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Firewater

di aavv
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Nord e Sud

di ©2004 Edoardo Bridda

Un bandito in gessato è appoggiato a una Cadillac, una fanfara annuncia un funerale a New Orleans, uno sciamano recita riti woodoo, uno sputo che ristagna nella piazza di El Paso, un cubetto di ghiaccio si sta sciogliendo in un bicchiere di whiskey…

Sono tutte polaroid racchiuse nell’intorno di significati e simboli appartenenti a un generico “sud”, a quella parte del mondo situata a una latitudine dai contorni sfumati che va dal 20° al 40° parallelo.
Un’enorme differenza passa da Istanbul a Palermo o da New Orleans a Madrid, eppure aggettivi come esotico, rilassato, caliente, fumoso, per non parlare di mafioso e esoterico sono comunemente riferiti a una parte della Terra percepita come distante, al ralenti, come se esistesse soltanto nella finzione cinematografia e nell’immaginario collettivo, congelata in un passato tanto pre-moderno quanto barocco.
Solitamente assumiamo punti di vista ambivalenti con tutto ciò che non conosciamo: per il Sud generico l’atteggiamento consueto va da un ripudio del degrado all’incapacità di sottrarsi al fascino del mistero, da un osservare cinico e morale a una malcelata invidia per la comunità e per quella solidarietà allargata tipica dei clan.
Visto con gli occhi pregiudiziali del nordista, nel meridione le cose procedono lente e questa pigrizia s’associa curiosamente a una particolare forza dei simboli, che sembrano più vividi solo per il fatto di essere baciati dal sole. Lo testimonia la presa sul pubblico della filmografia di sempre: crocifissi, completi mafiosi, ballerini di flamenco, rose rosse tra i denti, tutte allegorie di una realtà nella quale coesistono passione, codici e valori religiosi, aspetti capitali proprio quando nell’occidente tecnologicamente avanzato questi temi richiamano concetti di assenza o di vuoto, di indefinitezza del bene e del male. Nel Sud pare che un Dio esista ancora e che sia dentro alle cose, alle persone, che sia pagano o semplicemente il sinonimo di una natura sana e incontaminata poco importa: esiste un qualcosa che si traduce significati e sfumature.
Anche qui le ambivalenze si sprecano: si osservano una fede negativa, che si mescola alla superstizione e all’occulto, credo strumentalizzato al potere dei forti, e una fede positiva come humus consistente, ricchezza di sfumature e regole che si devono rispettare, ma è umano (e a volte anche mortale) tradire. Nel Sud una dialettica della redenzione e del peccato rappresenta un comune teatro di vita, mentre nel Nord metropolitano tecnologia e funzione sono il corollario teorico di un pagano consumismo che svilisce ogni contenuto, annulla ogni sfumatura, assoggetta a una logica binaria e scarnificata.

Essere o non essere

di ©2004 Edoardo Bridda

Questo stato di disagio e anomia, percepito sottopelle o soltanto falsamente immaginato, ha trovato varie modalità di reazione nel corso del tempo. Tuttavia, i principali filoni d’opposizione si riconducono a due: il primo consiste nel rappresentare la Babilonia tecnocratica da “dentro”, scoperchiando l’orrore del vivere metropolitano e la scarnificazione del senso; il secondo nell’abbracciare culture diverse, partire per un lungo viaggio alla ricerca dell’essenza delle cose. Se entrambe le scelte costituiscono per l’artista delle vere e proprie fughe – e l’arte è sicuramente madre di queste vocazioni –, la loro attuazione porta quasi sempre a percorsi differenti.

Negli anni Ottanta, la New Wave più colta - e soprattutto la No Wave - aveva a lungo sondato la strada maestra dell’alienazione e della spersonalizzazione, e nei Novanta questo sangue avvelenato si coagulava in una ribellione espressionista delle connotazioni apocalittiche. Cop Shoot Cop, Jesus Lizard e Soul Coughing sono stati i protagonisti di una scena generata delle frange più dure del decennio precedente, che mutava la distorsione in noise senza rinunciare al funk e all’industrial. Uno dei padri spirituali di queste band è sicuramente Jim Thirlwell, in arte Foetus, le cui “sinfonie rock” degli anni ’80 e ’90 esprimono atmosfere apocalittiche all’insegna del più cupo nichilismo.
Spasmi, psicosi, barbarie, cinismo e contorsioni, tratti inevitabili della mutazione genetica, della cyberdisumanizzazione per cui l’uomo non è più in contrapposizione alle macchine, ma diventa esso stesso, suo malgrado, macchina e protesi, individuo assimilato da un’orda di Borg startrechiani.

Di pari passo a questo ardito filone si sviluppa una modalità d’opposizione più umana che in alcuni casi si è rivelata una salvifica uscita di sicurezza per alcuni artisti. Alla denuncia sistemica si sostituisce così la fuga per ritrovare se stessi e in questo senso il Sud rappresenta spesso un modo per svincolarsi, per sottrarsi al mondo, oppure, nel più ortodosso dei casi, il voler esprimere gli stessi concetti con arrangiamenti diversi, indagando, in un’altra parte del globo, l’analogo mal di vivere.

Da New York a Durango
Tod Ashley, leader dei Cop Shoot Cop, probabilmente infervorato da una conversione religiosa non dissimile da quella di Nick Cave, decide di sciogliere il gruppo a metà degli anni Novanta e giocarsi la carta sudista. È un nuovo abito quello indossato dal newyorchese, un contraltare alla tecnocrazia anemica della metropoli che rappresenta il caput mundi del mondo bianco.
Tuttavia, la scelta operata dal musicista si pone in modo trasversale alla dialettica sopraccitata: i fantasmi metropolitani non svaniscono, sono stati semplicemente stipati nell’armadio per lasciare spazio al bisogno di confessione e di ricerca, come se Abel Ferrara avesse deciso di girare le sue pellicole tra i colori gialli ocra della sabbia, mantenendo il rosso e il nero lucido della sua poetica.

Fuoco e acqua santa
Lo sviluppo dell’idea sudista che Ashley ha in mente consiste nel mescolare tradizioni etniche e garage rock, alla luce di un frasario barocco imperniato su temi morali che riflettono la passione e il dolore. A tale scopo il musicista arruola una pletora di musicisti di primo piano nel panorama indie newyorchese sotto la neonata ragione sociale Firewater, l’emblema della dialettica che vede il fuoco contrapposto all’acqua santa, il peccato alla propria espiazione.
Rispetto ai Cop Shoot Cop, band fondamentale dell’hardcore anni Novanta, portavoce dell’alienazione e della psicosi del Nord del Mondo, il nuovo progetto virando a Sud si profila come il suo contraltare cristiano.
Dal noise si passa a soluzioni d’arrangiamento garage, al white sound composto da muri di distorsioni e altre efferatezze elettriche (organi, bassi mefitici e chi più ne ha più ne metta) si preferisce la mescolanza di generi dall’imprinting acustico. Le liriche si cimentano in toni più grevi, sopravvissuti, rochi, barocchi, tomwaitsiani, amari, noir. Dalle urla di un mondo senza dei si ripristina quello morale di un uomo che cerca la fede.
Al pianoforte (ma anche all’organo) troviamo Dave Ouimet, membro degli indimenticabili Motherhead Bug, autori di un unico ma fondamentale album di ricerca etnica che avrà una forte influenza sulle coordinate del neo-costituito ensemble. Alla chitarra Duane Denison, leader degli altrettanto imponenti Jesus Lizard (sciolti nel 1999), autori di un originalissimo hardcore-sound sghembo e spasmodico. Infine alla batteria Yuval Gabay dei Soul Coughing, gruppo funk wave di tutto rispetto. La squadra è al gran completo e costituisce di fatto un supergruppo degno di quelli degli anni d’oro del rock.

Firewater: sociologia in versi di Tod A

di ©2004 Francesco Girino

Poche volte, a nostro parere, i testi di una rock band meritano una sincera attenzione da parte dell’ascoltatore: nella maggior parte dei casi, le parole delle canzoni non fanno che riprendere temi e argomenti con una limitata abilità nel manipolare il linguaggio e nell’esprimere il messaggio in maniera efficace e originale.
Per Firewater e Cop Shoot Cop la situazione è ben diversa: i testi sono degni di assoluto rilievo, a prescindere dai contenuti prettamente musicali dei brani, e meritano un vero apprezzamento dell’ascoltatore/lettore. I testi sono importanti in quanto tali, e non solo in relazione alla musica che li complementa.
Le tematiche affrontate da Firewater e Cop Shoot Cop si pongono nel solco della continuità, pur con accenti ed inflessioni diverse. Il punto in comune è, ovviamente, Tod A.
Ci limiteremo qui a dare solo alcuni brevi spunti d’analisi, avvalendoci spesso di citazioni dirette.

Tema principe dei testi delle due band è la relazione fra individuo e società, relazione conflittuale in cui l’individuo fatica a trovare una sua collocazione adeguata.

“Majority rules but the majority are sheep”.
trad. “La maggioranza governa, ma la maggioranza è fatta di pecore”.
da “Traitor/Martyr”, White Noise.  

“Greed. Hatred. They’re not just good ideas, they’re the precepts our country was founded on. They’re what keeps you right where you are.And we’d like to keep it that way”.
trad. “Avidità. Odio. Non sono solo buone idee, sono i precetti su cui il nostro Paese è stato fondato. Sono ciò che ti mantiene nella posizione in cui sei. E vorremmo che le cose restassero allo stesso modo”.
da Corporate Protopop, White Noise

La società presenta le caratteristiche tipiche della più bieca civiltà industriale, in cui lo spirito è asservito alla materialità e in cui l’uomo vale non per ciò che è, ma per ciò che ha (in questo senso, “civiltà industriale” diventa sinonimo di “civiltà occidentale”, intesa nel suo senso più deteriore). Ci sono ben poche speranze per l’uomo, nel mondo dipinto da Tod A.

“And if tomorrow ever comes we’ll curse the day we were conceived; we’ll wish that we had never known. No shoulder to cry on”.
trad. “E se dovesse mai arrivare un domani malediremo il giorno in cui fummo concepiti; vorremmo non avere mai saputo. Nessuna spalla su cui piangere”.
da If tomorrow ever comes, White Noise.
Si nota talvolta, tuttavia, un chiaro tentativo di cambiare, una volontà di rovesciare lo status quo. Un simile tentativo può far forza esclusivamente sulle qualità interiori dell’individuo.
“One of these days I’ll have the guts to play my hunch”.
trad. “Uno di questi giorni avrò il coraggio di seguire il mio istinto”.
da One of these days, Release.  

“ You’re waiting for the green light, hanging on for a cold opportunity”.
trad. “Stai aspettando la luce verde, in attesa di una fredda opportunità”
da Green light, The Ponzi Scheme.
L’aiuto dal prossimo, ivi incluso l’aiuto da Dio, non va invocato, in quanto inutile e dannoso:
“Because God is great and God is good, but he’s also made of wood”.
trad. “Perché Dio è grande e Dio è buono, ma è anche fatto di legno”.
(da Psychopharmacology, Psychopharmacology)

A livello formale, i testi si caratterizzano per la loro concisione e freddezza; le parole sono come pugnalate che colpiscono l’ascoltatore/lettore senza mezzi termini. Le caratteristiche formali dei testi rendono in un certo senso l’ascolto dei Firewater ancora più stridente: mentre nel caso dei Cop Shoot Cop la strumentazione e la ritmica fanno intuire a un ascoltatore ignaro del significato delle parole il pessimismo delle tematiche, nel caso dei Firewater la musica, sicuramente più “amabile”, potrebbe far pensare ad argomenti meno cupi. Provate ad ascoltare per esempio Another perfect catastrophe o Knock ‘em down dei Firewater (The Ponzi Scheme) senza pensare al significato delle parole, e capirete che le sonorità musicali poco hanno a che vedere con il significato dei testi. Per finire, non si può dimenticare il valore che per Tod A ha l’ironia: le vette più alte della sua produzione sono raggiunte forse proprio quando alla rappresentazione della condizione individuale attraverso sentimenti di amarezza e disillusione si aggiunge un ironico autocompiacimento, che completa il processo di riflessione introspettiva sulla persona.
Questi aspetti sono presenti molte volte nell’opera di Tod A, a partire da titoli come:

“It only hurts when I breathe”
trad. “Fa male solo quando respiro”,  

“ Heads I win, tails you lose”
trad. “Testa vinco io, croce perdi tu”,  

“ Everybody loves you (when you’re dead)”
trad. “Tutti ti vogliono bene (quando sei morto).

e trovano, a nostro personalissimo parere, un loro culmine nei versi finali del capolavoro di White Noise:

“Everything was easier when you had your time. You’ve taken my innocence and now you want my prime. Don’t look so disappointed at my distrust, because you’ve taken everything… except my disgust”

trad. “Tutto era più semplice quando era il tuo tempo. Hai preso la mia innocenza e ora vuoi la parte migliore di me. Non guardare così rammaricata alla mia mancanza di fiducia, dal momento che mi hai portato via tutto, eccetto il mio disgusto”
da If tomorrow ever comes, White Noise.

La buona musica non ha bisogno dell’aiuto delle parole, essendo in grado di esprimere il suo messaggio in maniera autonoma. Tuttavia, quando vediamo – come in questi anni – un così gran numero di presunti “artisti” proferir parola con l’unico fine di riempire l’altrimenti vuoto materiale sonoro da loro prodotto, non possiamo che apprezzare ammirati i rari casi di veri artisti – come Tod A – che uniscono al talento tecnico/musicale una così spiccata abilità nel manipolare il linguaggio e nell’esprimere un messaggio che sia sinceramente originale.  

Copertina: Get Off the Cross, We Need the Wood for the Fire (Jetset, 1996)

Get Off the Cross, We Need the Wood for the Fire (Jetset, 1996)

di Edoardo Bridda

Prodotto e missato dal buon Doug Henderson, l’uomo ideale per giustapporre ogni strumento e cavarne fuori il massimo risultato, Get Off the Cross... è la prima infornata del combo capitanato da Tod A., una girandola di stili colati su energiche ritmiche nella più fervida tradizione del garage rock. Il crooning dell’ex Cop Shoot Cop è cinico, roco, energico e accorato, mentre le liriche spaziano dai temi della morte a quelli della redenzione.
Some Strange Reaction apre le danze su un refrain di chitarra che marchia a fuoco lo stile della nuova sigla: Tod gioca dapprima su registri rochi e sinuosi, poi alza il tiro e dà fiato alle tonsille, con il gruppo che lo segue energico sfoderando un sezione ritmica infallibile (Ouimet al piano, Gabay lesto alle percussioni e Kurt Hoffman dei Jon Spencer Blues Explosion al sax); è solo un assaggio della formula, in quanto sarà il tango di Bourbon and Division a dare sfogo alle potenzialità di ogni musicista: un sipario iniziale basato su uno sfregare di corde, crescendo di tensione e poi tarantella e salsa, con una piccola orchestrina di latin jazz a regolare le cadenze. Il gioco funziona a meraviglia: un gotico danzabile come se Tom Waits avesse deciso di far ballare un gruppo di ballerini spagnoli.
Subito dopo, Refinery gioca la carta melodrammatica grazie all’ennesimo crescendo con tanto di violini beatlesiani e, a seguire, When I Burn This Place Down vira su un tango serrato per fisarmonica e batteria che s’alterna a inserti di salsa. Il sound si fa poi macedone con The Circus (tema che sarà approfondito in The Man On The Burning Tightrope), nel quale Tod duetta con Jennifer Charles, gypsy à la Kocani Orkestar in The Drunken Jen, ragtime ubriaco in Mr. Cardiac e waitsiano con battito in levare in Snake-Eyes And Boxcars, salsa e funk in One Of Those, infine caveiano nella conclusiva e Slow John per pianoforte e violino.
Tra tutti, I am the Rain è il brano più semplice e diretto, l’eccezione a una regola fatta di abili intrecci stilistici all’insegna del noir e del barocco. (7.0/10)

Copertina: ...
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The Ponzi Scheme (Jetset, 1998)

di Edoardo Bridda

Sostituito Gabay con i batteristi George Javori e Jim Kimball e avvalendosi dell’ottimo lavoro agli archi di Hahn Rowe e Jane Scarpantoni, Tod A. realizza il fatidico miglior lavoro (almeno finora) della sua carriera.
L’album è sia un piccolo gioiello d’arrangiamenti e produzione, sia una collezione di brani dalle solide liriche e dalle notevoli atmosfere.
Mirabile dunque la coesione dell’ensemble, sempre compatto attorno al leader (nei credits risultano diciotto persone, di cui soltanto tre rappresentano lo zoccolo duro: Denison, Ouimet e Rowe), encomiabile il ruolo nella stanza dei bottoni del buon Doug Henderson; infine, ottima la formula della power-ballad che in questa sede acquista una maturità compiuta.
Non mancano le influenze etniche e il noir, sia come innesti sul formato canzone, sia come intreccio strumentale: l’iniziale Ponzi Theme non è altro che un sipario da spy movie anni ’70, mentre El Borracho (Ponzi's Relapse) una mortifera marcia funebre a ritmo di walzer.
Stesso discorso per il gospel indiavolato di Knock 'Em Down, la fanfara che apre Drunkard's Lament, gli schiocchi di dita da vampiro rockabilly anni Sessanta e il refrain rubato da Tainted Love di So Long, Superman. Tocchi di classe per non appesantire troppo l’atmosfera melodrammatica, di amara confessione che in fin dei conti rappresenta lo schema di Ponzio. Cuore dell’album è, nei fatti, il polittico di piccoli classici quali Green Light (In Stereo), Dropping Like Flies, Caroline, Isle of Dogs e Drunkard's Lament, nei quali una rodata coppia - Ashley (voce)/Denison (chitarra) - macina melodie amare e vissute, innamorate del tragico e irrimediabilmente melanconiche. (8.0/10)

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Psychopharmacology (Jetset, 2001)

di Edoardo Bridda

Sintomi primari: alienazione, paura del fallimento/successo, pensieri suicidi, flashbacks. Comportamenti inspiegabili. La cura: ingerire il prodotto per via orale, due volte al giorno fin tanto che il sintomo persiste. Non eccedere nei dosaggi consigliati.
Possibili effetti collaterali: euforia, giramenti di testa, sete, erezioni persistenti, insonnia, inabilità a concentrarsi. Blackout.
Metafora della società dei farmaci e parodia del mal di vivere occidentale, Psychopharmacology scopre il velo su quello che Tod Ashley ha sempre saputo da quando esistono i Firewater: la musica, specie quella che va a parare su tradizioni ancora lontane dal capitalismo, rappresenta il miglior antidoto a ogni psicosi.
Rispetto a Ponzi Scheme, la terza prova in studio della band si presenta come un compromesso: da una parte brani più diretti e asciutti, dall’altra ballate che cercano nuove vie espressive rispetto al canovaccio consolidato nei precedenti album. La formazione ha subito nuovamente degli stravolgimenti, ma questa volta si tratta di una piccola rivoluzione: a parte il violinista Hahn Rowe e il batterista George Javori, il restante della band è cambiato. Troviamo un buon Danny Blume alla chitarra (anche se la mancanza di Denison si fa sentire), un efficace Paul Wallfisch all’organo e al piano, e gli ottimi Ori Kaplan e Tim Otto ai fiati, con Oren Bloedow cameo al sitar. Per rinfrancare la stabilità della neocostituita line-up il gruppo decide di darsi il nome di Weddings Went Wrong (letteralmente Matrimoni andati male).
L’intero album ruota attorno al crudo garage-pop dell’omonima title track: epopea anti-Prozac a colpi di whiskey, tra saliscendi strofa/ritornello e ubriachezza euforico-molesta. Il resto è diviso in due: da una parte le ballate, purtroppo non all’altezza di quelle del capolavoro precedente, e buoni brani energici con l’unica novità di Fell Off the Face of the Earth, dove l’iniziale sitar harrisoniano di Bloedow s’inserisce perfettamente nel secondo omaggio della carriera di Ashley ai Beatles.
Di seguito: Woke Up Down parte senza indugio su un crudo refrain di chitarra addomesticato dalla sezione ritmica (piano, organo), Get Out Of My Head rincara la dose con l’elettricità che prende il sopravvento in quella che è una train song al fulmicotone, mentre Car Crash Collaborator mette in campo anche i fiati a sostenere le chitarre in un brano che fa il paio alla title-track, riproducendone lo schema e ripetendone la forza rock.
Tuttavia, se 7th Avenue Static è una buona ballata sullo stile di Ponzi, con il violino à la Dirty Three di Hahn, lo stanco duetto noir di Bad, Bad World e il colpo a vuoto di The Man with the Blurry Face (ancora il medesimo canovaccio di Psycho e Car Crash) - con la soporifera Black Box recording e l’omaggio a Iggy Stooge/Lou Reed (She’s a Mistake) sul finale -, danno segni di stanchezza, sintomo di un difficile confronto con il capolavoro precedente. (6.5/10)

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The Man on the Burning Tightrope (Jetset, giugno 2003)

di Edoardo Bridda

Trascorsi ben tre anni da Psychopharmacology, i Firewater si ripresentano sul mercato discografico con tutta l’aria di un ritorno alle origini.
Se scavare nei film noir e nel garage - alla luce di un formato canzone speziato e potente, ma alla lunga troppo ripetitivo - poteva portare velocemente i Firewater all’indigestione e alla bulimia creativa, Tod Ashley, furbo marpione voodoo, pur non rinunciando al classico crooning e ai consueti espedienti drammatici, rinverdisce il parco “schizofrenie dell’anima” aprendosi a est e alle suggestioni circensi di felliniana memoria.
Accanto al consueto teatro sudista (tango, walzer, salsa, voodoo, funeral songs…) arroventato di rock‘n’roll, gli amati sixties e noir movie, troviamo dunque le tradizioni zigane ad aggiungere bizzarria e grezzo combustibile all’alchemica formula trans-etnica, nonché funambolismi circensi a salare l’intingolo con quel fascino metafisico che dal maestro di Rimini all’ultimo Tim Burton (Big Fish) rappresenta una metafora senza tempo.
È un lavoro pregevole, The Man On The Burning Tightrope, che torna ai fasti dell’esordio per verve e freschezza arrangiativa, ma (ahimè) denota altresì una curiosa tara waitsiana di cui il Nostro sembra non voler più nascondere i presagi. Proprio come l’autore di Rain Dogs, anche l’ex Cop Shoot Cop perviene a suggestioni e trame similari che inevitabilmente evocano pericolosi e inevitabili paragoni.
Al cospetto del genio di Pomona, è la vena compositiva a mostrarsi a tratti precaria, o tutt’al più emula (si ascolti The Man On The Burning Tightrope), un fattore che si cela ai primi ascolti, ma presto comincerà a svelarsi..
Sono dunque le liriche il punto debole dei Firewater attuali (si ascolti Too Many Angels, un brano pesante da digerire, alla luce della produzione precedente, e lo stesso dicasi per Anything At All), anche se, a fronte di tale limite, il cha cha cha di Too Much (Is Never Enough), la polka-punk di Dark Days Indeed e il vaudeville James Bond di Ponzis Revenge ubriacano a tal punto che è impossibile rinunciare a un bicchiere di whiskey on the rocks. Firewater You ROCK! (6.8/10)

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Songs We Should Have Written (Jetset, gennaio 2004)

di Stefano Solventi

Pochi mesi e si torna a camminare sulla corda, da una parte Tom Waits e dall’altra i Morphine, raffiche Violent Femmes e Nick Cave & The Bad Seeds a perturbare l’equilibrio, una brezza balcanica come spezia decisiva.

Undici cover masticate con bramosia, ingerite/digerite, metabolizzate in uno scenario di conflitti irrisolti e ghigni sardonici, piaghe infette e furia dolorante, un uomo che si specchia nei propri dissidi fino a brasarsi il cuore. Le canzoni sembrano voler giocare con tutto questo, danza beffarda sulle macerie (la rumba macabra di Diamonds And Gold pungola l’anima cava di uno xilofono, il violino a disegnare sottili traiettorie gotiche, la voce immersa in un grottesco abbandono), colonna sonora per sere di atroce malanimo (vedi come This Town scampana un blues jazzato tra cupi bagliori di corde e melodia alcolica, prima che tutto s’incendi feroce per poi spegnersi in un buio muto). Episodi febbrili, tirati, ruvidi, ma anche ombrosi, sinuosi, letterari. Non c’è aria di disimpegno, niente affatto, per quanto il Nostro a questo punto della carriera potesse ben permettersi il lusso di un divertissement. Anzi, l’aria appena può si fa sulfurea, come nella scivolosa Is That All There Is? (fuzzano corde alla stricnina) o nella funcheggiante Hey Bulldog! (pennate come schiaffi, slide acide, basso tarantolato, i Beatles come avrebbe voluto sempre sentirli Charles Manson).

Il suono è scolpito, le chitarre divaricano spazi a suon di scudisciate, oppure diluiscono untuose come nella hazlewoodiana Some Velvet Morning, estorta al suo ammiccante languore per farne epicentro di un delirio sospeso in una nausea avvolgente, o come nelle psichedelia densa ai limiti del caricaturale di Paint It Black, calligraficamente percussiva, speziata di tabla e sitar e chitarre rapaci, il canto che enfatizza ogni verso quasi a volerselo imprimere sulla pelle, sarabanda finale che sterza in una rumba apocalittica. Non si possono evitare due righe sulla buona resa di The Beat Goes On, avvinghiata a un riff ossessivo di piano, corde scorticate e Hammond torrido su percussività tribale, mentre Tod e la fida Jennifer Charles si passano la palla che scotta cantando sordide remissioni di peccati. E neppure a proposito del valzer oppiaceo allestito attorno a I Often Dream Of Train, organo e mellotron a far vibrare le pareti di un sogno da svegli, un incanto intossicato, attendere l'eternità nel tramonto cadendo lungo bislacche traiettorie da piuma. E possiamo andarcene in pace (?). Amen, Firewater. (7.0/10)

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  • Borneo
  • This Is My Life
  • Some Kind of Kindness
  • Six Forty Five
  • A Place Not So Unkind
  • Paradise
  • Banghra Bros
  • Electric City
  • Hey Clown
  • Already Gone
  • Feels Like the End of the world
  • Weird to Be Back
  • Three Legged Dog

The Golden Hour (Bloodshot, maggio 2008)

di Edoardo Bridda

La storia è la solita ma è di quelle che si rispettano sempre. Dopo The Man on the Burning Tightrope, che segna una lenta decadenza lirica e un avvicinamento ad Est a livello arrangiativo, nonché un album di cover sulla stessa traiettoria, nel 2005 Tod è alla canna del gas. La moglie lo ha lasciato. New York non è più lo stesso posto. Bush è di nuovo presidente. E allora scrive Borneo, etno-rock sbruffone e amaro. Una canzone che parla di partire e andare lontano, via dove la sua stessa musica suggeriva. Del resto il viaggio è la maestra del rock e lui, del resto, è sempre lo stesso - Sigarette e alcol, Waits e Cave – e si fa tre anni armato di soli stracci e laptop via dalla Civiltà. Delhi e poi Punjab. Pakistan e Afghanistan, Iran e Turchia, Istanbul. Poi le cose si mettono male: vabbé i furti, l’alcol, e la paura, ma sono le fitte allo stomaco a devastarlo. Un classico negli itinerari a Oriente e l’esperienza finisce qui dove inizia un album già scritto: una manciata di canzoni autobiografiche infarcite di quel sound indo-asiatico che non può che giovare alla formula balcanica già sperimentata.

I testi, come c’era da aspettarsi, non regalano nulla di troppo interessante, eppure nella loro immediatezza sono funzionali a un’ etnica a 360 gradi che sarà gradita a tutti coloro che attualmente sono digiuni dei lavori di Beirut e A Hawk And A Hacksaw. Certo, mettiamoci i distinguo: Firewater parte pur sempre da una prospettiva da alcolizzato compiaciuto, ma ad ogni modo il mix di Punjab (Electric City, This Is My Life), ballate Hazlewood da rockettaro demodé (Feels Like The End The World), fanfare balcaniche in levare (Hey Clown) se non direttamente ska (Allready Gone), mix di Stooges e Stones versione etno (Three-Legged Dog) ci è piaciuto tanto da farci rivalutare le prove precedenti come transitorie.

Tod è meno fogato. Non ingurgita più spezie a mo’ di whiskey shot e questo gli fa bene. Come gli giovano senz’altro dei musicisti nuovi, pescati in giro per il mondo, salvo il sodale Tamir Muskat (anche Balkan Beat Box) che, oltre a suonare percussioni nello stile Bhangra e sufi, ha prodotto e missato egregiamente l’album. Nel cd troviamo infine un video che racconta dell’esperienza da un punto di vista documentaristico mentre per quello più da diario di bordo c’è, per chi interessa, il blog. (7.0/10)