Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

The Lights On... Ex-Otago

di Stefano Renzi
La indie band italiana con il suono più pop(olare) oggi in circolazione, l’anello di congiunzione ideale tra l’underground ed il mainstream, con il desiderio mai nascosto di scrivere melodie facili ed immediate.

 

Il pop che viene dal basso

di Stefano Renzi

Prendi un bravo dj disco, un (ex) rapper folgorato dalla prima ondata college emo, un chitarrista fanatico dei Pixies ed un batterista cresciuto con il mito dell’alternative-country americano, falli conoscere e sguazzare in un ambiente fertile e dalla grande tradizione musicale come Genova, e stai a vedere cosa succede. Può darsi che non accada niente, che i quattro si disgustino a vicenda e che ognuno prenda la propria strada. Ma se accade qualcosa, se si trovano, si piacciono e capiscono di avere molte cose in comune oltre al buon gusto nel vestire, se la scintilla scatta come nelle migliori storie d’amore a prima vista, se la lampadina dell’illuminazione creativa si accende e si illumina come non mai, allora può succedere l’inaspettato. Racconta Alberto: “Gli Ex-Otago esistono da oltre cinque anni, in principio eravamo un trio interamente acustico, poi abbiamo deciso di inserire in formazione anche un batterista. Tanti saluti è il nostro secondo album, il primo, The Chesnut Time, è stato pubblicato nel 2003 da un’ etichetta romana ( la Vurt per la quale incidevano anche Yuppie Flu e Laundrette). Durante questi anni abbiamo cercato di suonare il più possibile alternandoci tra centri sociali, piccoli club, locali stranissimi, cosa che ci ha permesso di farci conoscere da una certa fetta di pubblico che segue la scena “underground” o “indie”, che dir si voglia, italiana. The Chesnutt Time è fuori catalogo oramai da qualche anno e chiunque ne avesse a casa una copia può dire di possedere un pezzo da collezione (risate). Ci stiamo adoperando per ristamparlo al più presto, con l’aiuto della Riotmaker oppure con le nostre forze, nel frattempo noi lo regaliamo in cd-r ai nostri fan, durante i concerti o, più semplicemente, consigliamo a tutti gli interessati di andare a scaricarselo su qualche piattaforma peer to peer”.

Ex Otago photo set 2007

Così è stato per gli Ex-Otago, la indie band italiana con il suono più pop(olare) oggi in circolazione, l’anello di congiunzione ideale tra l’underground ed il mainstream, tra i campeggiatori scalzi di Arezzo (Italia) Wave e le ragazzine urlanti del Festivalbar con ai piedi le loro nuove ballerine anni cinquanta. Alberto: “Se devo dire la verità ci scherziamo spesso su questa cosa, soprattutto quando sentiamo quello che gira in questo momento in radio, la qualità delle canzoni ci sembra abbastanza bassa. Il nostro obbiettivo è quello di centrare la “melodia perfetta”, di riuscire a mettere a punto quel brano che istintivamente ti ritrovi a canticchiare sotto la doccia oppure in macchina con l’autoradio accesa. La cosa che ci fa più piacere di Tanti Saluti è proprio questa, il fatto cioè che ci siano delle canzoni che vanno bene per tutte le platee, dal localino indie con cinque persone al festival con migliaia di spettatori. Per noi sarebbe una vera e propria scommessa avere la possibilità di presentare un nostro pezzo all’interno di una manifestazione importante e seguita come il Festivalbar, anche se, conoscendo il mercato e le sue logiche, sappiamo bene che una cosa del genere rimarrà soltanto un sogno”.

Una band che si distingue da tutte le altre (almeno nel panorama italiano) per quel desiderio mai nascosto di scrivere melodie facili ed immediate, per quella voglia di cimentarsi con il grande pubblico facendo capire anche agli snob, da sempre visceralmente legati all’underground, che una canzone è “soltanto” una canzone e che si può scrivere per il solo desiderio di farsi ascoltare e non di stupire, per dire che poi non esiste tutta questa differenza tra il palco di un centro sociale e quello di Sanremo, e che gente come Alexia e gli 883 rappresentano, comunque, un pezzo importante della nostra storia. “La nostalgia è un elemento fondamentale se vuoi fare musica altrimenti non sei ispirato a scrivere canzoni. Nella nostra musica c’è molta malinconia, molta nostalgia ed anche un po’ di revival, ma non di quello modaiolo che va per la maggiore adesso. Il nostro revival attinge da cose che quando eri piccolo ti facevano assolutamente schifo come gli 883 oppure Alexia per non dire Battisti, e con lui una certa parte del cantautorato italiano. Ricordo che quando li beccavo in radio, anni fa, cambiavo immediatamente canale, adesso, invece, mi viene un groppo in gola perché comunque hanno rappresentato la colonna sonora di una generazione”.

Tanti Saluti è, per questo, un album capace di attuare una piccola rivoluzione, di riuscire là dove molti altri hanno fallito e cioè di portare in alto, alla portata di tutti, una manciata di canzoni realmente venute dal basso.

  • Luisa
  • Cooking Ovation
  • Radio Scapolo D’Oro
  • Amato The Greengrocer
  • Robilante
  • Che Tempo Faceva
  • Pertini Is A Genius, Mirinzini Is Not Famous
  • Song For Sasha
  • Bar Centrale
  • Waiting For The Stars
  • Senti Come Pompa
  • Going To Panama

Tanti Saluti (Riotmaker / Warner, 1 giugno 2007)

di Stefano Renzi

Come un raggio di sole arrivato a squarciare il tetro cielo ricolmo di nuvole di questa tarda primavera, ecco arrivare l’annunciato, ma non ancora atteso, nuovo album dei genovesi Ex-Otago che si materializza venti giorni prima dell’inizio dell’estate. Potrebbe sembrare una casualità, ma in realtà non lo è. L’arcobaleno pop messo in piedi da questi quattro (ex)ragazzi è, infatti, quanto di più stupendamente ludico sia arrivato sui nostri lettori da tempo immemore, rinfrescante come una grattachecca all’arancio in un torrido pomeriggio romano o, se preferite, come un gelato al pistacchio leccato sulla panchina del parco dietro casa. Un tripudio di pop con la P maiuscola, come poche volte è stato da queste parti ed il fatto che per la maggior parte del tempo cantino in inglese è soltanto una banale coincidenza.

L’estetica e l’etica obliqua professata dalla ineffabile Riotmaker raggiunge in questi trentacinque minuti scarsi i suoi massimi livelli, dichiarandosi oramai matura per inaugurare la nuova, sospirata, stagione del pop italiano, finalmente libera dai rigurgiti cantautoriali e dalle brutture new rock degli ultimi anni. In Tanti Saluti si riscoprono l’amore per le forme ed i colori, per quella voglia di fare musica anche se alla fine la “musica” non si sa fare, per quel mandare in culo tecnicismi ed analisi introspettive rimanendo con gli occhi ed il cuore ancorati alla quotidianità, qualcuno dirà, più spicciola e, forse, borghese. Ma questo è il senso di un disco che è, prima di tutto, un lucido atto politico, una esuberante rivendicazione della vita nei confronti della volgarità ricca e povera.

Una chitarra acustica, una batteria e qualche testiera il loro armamentario, nonna Luisa, il cane Sasha, Sandro Pertini, Amato il fruttivendolo, il fantomatico Mirinzini gli eroi ed i protagonisti del loro piccolo mondo (quasi) perfetto, dove può capitare di incontrare gli Austin Lace con un sorriso ancora più grande di quello che solitamente sfoggiano (Luisa, Cooking Ovation, Pertini Is A Genius, Mirinizini Is Not Famous), strumentali sullo stile del primo Ben Watt solista (Bar Centrale), improbabili skit rap (Senti come pompa), deliranti giochi sul lessico italo/inglese poggiati su pimpanti basi di tastiere giocattolo (Amato The Greengrocer), nuovi “giorni vacanzieri” (Robilante), geniali pop song intrecciate a valzer e canti di montagna (Waiting For The Stars) ed anche il brano che avete sempre sognato per abbandonarsi tra le braccia di qualcun altro (Going To Panama). Poi c’è Che tempo faceva, semplicemente la migliore canzone italiana dell’anno.

Un disco, Tanti Saluti, con il quale si potrebbe (si dovrebbe?) vincere qualsiasi Festivalbar oppure intasare definitivamente le frequenze di radio DJ, ma sapete come me che questo non sarà mai possibile ed allora rimane una sola cosa da fare: mettere la vostra copia in macchina e pomparla al massimo con i finestrini e la cappotta tirati giù. Se qualcuno si avvicinerà dandovi del “terrone” oppure intimandovi di abbassare il volume giratevi e mostrategli il vostro sorriso più ebete, chissà, potrebbe anche capire. (8.0/10)

Live: Ex-Otago – Caracol,Pisa (2 febbraio 2008)

di Giulio Pasquali

Fortissimamente voluto dagli appassionati e competenti gestori del circolo (che per inciso me li hanno fatti conoscere) e già rimandato una volta causa orecchioni del chitarrista, il concerto del gruppo genovese al Caracol rischiava di risolversi in una delusione con tendenze verso il disastro: colpa dell'impianto - ovviamente durante il soundcheck funzionava alla perfezione - che fa sì che i primi venti minuti consistano esclusivamente in Robilante e Luisa (neanche fossero canzoni dei Dream Theater), annegate tra risonanze delle corde basse della chitarra, spie che non funzionavano, gruppo perplesso e tentativi disperati - al punto di coinvolgere perfino il sottoscritto - di risolvere questi problemi, peraltro con risultati relativi.
Ma quando tutto pareva perduto è intervenuto a salvare la serata il pubblico, più che altro una curva: non solo per l'ampia presenza di tifosi del Pisa - come tali aizzati dalla sciarpa nerazzurra sfoggiata dal tastierista-freestyler Pernazza e dai suoi cori, anche su Livorno (se la mappa delle curve è la stessa di un tempo dovrebbe essere genoano )- ma proprio per il calore, il sostegno e l'incitamento che rivolgono al gruppo, cantandone anche – incredibile - tutte le canzoni.
Certo, i testi degli Ex-Otago non sono proprio dei poemi, ma quelli sotto il palco non perdono un colpo: e a furia di incitamenti a un certo punto il cantante raccoglie quest'entusiasmo e suona la carica al gruppo, il quale a quel punto parte a rotta di collo per un concerto furioso che sposta verso il punk il loro pop anni 2000 venato di malinconia ironica, accentuando quella sgangheratezza che costituisce uno degli elementi centrali della poetica dei Nostri.
Il set non è lunghissimo e manca pure Going To Panama, integrata da un'anteprima di Settembre (ripescata da un vecchio demo con destinazione prossimo album), ma è torrido, scatenato, sudato e gioioso, al punto che verso la fine il solito Pernazza decide di imitare il Gabriel dei tempi d'oro e si butta di schiena sul pubblico, che se lo porta un po' in giro e lo solleva costringendolo ad aggrapparsi a una specie di tubo di ferro sul soffitto, mentre si fa il segno della croce sperando di riuscire a scendere illeso: ci riesce - visto che la serata è buona e magica - avendo solo aggiunto un po' di sudore freddo a quello bollente del concerto.
Il post concerto vede il pubblico estremamente soddisfatto e consapevole fino ad un certo punto di aver "fatto" la serata chiacchierare tranquillo con la band - tanto contenta quanto sorpresa - di una data che non dimenticheranno davvero, né gli uni né gli altri.