai Beach Boys al soul nero, da O’Rourke ai dEUS, pur non dimenticando i suoi echi, reverse e drones vari. Mi stupisco di quanto nessuno si renda conto di che incredibile chitarrista donna ci sia qui in Italia.
Come lo vedo io non conta. I passi successivi dei Franklin saranno di sicuro verso un altrove, che non resterà fermo nell’ “americana” (così come non abbiamo voluto precedentemente chiuderci nel dark-folk dilatato). Sarebbe riduttivo. Stiamo ascoltando cose nuove e abbiamo molte idee nuove. L’evoluzione è un fenomeno naturale, chi tenta di arrestare tale processo ricade nella propria parodia.
Suoneremo certamente in Italia per tutto l’autunno e l’inverno. Poi si vedrà. Questa volta ho voluto evitare di fare programmi a lunga gittata. Navigheremo a vista, e rincorreremo con più tranquillità gli obbiettivi che ci siamo sempre posti. Alcuni, spero, riusciremo ad attenderli “seduti in riva al fiume”. C’è bisogno di un po’ di respiro, e di dare alle nostre carriere musicali un ritmo più umano.

Nemmeno il tempo di veder maturare i frutti del secondo album, quel Like A Smoking Gun In Front Of Me che riuscì nel piccolo miracolo di aprire le porte dorate degli States, che per i Franklin Delano è già ora di ripartenze, in tutti i sensi. Anzitutto, un ulteriore cambio di line-up: fuori Vittoria Burattini (e con lei tutte le ombre della Massimo Volume connection), dentro Lucio Sagone (Ronin, Uncode Duello), accompagnato al basso da Marcello Petruzzi (Caboto), più Vittorio Demarin (direttamente dalla fucina Madcap) e Michele Sarti ad aggiungere preziosi ingredienti all’amalgama con viola, organo, piano, rhodes, glockenspiel, percussioni e quant’altro. Poi, di nuovo alla volta di Chicago per ritrovare Brian Deck e Jim Becker, che per l’occasione hanno tirato dentro signori ospiti come Fred Lonberg Holm dei Flying Luttenbachers e Nick Broste, già dal vivo nientepopodimenoche con i Wilco.
Come Home, che peraltro segna il passaggio dei bolognesi alla Ghost Records, funziona. Non soltanto perché grazie ai nuovi arrivati i brani letteralmente respirano (sentite un po’ l’interplay nella title track e in Scalise, o i ghiribizzi di batteria in Motel Room - tra Lou Reed e Wilco). E nemmeno soltanto - oddio, forse sì – per il valore aggiunto dai guests, dagli strepitosi arrangiamenti di fiati di Broste (su tutti quello di I Know My Way, tra country e soul) al banjo di Becker, fino al lavoro di Deck dietro la consolle, per un suono sobrio e mai patinato.
Il disco funziona perché Paolo Iocca ha voluto fare un azzardo. Saltare con entrambi i piedi nel territorio della canzone americana è mossa assai rischiosa, specialmente se giochi fuori casa e maneggi materiale scottante, che non ti appartiene se non per i dischi che hai ascoltato. E intanto, I Am A Cow è un walzer country che più traditional non si può, Unaware sa addirittura di old time music e vaudeville, Come Home si basa giro armonico tra i più classici dell’americana. Non che certe velleità psych siano sparite del tutto, vedi i rimasugli di drones nella citata Motel Room, o le sospensioni della finale No Man’s Land, o in generale tutto il lavoro di Marcella Riccardi sulle chitarre, con un piede nel blues e l’altro nel noise. Ma il vero asso nella manica è il songwriting, mai tanto melodico (Eight Eyes, tra Lennon e Pavement, o Your Demons, un santino Wilco che tuttavia si fa perdonare la vicinanza a Jesus Etc. di Tweedy e co.) e centrato nei riferimenti (il cow-punk macchiato di Velvet Underground di Night Train).
Se è vero che la fortuna giova agli audaci, la scommessa è vinta. (7.3/10)

Stranezze, anomalie per le quali ogni tanto vorrei avere delle risposte. O una sociologia. Al concerto di Moltheni lo scorso 9 novembre, il Covo era quasi sold out; oggi con i Franklin Delano all’appello mancano almeno duecento persone. E’ uno scherzo del destino, oppure un semplice discorso di passaparola, non si sa. Moltheni gode di un piccolo culto pur non avendo una proposta eccellente, mentre Iocca e co., che hanno tra le mani un gioiello di pop country chiamato Come Home, e un’esperienza live lottata e vinta in territorio americano, godono sì di uno zoccolo duro, ma non di una nicchia altrettanto gremita.
Di fronte a loro: le teste e i buchi, specie tra le prime file. Le melodie sanremesi vestite di ruggente indie rock (che si vuole rock) del primo, fanno più proseliti di quelle country folk psych del combo amato dai Califone. Quei Califone che le scorse date italiane le hanno moderatamente riempite, a partire dalla loro città amica, Bologna appunto. Non c’è nemmeno il dubbio di un infrasettimanale sfigato. E’ sabato.
Ma fermiamoci qui; il pubblico sceglie i propri miti quanto la critica e, a questa data, è un grande show. La line up è la migliore che la band abbia mai avuto e quel misto di soddisfazione e sicurezza nei volti del quintetto (con Vittoria Burattini rientrata in formazione e Bologna Violenta aka X al violino e tastiere psych) non mente.
Coesione, sfumature del sound, capacità di tenere il palco, maturate soprattutto grazie alla palestra americana, ci sono tutte, elementi distintivi di quel che sono i Franklin ora, una band che tiene testa non all’indie italiano o europeo che sia, ma direttamente a quello americano. Chi direbbe che sono italiani? A parte per Marcello, bulbo rubato a Canterbury, pure l’abbigliamento è USA 100%, a partire da Iocca, partenopeo ridisegnato stellestrisce, giacca gessatogrigia à la Chuck Berry, camicia nera country, stivale e - tocco finale - la bretella della chitarra con fantasie maculate (di pelle di mucca). Ma non scherziamo. Paolo è serio: pronuncia con le vocali giuste, chitarra ritmica portata con posata autorevolezza. E sono serissime Vittoria e Marcella, perfette nel lavorare il backbone dei brani, nello scioglier loro le vertebre. Angoli granitici, ponti hard e fughe noise.
Così, le melodie dei Franklin, sul filo del pedissequo nell’inseguire la frontiera dei sogni in brani come Come Home, Dead Raccoon, I Am A Cow, poggiano su basi mai castigate e prevedibili, pronte a arricchirsi di tensioni e allentamenti, di buttarsi in code hard psych come in giochi chitarra batteria dalla rodata esperienza e equilibrio. Manca forse la canzone che poi ti cantano tutti. Ma questo è quello che è, e non è poco.
Dispiace vedere i Franklin Delano suonare sì e no di fronte a una quarantina persone. Per la band, costretta ad esibirsi in contesti non all'altezza, ma anche per il pubblico, tenuto lontano dall'evento da una promozione inesistente o magari spinto dall'inedia degli organizzatori ad ammassarsi all'interno dei locali senza nemmeno sapere con chi si troverà a interagire.
Dal canto suo, la formazione bolognese non ha mai recitato il ruolo di primadonna dell'hype e non mira certo a piacere “alla gente che piace”, covando invece un'unica, segreta, passione: suonare. Cosa che ha fatto regolarmente anche alla Tenda, impilando uno dopo l'altro i brani dell'ultimo – splendido – Come Home e regalando un'esibizione forse non perfetta in ogni dettaglio, forse non particolarmente ispirata ma suggestiva, vitale, decisamente sudata. Sessanta minuti che hanno confermato ancora un volta la bontà della svolta “americana” del suono della band, meditata sulla slide guitar di Marcella Riccardi, accompagnata dalla batteria di Vittoria Burattini, plasmata sul basso di Marcello Petruzzi, rinfrancata dal violino e le tastiere di Nicola Manzan, resa tangibile dalla voce di Paolo Iocca. Ed è proprio il vocalist dei Franklin Delano a crederci per primo, sfoderando un alone da menestrello d'altri tempi e un'anima da pischello, passioni rurali e un approccio metropolitano, sguardi impassibili e un cuore tenero: personificazione di una musica mai così efficace, diretta e trascinante, sin dai tempi dell'esordio All My Senses Are Sensless Today.
L'indie italico pare finalmente aver superato i turbinii dell'adolescenza e l'acne da esterofilia acquisita, almeno a giudicare dallo show a cui abbiamo assistito alla Tenda: attendiamo con fiducia che anche il suo pubblico raggiunga, al più presto, la maggiore età.