
Ci sono i pulsanti umori di Olè Coltrane in Sting Ray And The Beginning Of The World (Part 1); il cromatismo tonale di Music For 18 Musicians in Cosmic Tomes For Sleep Walking Lovers; tutta una certa tradizione colta euro-americana risuona nelle note di piano di Black Sun,composta originariamente per il pianista francese Jeanne-Pierre Armengaud. Il flauto di Eric Dolphy, in Sting Ray And The Beginning Of The World (Part 4), e i Tortoise. E Psycho-Tropic Electric Dream odora di Sun Ra, artista dal quale eredita follia ed afflato sperimentale, se è vero che si impone di far diventare musica i versi di uno stormo di anguille elettriche registrati in un laboratorio di ricerca brasiliano.
Commissionato nel 2005 a Rob Mazurek dal Chicago Cultural Center e dal Jazz Institute, il progetto Exploding Star Orchestra coinvolge diverse teste pensanti della Chicago jazz e rock, musicisti che hanno in un modo o nell’altro gravitato attorno all’astro Tortoise scrivendo una buona fetta di storia della musica popular degli anni’90.
Come un altro lavoro che ci era piaciuto molto – quell’Observing Systems che il Tied & Tickled Trio aveva pubblicato per la Morr Music nel 2003 –, We Are From Somewhere Elseè un sontuoso e cerebrale concept-album ma ancora una volta, proprio come in quel disco, più che capire quale sia il concetto dell’album, conta sapere che si tratta di un album sul concetto. Sul concetto di jazz, e quindi di musica: che riflette sul jazz e sulla sua storia eretti a sistema ed osservato dal punto di vista di un altro sistema, a parte rock – observing systems, dunque, ma anche we are from somewhere else. È quanto meglio riesce a Rob Mazurek, questo lo sapevamo, ma forse mai come stavolta il concetto aveva suonato così bene. (7.5/10)

Si è detto giustamente, per descrivere in precedenza la Exploding Star Orchestra, che essa racchiude il meglio di Chicago nella sua veste jazz e rock, o almeno coloro che hanno “gravitato attorno all’astro Tortoise”, tenuti insieme dalla personalità di Rob Mazurek, dalla sua tromba e dalla sua visione deflagrante. Un’idea di gruppo, insomma.
Per recensire questo capitolo dell’esplosione chicagoana abbiamo però bisogno di un cambio di fuoco, di far riferimento a un episodio biografico di Mazurek che esula dalla compagine che dava tanta anima al precedente We Are From Somewhere Else. Il fatto è l’incontro tra Rob e un altro astro della tromba, il maestro (è davvero un insegnante di musica) Bill Dixon - una voce che disse molto nel coro della New Thing – in occasione del Guelph International Jazz Festival e di un soundcheck che, a quanto pare, ha lasciato Mazurek senza fiato (un problema, per un trombettista).
Da lì chiacchiere linguistiche e soprattutto quella raffinatissima forma conversazionale che il jazz (specie se free) riesce a volte a essere; il risultato, e ci siano da testimoni, sono le tre tracce di Bill Dixon With Exploding Star Orchestra, dove i protagonisti, più che un collettivo di musicisti messi assieme per esprimere una koinè, sono loro due, cioè Dixon e Mazurek; è bello vedere come tutto è apparecchiato per loro – anzi per Bill Dixon, principalmente -, perché dialoghino liberamente; come loro conducano, ma, al contrario, come riescano a nascondersi e a sembrare un semplice contributo tra gli altri agli sferragli e alle sferzate free, ai lenti e ai forti, alle frasi e alle fasi.
Ne esce una collaborazione animalesca, dove la trombe di Bill e di Rob finiscono ora col barrire violentemente, ora con l’essere filtrate e dimesse, scoppiettanti o oscure (principalmente in Entrances / Two). Dopotutto Dixon suonò con tanti grandi nomi, da Coleman a Coltrane, e ciò che piace di questo disco è la sospensione del tempo; la Exploding Star Orchestra non è più onda lunga – e tortoisiana – dei Novanta “post” che scoprirono la New Thing. È un flusso che, ad oggi, lascia agli elefanti del jazz di essere effervescenti. (7.3/10)