Una stanza da letto e un laptop. Un ragazzo anglo-iraniano di casa a Londra. Il post rock dietro l'angolo e un mondo di sottigliezze jazz, eleganti arpeggi folk, sinuosi dub, insidiosa lounge, mulinelli percussivi, esotiche raffinatezze a disegnare una nuova stagione. Un percorso in quattro album per raccontare i prodigi elettronici di Four Tet

Se fino a poco tempo fa il garage era l’ambiente esclusivo di produzione musicale della stragrande maggioranza dei musicisti, è ben vero che a partire dagli anni novanta quel luogo si è progressivamente spostato nel salotto di casa fino ad arrivare alla stanza da letto. Non si è trattato soltanto di un trasloco, ma anche di una restrizione dei mezzi, della diminuzione del loro costo e soprattutto di un nuovo modus operandi che permette di fare soli quello che prima si sviluppava assieme, con un gruppo, se non addirittura un’orchestra.
Il musicista ha finito per far coincidere i propri mezzi con computer portatili di esigue dimensioni, ma a fronte di una tecnologia tascabile, economica e software sofisticato (il più delle volte ottenuto illegalmente), ha avuto in cambio, appoggiato sul comò del letto di casa, tutto il necessaire per operare a livello professionale: un potente macchinario con il quale incidere qualsiasi componimento e spedirlo alla casa discografica di turno.
Tali vantaggi hanno prodotto vie nuove alla sperimentazione, ma specialmente hanno permesso a numerosi musicisti di trasformare un semplice divertissement in un’attività continuativa.
È accaduto, per esempio, che due giovani batteristi, una olandese proveniente dall’hardcore e l’altro americano giunto dal post-rock, siano diventati rispettivamente la regina del cut up (Solex) e il titolare di un progetto dub-jazz (HIM) - poi sviluppatosi in ensemble -, e che un Anglo-iraniano di stanza a Londra, anch’egli proveniente dalle file del genere musicale nato dagli Slint (i Fridge, assieme a Adam Ilhan e Sam Jeffers), abbia trasformato un side-project diversissimo per timbriche e dinamiche compositive, nella principale forma espressiva.
Parliamo di Solex, Doug Sharin e naturalmente di Keiran Hebden, musicisti diversi per provenienza e gusti musicali che tuttavia condividono esperienze comuni: approdano infatti all’utilizzo delle macchine quasi fortuitamente e senza rinunciare all’appeal acustico. Per tutti loro, accanto al pc (o alla peggio sequencer) c’è da sempre un campionatore (principalmente DAT) pronto a catturare un fraseggio di chitarra in studio o un assolo molto free in una bettola in fondo alla strada, una jam infuocata in un teatro o un rullante di batteria.
E proprio le percussioni infatti rappresentano un’autentica ossessione di tutti loro: impossibile replicare al computer il timbro di un tamburo, l’emozione di un controtempo suonato dal vivo; eppure nulla toglie, che una volta campionato e trattato digitalmente, si possano creare texture complesse e tentacolari.

Di tali prodigi ritmadelici Keiran Hebden è probabilmente un piccolo genio. Conosciuto come Four Tet , il musicista ha iniziato a comporre utilizzando un computer portatile (ottenuto grazie a un prestito studentesco) dalle modeste prestazioni, di molto inferiori a molti videogiocatori dell'epoca (un pc di medie prestazioni con installato un sistema operativo windows, una scheda audio Soundblaster Live, un hi-fi casalingo e un registratore DAT), eppure con del software di nuova concezione dalle potenti possibilità (Audiomulch, Cool EditPro,Pro Audio 9); tutto quel che gli serve per arrivare diritto e sicuro al primo full-length, Dialogue (Output, 1999).
Sebbene la critica non abbia visto l’ora di farlo rientrare nel calderone di una cosiddetta scena folktronica (che proprio in quegli anni stava prendendo piede), Dialogue è figlio di un’infatuazione per il soul e il free jazz degli anni sessanta-settanta (in particolare Sun Ra), come afferma spesso il musicista nelle interviste, ma soprattutto è una collezione di tracce fortemente debitrici della scuola dub-jazz dei primi Tortoise (Tortoise, City Slang, 1994). Avvicinandoci maggiormente alla fine degli anni novanta, l’album rappresenta una versione diurna dell’esotismo crepuscolare di Mark Nelson (Pan American, Kranky, 1998), un impasto sonico in grado di surfare sul cavallone lounge tenendosi ben lontano dall’onda di ritorno della motivetto balneare da Buddha Bar.
Ricercatezza e fruibilità dunque, che valgono al suo autore un certo successo di critica e di pubblico, particolarmente infervorati dalla considerevole varietà delle soluzioni percussive e dalla timbrica ricercata degli - altrettanto vari - strumenti acustici utilizzati.

C’è un basso scuro a colorare intime atmosfere post (The Space Of Two Weeks), un raga per sitar à la Ravi Shankar a ciondolare su piatti spezzati e echi dub (Charm); un cool jazz sbarazzino a fare da sfondo a una train song del deserto per chitarra blues trattata (Misnomer); una drum’n’bass addomesticata da un organetto crepuscolare caro a Mark Nelson (Liquefaction), e soprattutto c’è il micro-funk (in corsa e parecchio afro) per pianola piano bar, xilofoni latini à la Senor Coconut e sax come il più bizzarro James Chance di Butterfly Effect; con la “new age” di un Steve Roach in salsa breakbeat (Calamine), il nu-folk isolazionista a ritmo marziale (Chiron), il basso angolare e persino il gospel (3.3 Degrees FroThe Pole) a suggellare una prova sapientemente dosata e ricca di paesaggi, colori e profumi. (7.0/10)
Un mood leggero e ammaliante, una trama di calcolati equilibri che si ispessisce nella diradata raffinatezza di Pause (Domino, 2001). Questa volta Hebden mescola l’estroso R&B d’oltreoceano di un Timbaland al folk rock inglese dei Pentangle e dei Fairport Convention, alzando il tiro: fondere insieme il kraut rock e il folk tradizionale (di cui, strano a dirsi, non è un grande fan). Le atmosfere si sciolgono in un mare di field recording, strumenti acustici e giochi elettronici, dove l’estatico arpeggio di Glue Of The World (in cui è facile riconoscere la mano di Thompson disturbata dai tasti di una macchina da scrivere) scivola nel groove sincopato di Twenty Three (aperto dall’infrangersi delle onde e rotto dal rincorrersi di tintinnii vari e da una tromba jazz), o dove la festosità dei bambini (Parks) s’intreccia ad una morbida e stravolta distesa di violoncello, un melodioso arpicordo, una batteria discreta (e un flauto che fa tanto Kitaro), ma sempre presente (ciò che la distingue da una Julie And Candy dei Boards Of Canada?).
È una classicità che si fa urbana quella di Pause (Domino, 2001), che torna nelle strade e dalle strade attinge: il rilassato beat house giocattolo à la Kim Hiorthoy di Untangle in cui risuonano le corde di un’arpa, il ritmo scandito che torna a farsi vivace in You Could Ruin My Day e Everything Is Alright, l’ipnotica e ripetitiva voce infantile di No More Mosquitoes, curioso sketch tra sincopi hip hop, frequenze radio e mulinelli.
Con una traccia come Hilarious Movie Of The 90's a contendere il primato di un sound che diventerà arcinoto (vi dicono qualcosa i Books?), l'album che pare figlio di un ferragosto in città, è anche quello più quotidianamente intimo, cinematico ed estivo di Four Tet. E il risultato è più che mai convincente. (7.4/10)

Non è un caso, infatti, che il discorso intrapreso con Pause diventi
il punto di partenza per il successivo Rounds (Domino,
2003) dove un Keiran, provando a superare sé stesso ancora
una volta, incappa nel più classico dei dilemmi: continuità,
coesione e dunque maniera o spontaneità e creatività?
Ci sono ancora percussioni vigorose, tastiere sognanti e strumenti a corda
intimisti, che nelle sue mani trovano un modo sempre nuovo di adattarsi, ora
invertendo le scale (il banjo e il gamelan di Spirit Fingers perdono
le influenze tipicamente western, salendo su un treno cibernetico che sfiora
la velocità della luce), ora spiazzando con glitches e blips di vario
genere (lo squittio di un giocattolo di plastica nella sfumata Slow Jam),
ora virando verso territori altri (il geometrico hip hop di She Moves She dissestato
da loop di chitarre sintetiche; il funk danzereccio di As Serious As Your
Life screziato da un handclaps insistente; l’oriente jazzato di And
They All Look Broken Hearted; il simil trip hop bristoliano dell’eterea My
Angel Rocks Back And Forth); pochi elementi di base, quindi, attorno ai
quali girano infiniti e variegati inserti sonici, immessi di volta in volta
per non lasciar cadere il momentum di ogni traccia.
In particolare, per la corporea Unspoken, il Nostro ha ascoltato per due ore e mezzo di fila (giusto il tempo di rientrare in treno dalla Francia) un loop di solo piano e batterie. Messo da parte per due settimane, lo ha poi ripreso e in un paio di ore, servendosi niente meno che di quaranta tracce, ha completato uno dei brani più epici dell’intero album.
Il fatto è di per sé emblematico, estro e inventiva sono sottoposti al vaglio di un'esperienza consolidata, all'ostinata ricerca di tesori in software oramai divelti, e questo porta con sé la tentazione di stilar sunti pericolosi (i nove minuti di Unspoken, tra ambient, crescendo raga e free-jazz sullo sfondo, o i piatti squillanti e il clapping che non riescono a risollevare lo standard ritmico di Hands). (6.4/10)
Con due brani come And They All Look Broken Hearted e Slow Jam (appartenenti al precedente Rounds), Keiran non avrebbe certo dovuto lamentarsi se la critica ha insistito tanto per tenerlo nel catalogo degli artisti folk-tronici a tutto tondo, eppure il musicista s’è stizzito e con Everything Ecstatic (Domino, 23 maggio 2005) prova a dimostrare alla stampa e agli ascoltatori quanto tutte queste chiacchiere non abbiano alcun fondamento.

Il lavoro di cesello al laptop continua, diventando però più duro, nervoso, serrato. Piace questo Four Tet rabbioso, dalla furia montante eppur ironica, quasi come giocasse a rimpiattino con i suoi detrattori (“tutta estasi? Vi faccio vedere io …”, avrà pensato l’anglo-iraniano): il suono riscopre il piacere del corpo in movimento (lo sferragliare jazz della batteria, il giro di basso ringhioso, i piatti sfavillanti di A Joy, risucchiati da un ultimo vortice di laceranti rumori), dell’incendiario dancefloor detroitiano d’inizio novanta, in cui la vecchia scuola techno si mescola al glaciale hip hop di personalità come Prefuse 73 (l’oscillare di beat ariosi e basso decadente di And Then Patterns). Trovate divertenti come il familiare riff sintetico Pong–iano di Turtle Turtle Up (un felice incontro tra jazz e krautrock) o la cartoonesca voce in loop à la Chipmunk di Smile Around The Face fanno sorridere, senza però velare la sua prima passione, il jazz, che in Sun Drums And Soil si fa dilagante: strati di percussioni corroboranti, fiati stridenti (all’ombra di Sun Ra), ronzii elettronici e voce soul femminile si sovrappongono, lasciando credere che dietro ci sia una band all’opera. (7.0/10)
In realtà niente di ciò che si sente è realmente suonato, troppo perfetto per essere umano, ed è forse anche un po’ il suo limite: la possibilità (e facilità?) di avvertire le cesure del taglia e cuci. Considerarlo allora come uno dei tanti “smanettatori” in piazza, pronto a conquistare i suoi buoni cinque minuti di fama? Sarebbe riduttivo. Hebden punta tutto sull’elemento visivo, utilizza la tecnica del campionamento per disegnare l’amalgama sonoro e il suo ordinarsi lungo il percorso (come, ad esempio, l’allinearsi della batteria su uno schermo immaginario), affidandosi al suo giudizio e trasformando la macchina stessa in uno strumento. Four Tet, più che un puro divertissement, è il progetto di un ragazzo che ha le idee ben chiare in testa, che sa quello che vuole e come ottenerlo e lo fa con la tranquillità di chi passerà la giornata in casa, tra la colazione, un po' di tv e il pc sempre a portata di mano.

Arrivata al suo ventiseiesimo episodio, la serie Dj Kicks è oramai da considerarsi come il punto di riferimento più importante per tutti quegli ascoltatori ed addetti ai lavori vogliosi di sperimentare e conoscere quanto di più interessante si muove nel sottobosco dance.
Una pubblicazione capace di spostare gusti ed equilibri e quindi da guardare sempre con occhio di rinnovato interesse anche perché le scalette ed i protagonisti che vengono scelti per compilare i singoli episodi riescono, di solito, ad offrire prove di grande spessore. Non tradisce le attese neanche Kieran Hebden alias Four Tet, personaggio di spicco dell’elettronica evoluta inglese che dimostra di trovarsi a perfetto agio dietro ai piatti della console così come tra le mura dello studio di registrazione. Quello assemblato dal produttore inglese per l’occasione è un set free form dai tratti incredibilmente eclettici, dominato dalla enorme conoscenza e passione musicale del Nostro che, fregandosene di qualsiasi tecnicismo, balza con incredibile disinvoltura dall’electro di Model 500 all’avant folk degli Animal Collective, passando per lo space/prog dei Gong, la minimal techno di Akufen, l’hip hop contaminato di Madvillain ed il two step della So Solid Crew, chiudendo in bellezza con i ritmi decostruiti degli Autechre.
Un delirio assoluto, reso però credibile dal grande talento e dal gusto sopraffino di Hebdan capace di trasfigurare in questo set tutta la sua istrionica personalità. Grandissimo. (7.5/10)

Ma come vive Kieran Hebden? Ci pare una domanda del tutto legittima all’immediata vigilia della sua nuova pubblicazione, la quinta (se non andiamo errati) dalla primavera dello scorso anno. Una macchina musicale il londinese, che si alterna tra studio di registrazione e console, live set e home recording, strumenti tradizionali ed apparecchi elettronici senza apparente soluzione di continuità, lui schivo e riservatissimo esponente di questo nuovo approccio alla discografia basato su di una indiscriminata e sfacciata proliferazione. Una scelta forse suicida, che in tempi di rabbioso peer to peer come quelli che stiamo vivendo, non possiamo che rispettare ed appoggiare.
Ma veniamo ai fatti. Per questo ennesima uscita il Nostro si ricongiunge al laptop folker Adem Ilhan (per l’occasione al basso) ed al batterista Sam Jeffers, tornando a dare vita ad un progetto, quello dei Fridge, originariamente nato sui banchi di scuola attorno alla metà degli anni novanta ed interrotto, dopo alcune altalenanti produzioni, nel corso del 2001. Miracolosamente riemerso dagli abissi spazio/temporali, il terzetto inglese ricomincia il proprio cammino da dove lo aveva interrotto sei anni or sono e cioè da un sound quasi interamente strumentale (fanno eccezioni i vocalizzi di Lost Time) talmente eclettico ed agile da eludere qualsiasi tentativo di catalogazione. Tra i dieci episodi contenuti in The Sun tutto appare naturale ma allo stesso tempo irragionevole, dal funk mutante modello Kirk De Giorgio della title track, all’ambient folk di Our Place In This e Years And Years And Years…, dallo svelto e scattante post punk di Eyelids alla prolissa new wave di Clocks, dall’elettronica giocattolosa di Comets alle reminescenze Tortoise della pur buona Oram.
Detto tra noi e, ontraddicendoci con quanto espresso in apertura, sarebbe bene che il buon Kieran considerasse seriamente la possibilità di prendersi una discreta pausa anche perché il dubbio che possa interrompersi questa incredibile striscia di ottime produzioni è più che lecito. Confidando nella sua saggezza, per il momento: 7.0/10.

Attivissimo. Eppure era da ben tre anni che Heban non pubblicava qualcosa in nome proprio. Lo fa con questa quaterna di tracce che riprendono da una parte il loop e la cassa 4/4 masticata nei remix (soprattutto You Are Here di Nathan Fake) e dall’altra le squadre più kraut del repertorio con un tocco di batteria vera (giusto, Ringer, sul finale a dir il vero). L’output se non l’avete intuito è sorprendente.
Per nulla ambient-tronico e per nulla jazz. Minimal per dirla tutta. E certamente acid per la scelta di sample su frequenze medio-acute (e relative modulazioni), quando non sorprendentemente afro nel suo essere varecchina, il lavoro taglia corto con ogni accostamento allo sfondo e alla facile negritudine tronica-soul. Se l’eco con il passato estatico non è del tutto sparito (Ribbons), la nuova direzione si schiarisce con gli otto minuti di Swimmer: materia lucidamente deformata, territori Caribou ma molto, molto, più asciutto e un crescendo kraut-hippy per la generation X del dopo pasticca (ma che adesso vede con occhi techno-pop!). L’ultima traccia scioglie il sigillo che mancava: Nathan Fake e Border Community hanno portato consiglio. Attendiamo il nuovo disco per sbilanciarci meglio. Per ora niente male il restyle e alla larga i nostalgici di Rounds. (7.0/10)