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Foodsoon / Fabrizio Gilardino

di Martino Lorusso e Dazniele Follero
News dal Canada: arrivano i Foodsoon, trio di “rock deviante” dalle larghe vedute, che svetta come punta di un iceberg, il cui blocco sommerso è rappresentato da una fitta e variegata schiera di gruppi/artisti con base operativa nella città di Montreal.
Foodsoon (foto di Nadia Bellefeuille)

L’avant-rock ha imparato a parlare il francese

di Martino Lorusso

Ancora Canada, ancora Montreal, scenario di una delle espressioni musicali più vive e frenetiche dell’ultimo decennio, la città che meglio incarna oggi l’idea di avant-rock. Un termine fino a pochi anni fa associato preferibilmente a quella Chicago di Grubbs, O’Rourke, McEntire e tanti altri, che hanno rivoluzionato il modo di intendere la musica per chitarra-basso-batteria, spingendola verso derive free jazz e ambient, sporcandola di elettronica cheap per poi lustrarla con lo smalto del dub, destrutturandola e reiterandola all’uso minimalista.

E le analogie con la scena sotterranea della città ventosa sono tante e importanti, a partire dallo stretto legame di amicizia - preliminare di una girandola di collaborazioni - che unisce gran parte dei musicisti locali, molti dei quali di origini cosmopolite. Proprio come Fabrizio Gilardino, manipolatore di suoni, grafico, organizzatore di eventi artistici e responsabile, insieme a Michel F. Côté della &records, una delle numerose etichette fucine di talenti cittadine, tra cui figurano la storica genitrice Ambiances Magnétiques, a dar voce alle musiche “altre” canadesi (e non), come pure la Constellation e la Alien8, più legate a sonorità di matrice rock. Insieme a Bernard Falaise, già chitarra del trio elettro-acustico rumorista Klaxon Gueule, e Alexander MacSween (ai tamburi, alle tastiere), l’italiano costituisce i Foodsoon, un nome di cui certa stampa si è subito accorta e di cui già inizia a tessere elogi sperticati. Forse perché la band di Montreal mostra una personalità non comune di questi tempi, e ha un suono allo stesso tempo paradigmatico di un universo sonoro finora celato all’ascoltatore non uso a frequentare gli sdrucciolevoli sentieri che depistano il rock verso altri luoghi e modi del sentire.

Intervista a Fabrizio Gilardino

Parlaci di come è nato il progetto Foodsoon. E’ avvenuto tutto per caso come spesso accade tra musicisti che si conoscono e si frequentano o è stata piuttosto un’idea di qualcuno di voi tre che ha finito per coinvolgere gli altri?

Foodsoon in quanto progetto è nato all'incirca tre o quattro anni fa, quando decisi di contattare Bernard Falaise e Alexander MacSween con la precisa intenzione di formare un gruppo con loro due. Ambedue sono amici di lunga data e musicisti che mi piacciono in modo particolare. Avevo un certo numero di idee che mi sarebbe piaciuto sviluppare e Bernard e Alex mi sembravano i musicisti più adatti per ciò che avevo in mente. Purtroppo, a causa di mille impegni, non è successo nulla fino all'estate del 2004, quando finalmente ci siamo ritrovati tutti e tre nel locale prove di Michel F. Côté e abbiamo improvvisato per due o tre giorni, senza alcuno schema né indicazioni precise. L'esperienza non si rivelò particolarmente eccitante, a dirti la verità, io soprattutto non ero molto convinto. Qualche mese più tardi, in novembre, in occasione del lancio di Chicken dei Klaxon Gueule, ci fu offerta la possibilità di suonare dal vivo. Decidemmo di accettare e vedere un po' che cosa sarebbe successo. Il concerto, sorprendentemente, fu un discreto successo.  Anzi, proprio a causa di quel concerto, siamo stati invitati a suonare in un altro paio di locali nel febbraio e marzo 2005, periodo nel quale ci siamo poi anche ritrovati in studio di registrazione con l'idea di lavorare sul materiale d'un eventuale disco.

Da quali gruppi e da che tipo di altre esperienze musicali proviene ciascuno di voi?

Bernard è un musicista e compositore polivalente, ha suonato in gruppi rock, jazz, d'improvvisazione libera, ha composto quartetti d'archi, colonne sonore per il cinema, il teatro e la danza. Suona anche nei Miriodor (gruppo di avant-prog assai conosciuto che incide per l'etichetta americana Cuneiform), nei Projectionnistes (gruppo del trombonista Claude St-Jean), nei gruppi del sassofonista Pierre Labbé, del bassista Pierre Cartier e collabora con Barnyard Drama, un gruppo di Toronto guidato dal batterista Jean Martin e dalla cantante Christine Duncan e con la cantautrice Mario-Jo Thério. E poi naturalmente fa parte dei Klaxon Gueule, insieme a Michel F. Côté e Alex St-Onge. Alex proviene dall'universo rock. Ha fatto parte di numerose bande punk e rock montrealesi, Pest 5000, The Nils, Bionic (con cui è stato in tournée con gruppi come Jesus Lizard), ha suonato in un paio di gruppi con la bassista Melissa Auf Der Maur, prima che lei raggiungesse gli Smashing Pumpkins e poi le Hole di Courtney Love. Negli ultimi cinque/sei anni s'è via via avvicinato all'improvvisazione e ha lavorato con alcuni gruppi locali, come Detention (un duo con il chitarrista Sam Shalabi) e Sloth Is The Love (che comprendeva lo stesso Shalabi, i bassisti André Asselin e Thierry Amar dei Godspeed You! Black Emperor e A Silver Mt Zion e il batterista Will Glass) e collaborato con musicisti come il sassofonista tedesco Frank Gratkowski, il chitarrista italiano Paolo Angeli e il sassofonista americano Tim Berne. Anche lui, come Bernard, spesso compone per il teatro e la danza. In quanto a me stesso (mi considero più che altro un "non-musicista"), accanto ai Foodsoon, suono spesso, in varie combinazioni sempre improvvisate, con il batterista americano-canadese Isaiah Ceccarelli.

Molti sulle riviste parlano di una “scena di Montreal”, io stesso in sede di recensione ho fatto un parallelo tra l’avant-rock chicagoano degli anni ’90 e quel che sta accadendo da alcuni anni nella città in cui vivete, certo con le dovute distinzioni di forma e contenuto…se esiste una scena, si possono ravvisare secondo te i suoi connotati, i suoi principali rappresentanti e la direzione che sta intraprendendo? Con quali gruppi/artisti/etichette di Montreal, o comunque canadesi, collaborate effettivamente?

Direi che a Montreal esiste effettivamente una scena musicale piuttosto sviluppata e, a mio avviso, estremamente interessante. Nonostante sia piuttosto eterogenea, penso che una delle sue caratteristiche principali risieda nella grande originalità della maggior parte della musica che produce. Montreal stessa è una città piuttosto particolare; come sai si trova nel Québec, la sola provincia maggioritariamente francofona del Canada e costituisce, all'interno dello stesso Québec, un'interessante anomalia, poiché è una città essenzialmente bilingue. Per ragioni inesplicabili è anche la città meno cara (soprattutto a livello degli affitti di appartamenti e locali prove, così come dei costi relativi alla produzione di dischi e concerti) dell'intero Canada, il che spinge molti artisti a trasferirvisi dalle altre province canadesi e anche dagli Stati Uniti o dalla Francia, per esempio, per evidenti ragioni linguistiche. Gode d'una vita culturale straordinaria, a livello musicale vi sono decine di locali dediti alla musica di ricerca che ci permettono di suonare dal vivo con una certa regolarità, in particolare la Casa del Popolo e la Sala Rossa, ambedue fondati da Mauro Pezzente, uno dei bassisti dei Godspeed You! Black Emperor (e italo-canadese di Toronto), oppure Le Cheval Blanc di cui Frank Martel, altro musicista locale (suona nell'ensemble Mecha Fixes Clocks di Michel F. Côté), è il proprietario, o ancora Le Divan Orange, Zoobizarre, Hemisphère Gauche... E poi altrettante etichette, tutte gestite dai musicisti stessi, dalla storica Ambiances Magnétiques (in attività dal 1984), fino alla Constellation (cogestita da Ian Ilavsky, chitarrista di A Silver Mount Zion), Alien8, No Type, Bangor (di cui si occupa Sophie Trudeau, volinista di Godspeed e A Silver Mount Zion), squintfuckerpress (l'etichetta di Christof Migone e Alex St-Onge), intr_version, Oral e decine d'altre.

Non penso che esistano punti di contatto a livello strettamente estetico tra tutte queste realtà, se non la volontà di avere la maggior libertà possibile per realizzare i propri progetti nel più puro spirito "do-it-yourself" e il fatto che i musicisti locali siano via via coinvolti in decine di progetti e gruppi che si scambiano allegramente i componenti.

La maggior parte dei musicisti si conoscono tra di loro, anzi ti dirò che questi rapporti di amicizia cementano considerevolmente il terreno, e frequentiamo tutti più o meno gli stessi locali, in particolare la Sala Rossa, che occupa un'intera palazzina sul boulevard Saint-Laurent, la "main street" di Montreal: la sala che ospita i concerti si trova al secondo piano, un bar/ristorante ne occupa il primo, mentre al piano terra si trovano gli uffici dell'associazione che la gestisce (e che organizza, tra l'altro, l'annuale festival Suoni per il Popolo, al quale hanno via via partecipato No Neck Blues Band, Peter Brötzmann, William Parker, Hamid Drake, Wadada Leo Smith, Tristan Honsinger, Han Bennink, Misha Mengelberg, Warren Ellis dei Dirty Three, e centinaia d'altri musicisti, compresi gli stessi Foodsoon).

Uno degli aspetti più interessanti della scena di Montreal è costituito dalla vera e propria interazione tra diversi ambiti artistici, a causa del fatto che molti musicisti collaborano con compagnie di teatro e di danza contemporanea. Esistono quindi interscambi continui, per esempio Bob, gruppo che ha inaugurato il catalogo della nostra etichetta, è stato fondato da Éric Bernier, un attore di teatro, e da Guy Trifiro, un ballerino di danza contemporanea; e molti musicisti sono a loro volta anche artisti visivi o attori di teatro o ballerini di danza contemporanea. Penso che questa situazione assai stimolante stia incominciando, dopo qualche anno di lenta maturazione, a produrre cose sempre più interessanti e che inevitabilmente si incominci ad accorgersene anche altrove... La quantità di gruppi di primissima qualità che Montreal ha prodotto negli ultimi (forse) cinque anni è stupefacente, penso a Godspeed you! Black Emperor, A Silver Mount Zion, Exhaust, Hanged Up, Le Fly Pan Am, Klaxon Gueule, Et Sans, Undo, morceaux_de_machines, Napalm Jazz, Detention, Po, Sloth Is The Love, Elizabeth Anka Vajagic, Shalabi Effect, Monstre, Goa, Martin Tétreault, Mecha Fixes Clocks, Feu Thérèse, Parasites, Arcade Fire, Belle Orchestre, Wolf Parade, Tim Hecker, Esmerine, Harris Newman, Les Georges Leningrad, Set Fire To Flames, Molasses, Papa Boa, Bruire, Hrsta, Ensemble Camp, Desormais... Non tutti mi piacciono, a livello strettamente musicale, estetico, però è innegabile che la loro proposta sia di prim'ordine. Che poi la stampa in genere si impossessi di tutto ciò e cerchi di sfruttarlo, è un altro paio di maniche... Ma Montreal mi sembra una città piuttosto impermeabile a questo tipo di "attenzioni". L'anno scorso sono apparsi parecchi articoli sulla "scena" di Montreal su riviste e quotidiani americani – mi ricordo Spin e il New York Times – talmente zeppi di cazzate ed errori fattuali, che sono stati per almeno un paio di mesi il soggetto di predilezione di lazzi e prese per il culo. E nonostante ciò, cioé tutta quest'attenzione, non è successo nulla di quanto è successo altrove, nessuna "major" americana è venuta a ficcare il naso a Montreal... Penso che esista una volontà di resistenza piuttosto tenace da parte della stragrande maggioranza dei musicisti locali di fronte a questo genere di "attenzione"... Gli amici della Constellation, ad esempio sono restii a concedere interviste a giornalisti in generale e soprattutto a quelli che scrivono per testate giudicate "mainstream", i musicisti di Godspeed You! Black Emperor non concedono interviste, ma preferiscono spedire "comunicati"... Credo che a Montreal il concetto di comunità artistica sia più forte che altrove... E, come ti dicevo prima, il fatto che i musicisti che la costituiscono coltivino anche profondi rapporti d'amicizia non può che accrescere ulteriormente questo sentimento... 

Foodsoon in studio, 2005 (foto di  Howard Bilerman)

Cosa pensi del mio parallelo con la scena di Chicago? Nella recensione citavo tra le vostre influenze anche la musica della meteora Brise-Glace, gli autori dell’album When In Vanitas…(Sink Graft, 1994), ripensando alla loro attitudine rumoristica, all’uso dei nastri, a un certo comune sentire industrial di fondo…

Non conosco troppo bene la scena di Chicago, a livello di comunità musicale... Conosco solamente qualche gruppo, Wilco, Jim O'Rourke, Tortoise, June of 44, Him, Sea and Cake, cose più jazz, evidentemente legate alla AACM (Muhal Richard Abrams, Air, Henry Threadgill, Art Ensemble of Chicago, di cui sono un grandissimo appassionato), ma anche più recenti, tutto il giro di Fred Lonberg-Holm, Michael Zerang, Hamid Drake, Kent Kessler, Ken Vandermark... Brise-Glace, figurati che li conosco solo di nome... Non so nemmeno se il loro unico album sia disponibile su cd... Ho letto alcune cose scritte su di loro, un paio di interviste e mi hanno incuriosito enormemente, ma non sono mai riuscito ad ascoltare ciò che fanno...

Un’altra grande influenza nella vostra musica è quella di una band di autentici pionieri come i This Heat. E’ il riferimento a mio avviso più forte in Somelove (in particolare credo che dobbiate molto a un brano come Horizontal Hold, del primo splendido disco omonimo) e leggevo in un’altra intervista che i Foodsoon sarebbero nati proprio con l’intento di rinverdire i fasti del gruppo di Charles Hayward, proponendone una versione aggiornata alla contemporaneità… che mi dici in proposito?

This Heat è senza alcun dubbio uno dei miei gruppi preferiti, probabilmente uno dei più visionari mai apparsi sulla scena dell'"altro" rock. Nonostante ciò, direi che i punti di contatto sono più che altro inconsci, tra l'altro Alex non sapeva neppure chi fossero fino a non molto tempo fa... Il progetto Foodsoon non è nato con lo specifico intento di rifarsi direttamente al gruppo di Charles Hayward. Tuttavia non posso negare che esistano un certo numero di "coincidenze", per esempio il fatto che in ambedue i gruppi si trovino un chitarrista e un batterista accanto a un "non-musicista", oppure l'uso di nastri preregistrati e di fonti sonore disparate, oppure ancora la volontà d'intervenire in un contesto rock senza però accettarne la maggior parte dei cliché, cercando piuttosto di sovvertirne le coordinate abituali. Come non posso negare che sia stato This Heat a spingermi a proporre il progetto Foodsoon a Bernard e Alex, ma non era mia intenzione proporne una versione più aggiornata, come dici tu...

Ho letto diversi riferimenti ai Klaxon Gueule negli articoli sui Foodsoon… ho ascoltato recentemente “Chicken” (2004) ma non mi pare ci siano molte cose in comune con il vostro gruppo. Ritengo che i Klaxon Gueule realizzino uno studio sui suoni, sulla loro “natura” intesa come provenienza/durata/caratteristiche timbriche e quant’altro, e soprattutto la loro interazione all’interno della composizione e i reciproci riferimenti “spaziali”, rifacendosi anche a certa musica aleatoria (Cage è il primo nome che mi viene in mente)… mentre i Foodsoon siano più portati a esplorare i confini della canzone rock, servendosi di suoni campionati come se fossero un altro elemento della struttura… cosa ne pensi?

Mi sembra che il paragone derivi soprattutto dal fatto che Bernard suoni in entrambi i gruppi. Ma lo cosa per me finisce lì... Non mi sembra che ci siano molte cose in comune tra i due gruppi. Klaxon Gueule predilige un approccio molto più "spaziale", come dici tu, con un'attenzione particolare per i timbri e la dinamica della materia sonora. Foodsoon da questo punto di vista è molto più brutale, senza compromessi, e i riferimenti al rock, inteso come idioma musicale, sono molto più marcati. Anzi, ti dirò che ho sempre pensato a Foodsoon come ad un gruppo rock, deviante, magari, ma pur sempre rock.

Anche a livello compositivo, non ne sono certo ma mi viene da pensare che loro utilizzino un laptop mentre tu - ho letto - ti servi di un sistema di tape decks + minidisc, ben più “rudimentale” o comunque più low-tech, vero?
A cosa è dovuta la scelta di un’attrezzatura simile piuttosto che un laptop “dalle possibilità infinite”? Cosa pensi dei moderni software musicali, non ritieni che la sconfinata abbondanza di possibilità di generare/editare il suono, e la difficile capacità di previsione e controllo di tali processi, possa avere l’effetto contraraio di spaesare chi fa musica e non far focalizzare l’attenzione sul fine piuttosto che sul mezzo?

Sì, il mio set up è costituito da un tape deck a 4 piste e da un lettore di mini-disc, ma non è escluso che possa in futuro utilizzare un secondo tape deck... Pur essendo un entusiasta sostenitore del laptop – come oggetto e come strumento di lavoro, d'altronde lo utilizzo per il mio lavoro quotidiano di grafico – non mi pareva idoneo per il tipo di suono che volevo ottenere con Foodsoon. La maggior parte delle cassette che utilizzo con il tape deck sono state "trafficate" da me stesso, il nastro tagliato e incollato nuovamente per ottenere giustapposizioni particolari, eccetera. Mi interessa l'approccio "low-fi" in generale, e soprattutto in ambito sonoro. Il fatto che il nastro magnetico conservi una sorta di "memoria" del materiale registratovi sopra, per esempio, mi affascina. Ho un certo numero di cassette sulle quali non è inciso nulla; incise e cancellate e incise nuovamente e cancellate ancora una decina di volte, esse conservano flebili "tracce" di tutti i suoni che vi sono stati via via incisi e cancellati. Suonando queste cassette e amplificandone e distorcendone in modo quasi parossistico i suoni che contengono, queste "tracce" si trasformano in universi sonori affascinanti e ricchissimi di sfumature. Per quel che riguarda i software musicali, l'approccio non è dissimile da quello che si ha nei confronti di qualsiasi tipo di software... Per tornare al mio lavoro di grafico, ho sempre pensato che i software non sono nient'altro che "strumenti", come una matita, né più né meno... Dipende dall'utilizzazione che ne fai... Se te ne servi come una sorta di "scorciatoia", approfittando di tutti i "default" e le soluzioni prefabbricate che ti offrono, non sei altro che un cretino... Il problema risiede nel fatto che il computer stimola il cretino a fare ciò che non è capace di fare e lo convince del contrario... E i fabbricanti di computer non sono esenti da colpe... Quando vedi pubblicità in cui ti si dice che anche tu puoi ritoccare le tue foto, creare la tua rivista, eccetera, non ci si può certo sorprendere di fronte al proliferare di grafici mediocri e, invariabilmente, anche di musicisti e compositori mediocri – gente che, fino a qualche anno fa, non avrebbe neppure osato fare ciò che ora fa quotidianamente e senza neppure porsi troppe domande, anzi...

Qual è stato l’approccio compositivo in Somelove, come sono scaturiti i brani? Leggevo di una registrazione in presa diretta delle vostre lunghe jam con successiva rieditazione e qualche sovraincisione, in particolare sono curioso di sapere come hai integrato le parti elettroniche al tutto, se hai usato molto l’overdubbing o se sono state realizzate prevalentemente in tempo reale.

Somelove è stato registrato nel corso di tre sedute di registrazione completamente improvvisate. Siamo entrati in studio, ci siamo installati, abbiamo suonato come avremmo suonato dal vivo, in concerto, niente di più, niente di meno. Le parti d'elettronica sono state registrate in tempo reale, quindi. Ciò che ci premeva era di conservare l'energia delle nostre prestazioni dal vivo e registrare qualche ora di "materia bruta" sulla quale poi intervenire in fase di sovraincisione, missaggio e montaggio. Le sovraincisioni sono state ridotte al minimo, le parti di basso in alcuni brani in cui Bernard suonava la chitarra, quelle di tastiere in un altro paio di brani (a parte il pianoforte di Shoot Me, che si trovava in studio e che Alex ha deciso all'improvviso di utilizzare) e le voci per un altro paio di brani. In fase di missaggio e montaggio siamo poi intervenuti per accorciare considerevolmente i brani, comprimere il suono della batteria, insomma aggiustare qualche dettaglio qua e là. Pur volendo conservare l'energia e l'approccio dei nostri concerti dal vivo, volevamo al tempo stesso che Somelove suonasse piuttosto chiaramente come un disco di studio di registrazione. 

Sempre in riferimento a questo come pensi si collochino i Foodsoon rispetto ai gruppi che hanno fatto del cut-up e del collage delle fonti, più in generale dell’uso “creativo” dello studio di registrazione un loro marchio di fabbrica? Mi riferisco ovviamente ai Faust dei primordi ma anche restando tra i contemporanei ad artisti come The Books, per esempio...

È un approccio che mi piace molto... Sarebbe interessante poter passare un mese in studio e poter registrare per ore e ore senza star a pensare al conto finale e ai denari da sborsare.L'idea di poter utilizzare lo studio di registrazione come uno strumento vero e proprio mi affascina senz'altro.

Leggo che nel mastering del disco è coinvolto anche Harris Newman e la cosa mi incuriosisce soprattutto considerando il suo background musicale, legato a discorsi ben lontani da quelli affrontati dai Foodsoon. Com’è nata la vostra collaborazione?

Harris è un amico, si occupa professionalmente di mastering, ama Foodsoon e noi amiamo il suono che ha dato a molti dischi locali (quasi tutte le produzioni della Constellation, per esempio). Una scelta naturale, quella di affidargli il lavoro di mastering del disco. 

In sede di recensione ho messo in evidenza la presenza costante dell’elettronica all’interno delle composizioni, quasi a voler riempire ogni spazio, in un certo senso mi viene in mente, alla lontana, l’approccio compositivo degli shoegazers, primi fra tutti i My Bloody Valentie: anche se loro si servivano soprattutto delle chitarre per creare questa “densità” sonora. Ci può stare il parallelo? Esiste una finalità specifica dietro questa scelta compositiva?

La densità sonora della nostra musica è per l'appunto uno dei concetti che volevo esplorare con Foodsoon, accanto a quelli di elettricità, volume del suono (dal vivo suoniamo a volume piuttosto alto), compressione della materia all'interno di strutture temporali brevi, se non brevissime – il formato "canzone", potrei dire. Un'altra idea di fondo è senza dubbio legata al concetto di improvvisazione all'interno di parametri più o meno prestabiliti, ma sempre legata ad un universo sonoro chiaramente riconducibile all'idioma rock.

Ad ogni modo c’è sempre alle spalle una riflessione, se così la possiamo chiamare, sul “rumore”, sulla sua natura e sul suo ruolo all’interno di una composizione. Quale valenza date al rumore nella vostra musica? E come pensi che sia cambiata la concezione/percezione dell’elemento rumore nella musica degli ultimi anni? Ritieni che ormai si sia arrivati al punto da considerare “suoni non organizzati” come un qualsiasi altro elemento di un pezzo di musica, tipo un riff di chitarra, un giro di accordi di tastiera…?

Per me non esiste alcuna differenza tra "musica" e "rumore", si tratta semplicemente di materia sonora. Essa può essere più o meno astratta, più o meno piacevole all'ascolto, più o meno "difficile", tutto qua. Non c'è alcuna differenza, come non c'è alcuna differenza tra la pittura figurativa e quella astratta. Si tratta semplicemente di pittura. Che alcune persone considerino "scarabocchi" i quadri di Jackson Pollock o "rumore" la musica di Throbbing Gristle è una faccenda più che altro culturale.

Come vi spiegate l’accoglienza entusiastica che sta avendo Somelove presso la stampa specializzata, almeno per quel che riguarda l’Italia (non so altrove). Ritenete di aver fatto un disco “importante” e destinato a rimanere?

Non ne ho la più pallida idea, siamo i primi ad essere sorpresi da tutto quest'interesse e questo entusiasmo.

Come vedete il progetto Foodsoon in prospettiva futura? State già lavorando su dei pezzi nuovi e se puoi anticiparci qualcosa, quale direzione stanno prendendo?  Magari state utilizzando o utilizzerete maggiormente le voci? Se c’è una cosa che è stata messa in evidenza nei vari articoli sui Foodsoon che mi è capitato di leggere è sicuramente l’uso poco frequente delle voci; è una scelta di campo o un semplice caso?

Le nostre attività ricominceranno verso la fine di aprile, quando suoneremo al festival Les Soirées de Musique Fraîche di Québec. Per l'occasione – sarà la prima uscita dal vivo dall'uscita di Somelove – passeremo un paio di giorni in sala prove con l'intenzione di approntare almeno due o tre nuovi brani, nei quali utilizzeremo le voci, elemento che avremmo voluto utilizzare maggiormente sul disco.Le voci sono state l'ultimo elemento aggiunto in fase di sovraincisione. Quando ci siamo accorti che i risultati non erano niente male, era troppo tardi per esplorare la possibilità di utilizzarle maggiormente, le sessioni di masterizzazione erano già state prenotate, così come quelle per stampare la copertina e fabbricare il disco.

Ritieni che la voce faccia ancora la differenza e sia in grado di catalizzare l’attenzione dell’ascoltatore in musiche legate al (o figlie del) rock, o dopo gli anni ‘80/’90, con la desacralizzazione del (bel) canto e la larga diffusione di musiche strumentali per ensemble rock, l’ugola sia scesa al livello di qualsiasi altro strumento?

Sì, la voce "fa ancora la differenza". Essa continua ad esercitare su di me un fascino particolare, soprattutto in ambito rock, e ancor più quand'essa è utilizzata in modo non convenzionale... Quindi, no, non penso che la voce sia "scesa al livello di qualsiasi altro strumento" proprio a causa di questa sua capacità d'affascinarmi in modo particolare... Per esempio Venice, l'ultimo album di Fennesz, è un disco carino, senza nulla più, anzi a tratti un po' monotono. Nel brano che si intitola Transit, canta David Sylvian ed è tutta un'altra storia... La sua voce, che trovo estremamente sensuale, trasforma letteralmente il pezzo (devo precisare altresì che, a livello strettamente musicale, mi pare uno dei più riusciti dell'intero album), caricandolo d'un fascino irresistibile. È una delle più belle canzoni che abbia ascoltato negli ultimi anni.

Foodsoon in studio (foto di Howard Bilerman)

Mi dicevi via email delle molteplici attività artistiche, non solo musicali, che ti vedono impegnato, dal ruolo di manager per la &records insieme a Michel F. Côté all’organizzazione di eventi musicali, dal lavoro come grafico a quello di type designer? Ce ne parli?

Non so nemmeno da dove cominciare... Principalmente lavoro come grafico indipendente per conto di clienti del settore culturale: etichette discografiche: Ambiances Magnétiques e altre etichette locali come Monsieur Fauteux m'entendez-vous?, Justin Time, Wired On Words, Ohm, oltre a &records evidentemente, e internazionali come Intakt (Zurigo), SMI (Saint-Etienne, Francia), Bassesferec e Erosha (entrambe di Bologna); e poi compagnie di teatro e di danza, gallerie d'arte, ho lavorato anche per qualche anno per la Canadian Academy of Cinema and Television. Nel corso degli ultimi anni ho progettato copertine per dischi di Jean Derome, Diane Labrosse, Martin Tétreault, Michel F. Côté, Klaxon Gueule, Fred Frith, Irène Schweizer, David Moss, Eugene Chadbourne, Phil Minton, Veryan Weston e molti altri musicisti.

Legata alla mia attività di grafico, v'è quella di disegnatore di caratteri per la stampa. Ho fondato, una decina d'anni fa insieme a Denis Dulude, ciò che viene comunemente chiamata in inglese una "type foundry", un'etichetta indipendente di font. Le nostre font sono distribuite da FontShop, forse il più grande distributore di font al mondo. Ho anche insegnato la tipografia per qualche anno in un istituto di grafica superiore di Montreal e dato workshops nei Paesi Bassi e in Belgio, oltre che alla Concordia University di Montreal.

Di tanto in tanto organizzo eventi musicali in quanto membro del Collectif Mi©ro, fondato qualche anno fa in compagnia di Vincent Tinguely e Marie-France Garon. Si tratta d'una struttura flessibile che si dedica in particolare all'esplorazione del concetto di "visibilità del suono". Finora abbiamo prodotto tre eventi "maggiori" (in entrambi i casi, serie di concerti / performance in vari spazi montrealesi, Théâtre La Chapelle, Galerie B-312, Cinémathèque Québécoise, Sala Rossa, che hanno coinvolto artisti locali e internazionali come Christof Migone, Michel F. Côté, Catherine Tardif, Jean Derome, Andrea Martignoni, Mirko Sabatini, Alexander MacSween, Bernard Falaise, Janene Higgins, Elliott Sharp, Sam Shalabi e molti altri) e svariati progetti "minori".

Cosa ti ha spinto a fondare una tua etichetta? Intendi produrre/promuovere un modo specifico di “fare musica”? Esiste una linea editoriale definita dietro la &records? Come decidete i gruppi da produrre?

Il progetto di etichetta è una vecchia idea fissa che Michel ed io abbiamo coltivato per anni, prima di deciderci alla fin fine a fare i passi necessari perché il progetto diventasse realtà. Come spesso accade, il caso volle che Bob (gruppo effimero di Michel F. Côté e, soprattutto, del cantante Éric Bernier) avesse deciso, tre anni fa, di pubblicare un disco con il contributo economico del Théâtre de Quat'Sous, un'istituzione teatrale diretta all'epoca dal regista e drammaturgo Wajdi Mouawad, con il quale sia Michel come compositore che Éric come attore, collaboravano strettamente. Mouawad avrebbe altresì concesso il teatro per tre sere consecutive perché il gruppo potesse  creare una specie di concerto/happening con tanto di scenografie, costumi, luci. Non avendo sottomano un'etichetta che potesse pubblicarle il disco in tempi brevi, Michel ed io decidemmo, su di un colpo di testa (e anche perché quella produzione non ci sarebbe costata assolutamente nulla), di dar finalmente vita alla maledetta etichetta di cui si parlava ormai da troppo tempo e di pubblicare il disco... Così Unstable Friends dei Bob divenne il nostro primo titolo e inaugurò le attività dell'etichetta.

I progetti che &records decide di pubblicare devono soddisfare appieno sia Michel che me stesso come melomani, prima di tutto. Per quel che riguarda la linea editoriale, direi che siamo particolarmente interessati all'elemento "elettronica" e alla sua utilizzazione in contesti estetici diversi. I dischi che abbiamo pubblicato finora, pur essendo piuttosto diversi a prima vista, rispondono a questo criterio generale, condividono a nostro avviso un approccio estetico piuttosto largo, ma che mantiene comunque una sorta di omogeneità, perlomeno per Michel e me stesso.

Anche il vostro come i dischi di un numero sterminato di artisti/gruppi recenti o meno viaggia come informazione digitale lungo le arterie della Rete, nei canali del file-sharing; cosa pensate di questo fenomeno, quali idea vi siete fatti, in relazione al supporto audio/video originale; lo ritenete un meccanismo che danneggia l’artista o uno strumento utile a diffondere musiche altrimenti difficili da raggiungere e ottenere?

Non è che abbia un'idea ben precisa in merito. Istintivamente direi che la cosa non mi dispiace, soprattutto se lo si considera come un mezzo per diffondere musiche difficili da ottenere, come dici tu. Sono comunque persuaso che esiste e esisterà sempre e comunque un numero considerevole di melomani che desidera possedere l'oggetto-disco, il manufatto, probabilmente per ragioni feticistiche che il tipo d'oggetto in sé continua ancora ad alimentare. E poi magari, coloro che consumano la musica nei canali del file-sharing vengono a vederti in concerto... Penso che preferirei vendere meno dischi e poter partire in tournée più spesso e suonare in locali pieni zeppi.

E poi il fatto che finora le prese di posizione più veementi contro questo fenomeno provengano da milionari come Metallica, tanto per fare un esempio, mi fa vomitare.

Come si approcciano i Foodsoon all’esperienza del live, i vostri concerti sono riproposizioni del lavoro di studio o ulteriore campo di ricerca? Quanto spazio è dato all’improvvisazione nel contesto del concerto?

Foodsoon si muove all'interno d'una struttura aleatoria, tutto ciò che abbiamo fatto finora dal vivo è completamente improvvisato, all'interno di quei parametri e idee di base di cui ti ho già parlato. Per noi lo studio e il concerto sono due spazi autonomi, nei quali ci muoviamo in modo autonomo. Lo studio ci consente naturalmente una maggior duttilità, la possibilità di rimaneggiare la materia sonora, mentre dal vivo siamo molto più "bruti" e immediati.

Quando potremo vedere i Foodsoon calcare i palchi italiani?

Probabilmente ben presto. Stiamo lavorando ad un progetto di tour europeo in compagnia di Klaxon Gueule per l'autunno prossimo. Nulla è ancora definito per il momento, ma sembra che ci siano le condizioni ideali perché il progetto giunga in porto.

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Foodsoon – Somelove (&records, novembre 2005)

di Martino Lorusso

Primo parto della &records a nome Foodsoon, Somelove è uno dei dischi più interessanti pubblicati sul finire dell’anno appena trascorso ma la risonanza che sta riscuotendo di questi tempi e soprattutto la freschezza della musica in esso contenuta ci induce a tirarlo fuori dall’archivio “2005” per concedergli lo spazio che merita.

L’inquadratura si focalizza ancora una volta sul concetto di “rumore” e sulla sua integrazione in strutture organizzate, ispirandosi liberamente a un album fotografico che contiene istantanee di This Heat (a tutta pagina, quelli del primo omonimo album), Brise-Glace e Faust, tra le altre. Dalla camera oscura viene fuori una sequenza di diciotto scatti che condensano lunghe jam semi-improvvisate in un certosino lavoro di assemblaggio e sparute sovraincisioni. Vi è ritratta una band in pieno fulgore creativo, animata da una forza primigenia e deflagrante, che rifugge quasi del tutto il gioco dei pieni e dei vuoti - che ha fatto la fortuna di tanto avant-rock - in favore di una musica saturata e strabordante, in cui l’elettronica riempie ogni spazio lasciato libero dal drumming netto e ipertrofico di MacSween. Curioso notare poi come al posto del laptop d’ordinanza, Gilardino sfoderi un rudimentale tape deck a 4 piste, con campioni di rumori trovati (o degli stessi strumenti) incisi su semplici nastri, a rimarcare una vicinanza con la band di Charles Hayward, a tratti anche metodologica.

Propulsa da un motore funk su una sferragliante e scalcinata carrozzeria industrial di chitarre/tastiere sfigurate ed electronics, Somelove fende il gelo di una (lost) highway canadese a velocità supersonica, tra accumuli/rilasci di elettricità statica (Small Town, Givre), visioni improvvise/laceranti di deserti interiori (Sam, Or Bite) e algidi vuoti cosmici (lo space-rock X - Ray Owls); corse anfetaminiche con l’acceleratore a tavoletta (10 x Mary) e ripartenze con sgasata (il punk di Strike Four). Se la voce è relegata a sporadiche comparsate, d’altra parte la materia sonora che avviluppa la batteria è stropicciata e impastata, al punto che è impossibile distinguerne la provenienza, come negli assalti sonici senza compromessi di Nu, Porcospino e N° Six. Altre volte nel caos si fanno largo ipotesi di danze da civiltà post-atomica allo sbando - in stile Mad Max - come nella splendida Do Fall o in Blank Ulrich, anticipazione del sinistro finale psichedelico di una It Never Happened che - sin dal titolo - ci svela la natura onirica del nostro viaggio. E mai come questa volta, credetemi, vien voglia di reinserire la chiavetta nel quadro e ripremere il piede sull’acceleratore… (8.0/10 )

Live: XM24 (Bologna, 10 ottobre 2006)

di Daniele Follero

Li ho contati: nella piccola saletta dedicata ai concerti del centro sociale XM24 c’erano trenta persone. Me compreso. Un po’ pochine considerato l’evento e cioè la prima tappa bolognese di uno dei gruppi più interessanti dell’odierna scena avant rock.

I canadesi Foodsoon nella città felsinea non ci avevano mai messo piede prima e chissà se lo faranno ancora. Pochi ma buoni? Beh, vallo a dire a loro, arrivati da così lontano!

Il trio nordamericano non si è lasciato intimorire da un numero così esiguo di spettatori, ma non ha regalato nulla alla platea: un’ora esatta di musica, nessun bis. Effettivamente non deve essere entusiasmante suonare di fronte a una quindicina di paganti e a una decina di amici. Comunque non tutto il male viene per nuocere e, con grande professionalità il nostrano Gilardino e i suoi compagni francofoni hanno dato un soddisfacente assaggio delle loro potenzialità live.

A dire la verità mi sarei aspettato qualcosina in più sotto il profilo del sound. Certo, il posto non era dei migliori, ma quell’amalgama di rock duro e rumore che aveva fatto saltare dalla sedia non pochi fan del rock d’avanguardia dopo l’uscita di Somelove, non si può dire sia venuto fuori alla stessa maniera dal vivo.

 

E’già passata mezzanotte quando Fabrizio Gilardino mette mano alle sue macchine e da il “la” al resto del collettivo. Nessuna sorpresa sul repertorio: il trio attinge a piene mani dall’album d’esordio ma aggiungendoci anche tanta, tanta improvvisazione. Il personaggio più in evidenza, la “star” della serata è senz’altro Bernard Falaise che però, dopo un po’ dà l’impressione di strafare con i suoi spastici rumorismi chitarristici da pseudo Frith/Bailey. Anche la batteria, qualche volta un po’ troppo involuta, stancherebbe molto se non fosse per qualche trovata geniale di MacSween, che può vantare un tocco sempre deciso e limpidissimo.

Le voci, ridotte a qualche sample manipolato con esperienza da Gilardino, offrono spunti ritmici per le improvvisazioni, che si dipanano in una dimensione così aperta da poter continuare all’infinito. Non il solito susseguirsi di tensioni e distensioni, bensì un continuo sovrapporsi di idee che si incrociano dando vita a soluzioni sempre diverse.

I pochi accorsi al richiamo canadese sembrano apprezzare. Ma la richiesta di bis risulta talmente debole da apparire quasi ridicola e per questo è soffocata sul nascere. Ma va bene lo stesso.

Del resto quelli che hanno guardato molto avanti sono sempre stati pochi. Elitarismo? Massì! Ogni tanto una buona dose di ottimistico esclusivismo allontana la paura di sentirsi semplicemente isolati.