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A sentir partire il primo brano di questo Family Album viene subito da pensare che i Faun Fables siano l'alternativa proveniente da Oakland alle Forbici Di Manitù, impressione che non ci abbandona completamente per tutte le quindici tracce, anche per merito del flauto che a più riprese abbellisce le composizioni e dona un tono fiabesco a questo lavoro.
Sebbene
coadiuvati da un manipolo di musicisti, i veri protagonisti sono Dawn "The
Faun" McCarthy e Nils Frykdahl, spesso impegnati in duetti sentimentali
e ben riconoscibili grazie alla personale cifra stilistica di ognuno. Lo
stile drammatico di Nils si alterna infatti all'approccio brillante della
Dawn, spingendosi fino ai toni clericali dell'inno tradizionale Higher ed
alla concitazione folk di Carousel And Madonnas e Eternal.
Il violoncello di Marika Hughes colora le romanticherie di Joshua e
precede Nop Of Time, una deliziosa canzoncina scritta ed interpretata
da una bimba di sette anni. Certamente identificabili come la versione ancor
più melanconica dei Devics (basti ascoltare la
splendida Preview),
i Faun Fables pubblicano un terzo album di tutto rispetto, che risente positivamente
del tour intrapreso al fianco di Bonny 'Prince' Billy. Una raccolta di ballate
scritte al lume di candela ed assolutamente svincolate da qualunque tendenza
o costrizione. (6.8/10)

Dawn McCarthy, la donna celata dietro l’aka Faun Fables, arriva a New York City e coltiva una passione (letteralmente) sotterranea per le metropolitane. Così, nell’arco di praticamente dieci anni, scrive uno spettacolo teatrale ispirato semplicemente all’idea di una donna che viaggia ininterrottamente nella terra di mezzo futuristica per eccellenza, il luogo di transito in cui gli sguardi e le anime si incontrano per pochi minuti nel sottosuolo - la subway, la underground. E nel farlo vagheggia un sistema di treni e binari che si estende non solo in una città, ma nel mondo intero.
The Transit Rider è dunque un “work in progress” che in qualche modo trova una forma definitiva su disco come controparte musicale di un intreccio fantastico. È una colonna sonora a tutti gli effetti, anzi: dal 2002 lo show è in atto da qualche parte nella città delle città, finché nel 2006 non prende corpo unitario. Dei tanti registri che il musical (di quello si tratta) avrebbe potuto scegliere, la decisione di Dawn cade sull’avant folk, di cui la sua one-woman band si è effettivamente nutrita negli anni in cui si è occupata di stabilire un territorio di influenze, a sua volta concretizzato nei tre lavori precedenti (tra cui il più celebre è il Family Album). La miscela operettistica si arrampica sulle rocce scogliose di una dissonanza e di una melodia ottenute tanto attraverso un enorme ricorso alla versatilità vocale quanto mediante effetti (di scena) e strumenti più classici, come le chitarre acustiche o i pianoforti. Pure coadiuvata da una serie di nomi poco noti, la musica della McCarthy, arty com’è, resta piuttosto intima: The Transit Rider, con i suoi numerosi controcanti maschili, i suoi sussurri e le sue grida è un’opera corale che prende le fila dalla fantasia di una donna sola, la protagonista della piccola opera in questione.
Femminile, dunque, ed in qualche modo ispirata - specie nel bel pezzo per flauti Earth’s Kiss, in cui quasi verrebbe da paragonarla ad una Josephine Foster o ad una Marissa Nadler - è difficile giudicare il suo lavoro. Sicuramente brava, sicuramente inventiva quantomeno nelle intenzioni performative, il suo quarto e più completo disco non lascia il segno nella veste esclusivamente musicale, ma c’è da aspettarsi che lo faccia in quella teatrale. (6.0/10)