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Cd1 (1987 Black Francis acoustic demo)
Cd2 (Frank Black with the Two Pale Boys)
Reduce dal trionfale tour di reunion dei suoi Pixies, Frank Black ha ritenuto opportuno prolungare i festeggiamenti dando alle stampe questa raccolta in due volumi in cui celebra, a modo suo, il repertorio della storica band cui è indissolubilmente legato.
Lungi dall’essere un mero greatest hits, Frank Black Francis (fusione
dei due pseudonimi di Charles Thompson) è un progetto
risalente a qualche anno fa quando, sull’onda della pubblicazione della
raccolta Death to The Pixies e del live At
the BBC, si cominciò a pensare alla release ufficiale
di alcuni demo acustici realizzati da Black nel 1987, poco prima delle session
di Come on Pilgrim. Ritenendo l’operazione
in sé poco interessante, il Nostro ha pensato bene di chiudersi in
studio con Andy Diagram e Keith Moline, ovvero i Two Pale Boys (già alla
corte dell’ex Pere Ubu David Thomas) e rivitalizzare,
ri-registrandoli, una quindicina di episodi del repertorio dei Pixies, dagli
esordi fino al canto del cigno Trompe le Monde.
Così, accanto a un primo cd di demo acustiche di indubbio valore filologico
- in cui da quella chitarra strimpellata con violenza e da quella voce sottile
e nevrotica s’intuisce già facilmente il potenziale esplosivo
di quel materiale ancora acerbo -, ne abbiamo un secondo che, già dall’assunto
di partenza (come suonerebbero le canzoni dei Pixies nel 2004?), si preannuncia
quantomeno affascinante.
Per certi versi, il risultato è tanto straniante quanto sorprendente:
se nelle mani di Santiago, Deal e Lovering le
composizioni di Black si caratterizzavano per la loro fisicità, dopo
il trattamento Two Pale Boys esse finiscono per assumere altri connotati,
senza per questo venire snaturate. Ricorrendo a un arsenale di fiati, chitarre
effettate, synth e campionatori, Diagram e Moline portano le canzoni dei Folletti
verso un’altra dimensione; in un miracoloso passaggio dal corporeo all’incorporeo,
ne esplorano le profondità, ne allargano gli spazi, ne dilatano i confini
tra echi di ambient, space rock e psichedelia.
Un viaggio attraverso un universo inesplorato e noto al tempo stesso, in cui Cactus procede
per sinistri singulti, Wave of mutilation, Where is my mind e Caribou fluttuano
tra effetti spaziali, Nimrod’s son viene rallentata all’inverosimile, The
holyday song diventa un mambo lunare impostato sui fiati, Levitate
me si perde tra chitarre dissonanti, drones elettronici e magici chimes.
E poi Velouria, qui in una versione minimale trasfigurata da distorsioni
spazio temporali, Subbacultcha, che viene completamente stravolta
tra rumori digitali e ritmi waitsiani, e – dulcis in fundo - i 15 minuti
finali di Planet of Sound che, guidata da un’acustica ossessiva
e trombe in sottofondo, assume la forma di una Sister Ray siderale;
il tutto in completo equilibrio con la voce, qui più controllata e addomesticata
rispetto al passato, ma perfettamente funzionale alla nuova veste dei brani.
Frank Black Francis finisce così per essere un ideale compendio del songwriting di Frank Black, tra memorie del passato e fascinazioni (futuribili?) del presente. In attesa del futuro (il nuovo lavoro del Nostro, previsto per la prossima primavera o addirittura, chissà, di un eventuale disco dei Pixies), c’è da esser più che contenti. (7.0/10)

Non contento di aver rimesso in funzione il giocattolo Pixies, il buon Charles Thompson IV (a.k.a. Frank Black) procede imperterrito con i suoi progetti in solitaria: l’anno scorso è toccato alla stupefacente rilettura dei suoi classici insieme ai Two Pale Boys (Frank Black Francis), oggi è il turno di questo Honeycomb che, diciamolo subito, è uno di quei dischi che non lasciano alternative. E si fa presto a spiegare il perché: registrato l’anno scorso a Nashville in soli quattro giorni nelle pause del tour della reunion, l’album è un viaggio nella tradizione country e nel soul più classico. Niente di più lontano da quanto normalmente ci si aspetta dal nostro Grande Uomo, insomma; anzi Frank appare praticamente irriconoscibile, intento a modulare con voce calda e confidenziale (altro che urla psicotiche à la David Thomas…) su basi suonate con estrema perizia da sessionmen di lusso come Buddy Miller, Spooner Oldham e Steve Cropper, distanti anni luce dalle partiture sghembe e nervose che il Nostro ha ripreso a portare in giro con la sua creatura principale.
Semplice capriccio d’artista - della serie “era una vita che volevo fare un disco così”- o frutto di una spontanea esigenza espressiva? Visto il personaggio, ci piace pensare a entrambe le cose. Passato lo stupore iniziale, Honeycomb suona sincero e ispirato, come se il cambio di pelle fosse del tutto naturale - e se si pensa a un classico come Here Comes Your Man o a certe trame nascoste del periodo di Trompe Le Monde allora ecco che i conti, finalmente, tornano. La scrittura, asciutta e sciolta come non mai, sorprende in più punti: Another Velvet Nightmare è puro distillato Cohen (musica, voce e liriche paiono spuntar fuori da New Skin For The Old Ceremony), Go Find Your Saint sembra uscita dal repertorio di Tom Petty, Selky Bride e la title track mostrano come certe acrobazie armoniche alla Doolittle si adattino alla perfezione al più classico southern country, mentre l’orecchiabilità contagiosa di I Burn Today e ancor più della corale Sing For Joy palesano come la vena melodica di Black sia sempre in ottima forma. Che dire poi della morbidezza soul tra Al Green e Van Morrison di Dark End Of The Street, della melodia solare di Sunday Sunny Mill… (queste ultime due sono cover), del duetto naif con la - ormai ex - moglie Jeanette Wright in Strange Goodbye, della ultra-classica coda chitarristica di My Life Is In Storage (una meraviglia di cui solo Mr. Cropper è capace)?
Per farla breve, siamo davanti a un disco di gran classe. E anche se il tanto atteso e fantomatico nuovo album dei Pixies (in apparente lavorazione da qualche tempo) non dovesse uscire mai, non c’è di che rattristarsi: Frank Black saprà sempre come stupirci. (7.2/10)

Cd1
Cd2
A distanza di un anno circa, Frank Black ripropone il copione – spiazzante e notevole insieme - di Honeycomb, con differenze in termini di quantità e sostanza, ma non di smalto e qualità complessiva della proposta. Il frontman dei Pixies che si reinventa songwriter ed interprete country-soul in quel di Nashville, circondato da una corte di musicisti di tutto rispetto, si conferma una formula vincente e, a questo punto, si rivela una delle mosse più azzeccate della sua carriera in solitaria.
Se lo scorso album era un antipasto, Fast Man Raider Man è una scorpacciata, con le sue ventisette canzoni - registrate nel corso degli ultimi due anni, talvolta in session-maratone di dodici ore - divise in due dischi, in cui al già rispettabilissimo carnet di collaboratori di Honeycomb (Steve Cropper, Reggie Young, Buddy Miller, Spooner Oldman e Chester Thompson) si aggiungono stavolta signori come Levon Helm di The Band, Marty Brown e Al Kooper. Se poi si tiene conto che l’autore del disco si rivela - ancora - ispirato come non mai in fase di scrittura e altrettanto maturo nell’esecuzione, il risultato è assicurato, soprattutto perché, aldilà dei singoli episodi, Black sa assumere una modalità che funziona più o meno in tutte le composizioni, dal mid-tempo di If Your Poison Gets You al southern soul di Fast Man e Sad Old World , dal traditional di Dirty Old Town e Fare Thee Well allo street rock di You Can't Crucify Yourself, Elijah e It's Not Just Your Moment , dal country acustico di I'm Not Dead(I'm In Pittsburgh) e Raider Man al canone Pixies aggiornato di Where The Wind Is Going e Johnny Barleycorn … Quello che risalta rispetto a Honeycomb è un maggiore mood rock (particolarmente evidente nell’attacco del cd2 con In The Time Of My Ruin e Down To You ) e una stesura più lineare, da cui consegue – inevitabilmente e naturalmente - un effetto sorpresa scemato e qualche scossone emotivo di meno, ma sono difetti facilmente perdonabili.
Se, a fronte di questo episodio, da un lato viene il sospetto – la speranza? - che il buon Charles Thompson IV voglia inaugurare una serie come le American Recordings di Johnny Cash, dall’altro non si può che consigliare anche stavolta l’ascolto, a riprova ulteriore del momento d’oro che il fondatore dei Pixies – con cui continua tutt’ora a girare il mondo – sta attraversando. (6.8/10)
Chitarrista e cantante di quella sbilenca ciurma che erano i Pixies, ne rappresentava indubbiamente il deus ex machina. Emblematica di ciò è la lunga e prolifica carriera solista che il Nostro iniziò nel 1993, dopo lo scioglimento del gruppo madre, sotto lo pseudonimo Frank Black.
Ma perché dopo dodici album in solitaria, il più recente dei quali, il doppio Fast Man Raider Man, risale addirittura al 2006, e dopo l’annunciato tentativo (mancato?) di riunire la sua vecchia band in studio dopo un tour che ha fatto sobbalzare i cuori dei fans più nostalgici, Charles Thompson IV si presenta oggi sempre come solista ma con il suo primo nome d’arte Black Francis, proprio quello usato con i Pixies? Che sia già un primo passo di avvicinamento alla reunion tanto attesa, oppure, al contrario, un segnale per annunciare la totale rinuncia a tale progetto? Mistero. Ci basti sapere però, che Bluefinger (dedicato al pittore e musicista olandese Herman Brood), rispetto alle derive country, blues e soul degli ultimi album, sancisce un semi-ritorno a certe sonorità graffianti e visionarie che fecero la fortuna della prima band. Le prime due canzoni dell’album rappresentano un vero pugno nello stomaco: i volumi sono altissimi, la chitarra tagliente e la voce si perde in deliri fuori squadra degni dei migliori tempi andati. Threshold Apprehension ne rappresenta l’episodio più riuscito facendo quasi gridare al miracolo: rende palpabile l’illusione di un viaggio nel passato sul finire degli Ottanta, quando imprevedibilità schizofrenica e urgenza sonica dettavano criteri stilistico-estetici.
Illusione che però pian piano perde di efficacia. Già alla terza traccia Francis aggiusta il tiro tornando a sonorità recentemente a lui più care, anche se cariche e vitali come da tanto non avveniva. Così ci troviamo dinnanzi ancora a un miscuglio di pop, rock, blues, country e soul ma stavolta condito da una fresca tensione punk, che non viene rilasciata neanche nei momenti più intimi dell’album. Questa è la vera novità di Bluefinger, quella che sicuramente si cela anche dietro la scelta di chiamarsi ancora una volta Black Francis. Per poter ancor delirare urlando in piena libertà su zigzaganti traiettorie rumoristiche, tra controcanti femminili e linee di basso pulsanti, ma con una maturità raggiunta che gli evita di scimmiottare l’omonimo se stesso di vent’anni fa. Vi sembra poco? Il Grande Folletto è ancora in ottima forma: inconfondibilmente ironico e freneticamente pungente oltremodo. (6.7/10)

Che Charles Thompson IV non sapesse stare con le mani in mano era cosa più che risputa data la sua vasta carriera discografica post Pixies, ma, alla luce di questo suo ultimo ep, la sua prolificità, più che estrema passione, potremmo definirla quasi come vera e propria dipendenza. Sono passati soltanto cinque mesi da Bluefinger che il Nostro, sempre sotto lo pseudonimo Black Francis, si ripresenta con un mini album che tanto mini non è. Sette canzoni per un totale di venti minuti abbondanti di sano e tirato rock elettroacustico schizzato di punk e blues.
Proprio come il titolo dell’ep, Svn Fngrs, anche la prima traccia, The Seus, sembra essere senza vocali tanto è ruvido e graffiante il riff della strofa su cui l’ex leader dei Pixies si cimenta in una sorta di rap sbilenco, fino all’apertura melodica del ritornello che ci libera dalla claustrofobia iniziale. Infatti, le tracce restanti, nonostante la loro eterogeneità, si muovono tutte su quelle zigzaganti e incisive melodie che hanno rappresentato e rappresentano a tutt’oggi il vero e proprio marchio di fabbrica del Nostro. È come se in sole sette canzoni fosse ripercorsa la sua intera carriera discografica: dai Pixies (Garbage Heap) a Black Francis (When They Come To Murder Me) passando per Frank Black (Half Man). Charles Thompson IV: un mostro sacro a sette dita. (6.5/10)