
Man mano che si va avanti con l’età, risulta sempre più difficile riuscire ad apprezzare degli eventi in quanto straordinari. Un po’ per le esperienze accumulate, un po’ per i pregiudizi sul "nuovo" che si fanno sempre più numerosi, è sempre più raro che il nuovo sorprenda. Per fortuna non è sempre così e c’è sovente qualche artista pronto a dimostrarlo.
Nel caso di Mike Patton è forse la sorpresa in sé a costruire la figura di questo poliedrico artista e formidabile cantante. Sempre pronto a spiazzare, a lasciare di sasso chi si aspetta dalla musica qualche punto di riferimento, qualche appiglio sul quale mantenere salde le sue aspettative (e la sua razionalità).
Patton è sorprendente già dalle premesse: cosa vorrà farci con i Melvins, band "storica", epigoni dello stoner e gruppo preferito di Kurt Cobain? Una delle risposte possibili, dopo aver assistito al concerto, potrebbe essere: per raddoppiare i Melvins. E i Fantomas. Due batterie, due bassi, un suono corposo al limite della percepibilità. La pesantezza dello stoner elevata all’ennesima potenza e miscelata con frullate di grind core "stilizzato" alla Naked City, tanto da far sembrare vuoti i Melvins nell’unico momento in cui il trio si ritrova solo sul palco. E poi la figura stessa di Patton: un istrionico trascinatore, un curioso e anomalo direttore d’orchestra che dietro il suo "bancone" mixer trasforma la voce attimo per attimo, facendo perdere quasi subito l’idea del suo timbro "originale" come quegli imitatori talmente bravi da confondere la loro personalità con quella dei personaggi a cui fanno il verso.
Ma prima di tutto questo ci sono gli Zu. Si è ampiamente parlato della band romana tra le righe di questo magazine, che, però, non smette di stupire. In uno spazio molto grande come quello del nuovo Estragon (finalmente un bel posto per i concerti a Bologna) il trio ostiense mette fuori tutta la sua attitudine punk e sembra essere a suo agio davanti a un pubblico numeroso, allo stesso modo che di fronte a una platea teatrale. Un’ora di musica folgorante, metallica, degna apertura alla performance di Patton e compagni.
Quando mr. Mike guadagna la scena il boato della folla è inevitabile. Un pubblico variegato. Qualcuno lo ha conosciuto con i Faith No More, altri nelle sue vesti più sperimentali dei capitoli solisti, ma tutti riescono ad apprezzare questo grande comunicatore, che fonde esperienze musicali diverse, dalla psichedelia al metal più estremo, dall’elettronica alla musica contemporanea, con una coerenza incredibile e una potenza altrettanto sconvolgente. I due batteristi sembrano robot sincronizzati, tanto precisi e coordinati sono i loro movimenti (quasi a costituire un unico, possente drum set) nel seguire gli svariati e improvvisi cambi di tempo. I due bassi non sono da meno, dando vita a una sezione ritmica di una potenza affascinante, mentre Patton dirige, sceglie i tempi di attacco, giochicchia con i vari personaggi di questa specie di pantomima meta(l)-grottesca in cui tutto è eccessivo, aperta a qualsiasi soluzione, dall’improvvisazione libera a momenti di noise puro. Nonostante le innumerevoli sorprese, il repertorio centrale è naturalmente basato sui brani di Millennium Monsterwork (Ipecac, 2002) suggello discografico di questa strana big band.
Si potrebbe andare avanti all’infinito: l’atmosfera è quella giusta, il pubblico è attento, ma non certo silenzioso come ad un concerto di musica da camera; i musicisti danno l’impressione di essere a proprio agio, precisi, geometrici quanto espressivi. Quando questa anomala (ma non troppo) big band lascia il palco definitivamente, si ha una sensazione simile a quando spengono la musica ad un rave party: si ha subito la nostalgia di quel piacevole rumore, si ha voglia di continuare a rompersi i timpani. Se questa è sofferenza, soffriamo pure…

Gli esercizi di stile sono da sempre il divertimento preferito del poliedrico Mike Patton, che non si ferma davanti a nulla (che sia metal o musica “colta”).
Stavolta l’ex Faith No More, ribattezzatosi per l’occasione Peeping Tom (dal titolo di un thriller psicoanalitico di Michael Powell), dopo le esplorazioni ardite degli ultimi anni (Fantomas e Tomahawk su tutte) si cimenta nel campo dell’avant-pop e dell’electro hip-hop. Lo si capisce ancor prima di ascoltare il disco, scorrendo i nomi degli artisti che hanno preso parte al progetto duettando con Patton: c’è il nocciolo duro e creativo della Anticon (Odd Nosdam, Jel, Doseone); personaggi “improbabili” come Norah Jones e Bebel Gilberto e grandi nomi tra cui spiccano Massive Attack e Amon Tobin.
Ho l’impressione che ci siano più “nomi” che sostanza in questo disco, costituito per lo più da canzoni semplici e neanche granché avant. Certo, è sempre un piacere ascoltare la voce di Mike Patton, fucina inesauribile di stili, ma qui, a parte qualche caso sporadico non c’è la grande sostanza musicale a cui ci ha abituato il Nostro.
La divertente bossa di Caipirinha, con Bebel Gilberto, ci fa sfiorare l’estrosità dei Mr. Bungle, We Are Not Alone, insieme al Dub Trio (tra i momenti migliori di tutto l’album) ricorda un po’ i Faith No More; è divertente anche ascoltare dalla delicata voce di Norah Jones parole come “sucker” e “motherfucker”, anziché le solite sdolcinatezze. Ma non convincono né la collaborazione con i Massive Attack, né quella con Amon Tobin: troppo scontate Don’t Even Trip e Kill The Dj, mentre l’hip hop di Kool Keith (Getaway) non si sposa per niente bene con il ritornello, orecchiabile al limite del fastidio, cantato dal “titolare”.
Ascoltatelo il disco, non è brutto. Ma non aspettatevi niente di che. Un album, tutto sommato, che non da fastidio a nessuno (cosa che, al contrario, Patton è abituato a fare), senza grandi pretese se non quelle di comparire in heavy rotation su MTV. Che sia un tentativo (considerato l’alto potenziale commerciale dei brani) di dare una “spintarella” economica alla sua Ipecac? (6.0/10)
Vantaggi multimediatici. Se leggere recensioni vi annoia o semplicemente siete oltre la parola scritta e vi nutrite unicamente di My Space e You Tube. Ecco quel che fa per voi: il link dello show di Conan O'Brien dove lo scorso maggio Patton anticipa al mondo la lineup e l’appeal del Peeping Tom tour.
Lì troverete: l’ex Faith No More (meno ex che abbiate mai visto), un possente rapper noto anche come human beat box (Rahzel), un tastierista che pare Zorn da giovane (Alap Momin dei Dalek), una vocalist che è un’icona black (Imani Coppola), uno scratcher e turntablist dietro ai technics (Mike Relm) e un trio di smilzi indie-rocker (il Dub Trio). In altre parole, un combo hip hop bianco-nero (con l’ospite …a parti invertite) che ha tutto l’aspetto di un organico da Mtv. Niente è quel che sembra, eppure si respira un’aria fiera ma tranquilla, agguerrita ma per nulla insidiosa, da heavy rotation. Non sentirete Patton prendere in giro i bolognesi e nemmeno lo vedrete puntare il dito medio al pubblico - e ancora - non lo ascolterete al meglio del sarcasmo feroce di cui è leader indiscusso. Da O’Brien, c’è un ragazzo vestito di bianco e una band. Promuovono l’album, proprio come han fatto altri personaggi dello stardom r’n’b stelle strisce, alle stesse regole. Il camuffo c’è ma non si vede. È uno tra i migliori escogitati dall’uomo.
“Era quello che volevo sentire quando accendevo la radio. La mia versione della pop music”, questo dichiarava Patton all’indomani dell’uscita di Peeping Tom. A quello show, c’è il regalo infiocchettato con gli stessi nastrini delle Spears e dei Timberlake, con la carta ruvida dei negroni d’orati. Dal vivo, stasera, il pacco si scarta. Boom! Dimenticatevi le critiche rivolte al disco. Troppi ospiti. Confezione ingombrante. Ambiguità tra avant e pop ecc. Davanti agli occhi del pubblico bolognese c’è il progetto pop marchiato Patton “in chiaro”, tutto il pensiero dell’uomo asservito alla formula pronta a divincolarsi e ricomporsi attorno al formato canzone r’n’b e hip-hop. Soul Mike tiene le fila, infila i trucchi schizofrenici dei Fantomas con parsimonia, tutt’attorno un granitico scheletro ritmico heavy dub a modulare il climax (praticamente gli Scorn più risoluti e grind), tra sensuali vocalizzi e tastiere cosmiche, rapping, “human beats” e djing spinto.
Il singolo (molto Faith No More) Mojo, l’hard funk Sucker, il giochetto “Fantomas meets a Boy Band” di We're Not Alone, tutta un’altra storia: i brani acquistano vesti proteiche, dirette. Sono strutture aperte per interpretazioni estemporanee. Patton, più comunicativo e cinico che mai, è melodico come non lo era dalla cover di I’m Easy senza che la lezione degli ultimi anni sia stata rinnegata. Le gag infine si sprecano. La più bella? “Oh ragazzi, c’è tanto di cui ridere. RIDETE! Fate come me [imita la risata horror]. Pensate, non so, a Berlusconi. A Bush. C’è un mondo da ridere. Lo Tsunami? RIDETE! Ridete perché lo show sta per finire. Non siete svegli? Pensate di essere a un concerto di Carboni? Beh fanculo Luca Carboni”.
Rispetto per Luca, ma lo show da non perdere mai in città è quello di Mike. Venti euro ben spesi.

Se siamo stati così cattivi con l’ultimo John Zorn, perché dovremmo esserlo meno con l’ennesimo Patton? Perché il fatto che A Perfect Placesia colonna sonora dell’omonimo cortometraggio di Derrick Scocchera dovrebbe suscitare un riflusso di indulgenza e magnanimità, forse - dai, Patton, sbizzarrisciti con trovate ad effetto. O perché di quel cortometraggio, Patton, ci fa gentile omaggio nel dvd allegato al cd musicale.. O perché ci vuole convincere ancora una volta con caparbietà (quella nessuno gliel’ha mai negata) che il suo amore per i compositori italiani di colonne sonore è davvero incondizionato e genuino.
Ci sono due brevi tracce, in A Perfect Place, Car Radio (AM) e Car Radio (FM) che simulano il selvaggio accavallarsi ed alternarsi di disparate frequenze radio. Si ascoltano, tra le altre cose: frammenti di colonne sonore, sigle di show televisivi, assoli di chitarra metal, percussioni tribali, un valzer, una ritmica hip hop, gli ululati di un tifo da stadio. Ecco, Mike Patton è questo. Il citazionista post-moderno arrogante e sfacciato. L’ascoltatore famelico ed enciclopedico. Il (superficiale) montatore di pastiches avveniristici ed eclettici. I numerosi fan saranno felici di scoprire che, oltre alle solite cose, Patton si sbizzarrisce stavolta ad ammiccare all’estetica delle big band, al twist, all’hillibilly in un divertito e divertente (?) gioco colto di omaggi e rimandi... Quanto a noi, se siamo stati così cattivi con l’ultimo John Zorn, perché dovremmo esserlo meno con l’ennesimo Patton? (5.0/10)