Ultimi alfieri della grande tradizione del folk britannico, gli Espers di Philadelphia rinnovano i fasti del cantautorato lisergico anni '70. Sotto le mani solide di Greg Weeks, tra umori medievali, culti pagani e bucolici sogni panteistici, la band fornisce la variante più british style dell'attuale ondata wyrd-folk.

Quando il primo disco degli Espers viene distribuito nel 2004, The Wire ha messo già da un anno i Sunburned Hand Of The Man in copertina sventolando il vessillo della New Weird America. L’ambito free folk è ormai stato smosso, e tolto qualche sparuto caso sul fronte americano e su quello finnico, pochi sembrano dedicarsi in primis alla riscoperta della grande tradizione del folk britannico anni ’70. Qualcosa si può trovare tra le pieghe del Jewelled Antler Collective, con gli ex Iditarod e novelli Black Forest/Black Sea, con Devendra Banhart e la sua fissa per certi eroi dei tempi che furono e con Greg Weeks già attivo di suo con alcuni dischi solisti di un certo spessore. Contando anche l’apparizione di alcune strategiche ristampe e vecchi cult heroes pronti a rinverdire i fasti di quell’epoca, si fa presto a capire che gli Espers diventano la band giusta al momento giusto…

Proprio Greg Weeks è il motore primo di tutta questa storia. Originario di Philadelphia e grande conoscitore del folk anglosassone, riesce rapidamente a conquistare alla propria causa amici come Meg Baird e Brooke Sietisons. Gli Espers si tramutano fin dalle origini nell’espressione organica di una passione, che lega Weeks e gli altri alle radici di una albero robusto, i cui rami si chiamano Incredibile String Band, Fairport Convention, The Pentangle, Vashti Bunyan, Donovan, C.O.B., Shirley Collins, Nico, Bridget St. John e altre decine di vecchie glorie della tradizione folk. Con un simile pedigree e con la mano forte di Weeks a dare forma alle melodie, il debutto Espers (Locust, 2004) ridisegna i contorni di uno spazio dimenticato e tutto sommato ancora poco frequentato.
Non semplicemente revivalista ma coscientemente padrona dell’aria dei tempi, la band stabilisce un ponte con la tradizione psichedelica di Philadelphia e con i suoi nuovi eroi cittadini (Fursaxa, Scorses, Bardo Pond, Sharron Kraus), superando in questo modo il pericolo del rimpatriata hippie di maniera. Musicalmente gli Espers convincono soprattutto quando si allungano in cavalcate tese e impalpabili, quasi sempre adombrate dalla scrittura in minore di Weeks.
La maniera del gruppo è un folk tirato ma pacatamente ipnotico che riesce a stendersi sugli arpeggi puliti delle chitarre acustiche, creando paesaggi da sogno. Quando appare la voce della Baird a intonare le strofe oblique e seducenti di Flowery Noontide e Daughter il paragone con i Pentangle diventa abbastanza ingombrante. Altrove il duetto maschile-femminile che sceneggia litanie ancestrali come Byss and Abyss e Hearts & Daggers trova il proprio equilibrio.
La filigrana strumentale, ricercata e sofisticata, quasi frigida nella sua ostentata pulizia, lucida trame complesse e intricate: quella della magica Voices, ad esempio. Un salmo pagano che si apre su un tappeto di harmonium, e vive tra una foresta di arpeggi intrecciati e una chitarrina a disegnare ricami di terza. O ancora il vortice di voci che alimenta il madrigale acido della conclusiva Travel Mountains.
Le code strumentali flirtano con le lunghe distanze, senza farsi avvinghiare da tentazioni progressive, mantenendo il minutaggio sempre contenuto e consegnando gli Espers all’universo pop, a differenza dalle derive sperimentali di circoli più esoterici come Jewelled Antler Collective, BlueSanct e Dark Holler. (7.4/10)

Difficile parlare di best seller in un ambito del genere, ma è certo che il disco di debutto si ritaglia il proprio spazio e il nome degli Espers gira rapidamente di bocca in bocca tra gli affezionati della scena. Il trio diventa un sestetto con l’inclusione di Otto Hauser, Helena Espvall e Chris Smith e l’anno seguente dà alle stampe The Weed Tree (Locust, 2005), un lavoro dove la band si cimenta nell’arte del remake. Trattasi infatti del classico disco di cover, concepito probabilmente per venire incontro agli estimatori della band e alla sempre più crescente richiesta di nuova musica da ascoltare. E’ in qualche modo una conferma delle capacità del gruppo.
Muovendosi tra standard folk e brani di provenienza assai distante da quel mondo (i Blue Oyster Cult per intenderci), lo stile della band, austero e confidenziale al tempo stesso, si ritrova qui in tutta la sua pregnanza. L’attacco di Rosemary Lane è da manuale, ma la prima sorpresa viene dalla seconda traccia, Tomorrow dei Durutti Column, trasformata per l’occasione in una letargica ode bucolica. Le tre new entries della band completano il fronte strumentale enfatizzando i dettagli. Black Is The Color Of My True Love’s Hair È praticamente perfetta, ma ancora più riuscite sono le rivisitazioni di Afraid di Nico e la Blue Mountain di Michael Hurley, camuffata in una ideale Espers song. L’unica canzone originale della band è la classicissima Dead King. (7.1/10)

The Weed Tree è solo un piacevole intermezzo, perché il vero successore del disco di debutto arriva solo nell’estate del 2006, intitolato molto ingegnosamente Espers II (Drag City / Wichita, 31 luglio 2006). Qui la tendenza del gruppo di Weeks comincia rapidamente a contraddire i presupposti dell’esordio. Quello che lì veniva controllato e imbrigliato cercando di non diluire verso un acid folk troppo progressivo, questa volta viene spinto proprio verso quella direzione.
Lo si capisce immediatamente dall’iniziale Dead Queen: intro di arpeggi su tappeto di armonici e riverberi lunari che prelude ad una strofa di classicissimo folk albionico. Il tutto condotto in maniera alquanto indolente per la durata eccessiva di quasi nove minuti. La seconda Widow’s Weed cita addirittura i Goblin di Suspiria, con l’attacco sussurrato e l’organetto gotico. Tutto il resto del disco prosegue su queste coordinate alimentato da una sapienza certamente enciclopedica in sede di arrangiamento e da una perfezione strumentale che rasenta il patinato.
Quello di Espers II non è certamente il manierato tradizionalismo folk di Nick Castro, né tanto meno può riuscirgli il flirt con il vuoto mistico di Fursaxa, ma si allinea su un più comodo e canonico folk mid tempo da trovatorato medievale. Non che manchino momenti di indubbia presa, come la ballata acidissima di Mansfield And Cyclops che termina alta e sognante su una coda di cometa pinkfloydiana o l’arcano paganesimo della conclusiva Moon Occults The Sun, che vista la volata gotica alla Blood Is Trouble, sembra proprio l’estensione di un’outtake del Weeks solista.
Il problema allora è che ritrovando un filo più diretto con il genere, i termini di paragone (soprattutto con i Pentangle) diventano forse troppo ingombranti e l’originalità dell’operazione assai meno pronunciata. Anche le nuove session fotografiche restituiscono un’immagine della band decisamente rètro, tra capelli lunghi e rami d’albero, in un quadretto simil cover di The Hangman´S Beautiful Daughter. (6.9/10)

Una foto di spalle a mezzobusto con i capelli al vento, mentre è investita da un fascio di luce in un paesaggio bucolico: la cover del primo solista di Meg Baird degli Espers non lascia adito a dubbi. Questo è un album folk, nel solco della tradizione inglese soprattutto, come è uso nel gruppo madre.
I due pezzi originali sono mescolati a traditional britannici (The Cruelty of Barbary Allen e Willie O’ Winsbury) e americani (come la title track anche in versione a capella) insieme a cover version recuperate (River Song di Chris Thompson, l’accorata The Walze of the Tennis Players dei misconosciuti canadesi seventies Frazer & Debolt) per soffici ballad acustiche con l’accompagnamento di voce e dulcimer. Reduce da un altro disco di recuperi filologici uscito l’anno scorso (Leaves From Off The Tree) in trio con l’inglese Sharron Kraus ed Helena Espvall, la Baird riprende da lì il discorso lasciato, volgendosi verso una classicità Nick Drake in uno dei due pezzi originali, lo psych-folk di Riverhouse In Tinicum, mentre l’altro, Maiden In The Moor Lay è una ballad ariosa ed essenziale che non sfigura nel confronto. Le melodie senza tempo dei pezzi sono fatte rivivere rispettosamente, a dimostrazione della loro classicità che attraversa gli anni senza nulla perdere in forza espressiva. E la Nostra è perfettamente a suo agio, calata in questo contesto in cui non è per nulla difficile immaginarla. (7.0/10)