|
Stampa
Introduzione
Critica
Webografia
|
L’irrequieta fugacità dell’emul-rock
di ©2003
Edoardo Bridda e ©2003 Stefano Solventi
Emuli, simbionti,
ologrammi ed altre bestie stanno popolando il pianeta musicale in questo
nuovo millennio. SentireAscoltare tenta una critica articolata sui motivi
dell'inconsistenza di tali manifestazioni.
Teletrasporti
Stiamo assistendo negli ultimi
tempi (due anni, più o meno) ad una proliferazione di gruppi che fanno
della citazione stilistica una vera e propria cifra espressiva. Fedeli all’assunto
del “grande futuro dietro le spalle”, è nel cospicuo serbatoio
del passato che questi nuovi alfieri sonici affondano lo scandaglio, estraendone
quantità sterminate di elementi, forme e – talvolta – sostanze
che rielaborano con piglio febbrile, mossi da un’urgenza asprigna,
sferzanti e rapidi come i tempi che corrono.
Sono ragazzi, spesso giovanissimi. Emulano musica e musicisti che li hanno
preceduti con piglio famelico e dissacrante, celebrandone il dogma e la dissoluzione
assieme. Tentano, al pari dei più folli ingegneri della chimica umana,
di clonare il DNA dei vari Lou Reed, Ian Curtis, Brian
Wilson e Jonny Rotten credendo di rintracciare in queste sofisticate simulazioni
le
chiavi di intangibili
porte della percezione. La neue welle che incarnano si teletrasporta nello
spirito di un epoca che non ha vissuto ma che avrebbe tanto voluto vivere
oppure (eppure) la fa a pezzetti in virtù di inesorabili (e talora
efficaci) taglia e cuci.
Nell’aria si sentono umori di ogni tipo, come se nella loro camera da
letto ci fosse una finestra che si affaccia sul cortile di Woodstock,
sorta di stargate che proietta più o meno nitidamente una credibile
dimensione parallela senza assi temporali e spaziali. In questo mondo "altro"
succede di tutto, basta allargare o restringere l’occhio della telecamera
e focalizzare l’attenzione su uno o più particolari, proprio
come in Imitation of Life, il videoclip dei Rem (a sua volta riecheggiante
il film Velvet Underground di Warhol, ma questa è un’altra storia…
O no?).
C’è chi ha vissuto con gli Hells Angels cavalcando nere diaboliche
motociclette (Black Rebel Motorcycle Club), chi ha fatto
surf con Brian Wilson (Thrills), chi ha suonato dentro
un saloon con Robert Johnson (Kills),
chi ha sniffato colla con Ian Curtis (Interpol), chi si è fatto
la prima pera con Iggy Stooge (Strokes), chi passeggia con
Simon e Garfunkel (Kings Of Convenience) e chi è andato
in discoteca con James Chance zeppo di psicofarmaci (Rapture).
Ognuna di queste persone riporta ad un epoca, a uno spirito andato o a una
combinazione di situazioni: mississippi ’40,
California ’60, New York ’70, Manchester ’80…

Protesi
Ogni musicista, in quanto individuo inserito in un contesto sociale,
ha subito delle influenze e, specie agli esordi, riproduce più o
meno consapevolmente quel che altri hanno fatto prima di lui. Se va
bene, se ci mette del proprio ed è pure significativo, la critica
(il pubblico) prima o poi se ne accorge. È pressoché inevitabile
(non considerando i prodigi): all’inizio di ogni apprendistato
ciò che si fa è una più o meno riuscita emulazione
del già sentito, emulazione che naturalmente postula la presenza – diremmo
quasi omeopatica – di un quid personale. Basti pensare alle sciocchezzuole
surf e doo wop del Lou Reed adolescente, al punk rock
degli Squirrel Bait prima della trasfigurazione Slint,
al college pop ombroso dei
Radiohead in nuce (quando ancora si facevano chiamare
On A Friday)…
Un processo che oggi ha tutta l’aria di svilupparsi in termini
differenti, o perlomeno non accade solamente attraverso una scena reale,
un interscambio tra musicisti appartenenti se vogliamo ad un movimento
più allargato, di giovani versus adulti, di vecchi stili di vita
contrapposti a dei nuovi, di vecchie menzogne e nuove verità.
La realtà sembra oggi caratterizzata piuttosto da un intento di
simulazione sganciata dalla spazialità e dalla temporalità,
vissuta la maggior parte delle volte al singolare o all’interno
di un numero esiguo di persone. Il minimo comun denominatore sembra essere
sempre la succitata famosa camera da letto, con la determinante aggiunta
di protesi mediatiche altamente sofisticate.

Ibridi
L’intento di tanti gruppi odierni non è quello di partire
da una scena, da un’influenza vissuta in un presente più o
meno prossimo che a sua volta si agganci a riferimenti del passato: come
un Jimmi Page che scavava nel blues confrontandosi con Clapton o Jeff
Beck o proprio con gli adorati mostri sacri del blues incontrati magari
dal vivo (con enorme emozione); oppure come gli alfieri del Mersey
Beat che sarebbero stati capaci di uccidere un marinaio per avere una copia
di un 45 giri di Chuck Berry.
No, la missione di cui sembrano improvvisamente
essersi incaricati è di creare a mo di ponte-ologrammi
startrechiano una realtà virtuale che riproduca fedelmente quello
che era una costellazione di eventi (sociali, climatici e culturali)
e da lì cercare di comportarsi proprio come se si fosse vissuti
in quel periodo magari un attimo prima che Reed incidesse Heroin oppure
sbirciando dalla finestra di Brian Wilson prima che brucasse gli originali
di quello che avrebbe dovuto essere l’album Smile.
I super dvd
di oggi non riescono forse a riesumare eventi come Woodstock, il r’n’r
circus (con tutti i suoi giovanissimi eroi e martiri) o il magical mystery
beatlesiano? Con i sofisicati laptop non possiamo volendo campionare
quegli stessi suoni e rimetterli in pista a nostro piacimento? Non sta
forse per uscire un Let It Be de-spectorizzato e riprocessato in modo
tale da reinventare una situazione mediatica/culturale che non fu, realtà parallela
nuova e vecchia assieme, viva e immobile, possibile e impossibile? E
perché non inserire tra battiti house un’emulazione della
voce di Robert Smith (Rapture), perché non programmiamo
il computer settando i parametri della simulazione in modo che questa
riproduca un
improbabile ibrido tra dark-rockers e proto-house baggies? Perché non
fondiamo il dna di Smith con quello di Figers Inc, oppure
quello di Ian
Curtis con quello di Tom Verlaine? Infatti, perché no?

Ologrammi
Intendiamoci, la riarticolazione del preesistente è un gesto connaturato
al rock (essendo il rock stesso sintesi di stilemi blues, folk, gospel
ecc). Però in questi fenomeni imitativi manca il chimismo tra
gli elementi, il reagente, la volontà di procedere oltre attraverso
la soluzione delle forme. Il profilo del suono è una sorta di
patchwork (Frankenstein?) tenuto assieme da un'energia febbrile ma estemporanea,
come se il senso (il valore) di questo "oltre" – introspezione
pura, visione inedita, utopia redentrice… - fosse andato perduto,
estinto assieme alla fede nel rock (sentimento che qualcuno volle “scena”:
e fu il post rock).
Quando questo processo diventa pura vertigine ecco che un’unica
influenza diventa religione da vivere e praticare, quando l’occhio
della telecamera si restringe a un particolare univoco. Kings Of Convenience,
Thrills, Radar Bros hanno un modello di riferimento imprescindibile,
da lì partono e lì finiscono, salvo rarissime escursioni.
Mai però oltre la siepe, immobili nell’incanto della contemplazione,
sottilmente compiaciuti dello spazio che li separa dai rovelli del presente.
Negli anni ’70 il revival dei ’50 aveva una piega del tutto
diversa, si iniettava disagio quotidiano di una harsh reality nel ventre
ritmico del r’n’r, da lì ne uscivano zombie (Cramps),
poetesse (Patty Smith) e cinici dal cuore d’oro
(Jonathan
Richman),
alchimie, fashion storico…
L’amara constatazione è che something is missing today,
ed è un qualcosa di importante. Vivere di ponti ologrammi è sempre
una sintesi virtuale di ciò che è una realtà più ampia,
la digitalizzazione cova nell’impercepibile un errore fisiologico,
una riduzione di complessità che fa scorgere all’osservatore
attento delle zone più o meno visibili al cui interno si celano
flussi di uni e di zeri, un po’ come in Matrix tanto per intenderci…

Disincanti
Vivere pensando d’esser Bowie a cena coi Kraftwerk
(il nostro Morgan) dopo aver masticato ore e ore di filmati, magari con l’aiuto
di una tavoletta di LSD, non è proprio come esser stati lì.
Vestirsi come dei Ramones folgorati da Calvin Klein e suonare
melodie prensili foderate di minacce velvettiane e bagliori Television
(The Strokes) non significa calpestare quelle strade di New York.
Dietro ad un certosino lavoro di simulazione (sorta di training ciber-indotto:
sempre Matrix…) si nasconde l’incapacità del musicista
di costruirsi una identità stabile al singolare (io musicista)
e poi al plurale (noi gruppo). Inevitabilmente questo si traduce nel
linguaggio musicale e nella stabilità delle formazioni, quest’ultime
simili ormai a costruzioni lego in cui ogni elemento tranne forse il
leader (se c’è) è sostituibile a piacimento (proprio
come la ragione sociale dopo l’immancabile articolo determinativo “the”).
E senza che questo – ciò che è peggio – comporti
alcuna differenza sensibile ai fini del risultato.
Non è tanto, sia chiaro, questione di mediocrità tecnica
ma il segno di uno spaesamento radicale, la cifra di un disincanto pernicioso
che atrofizza la spinta idealistica, abortisce quel senso di “missione” che
non poteva prescindere dal gruppo inteso come valore aggiunto, dai suoi
(dis)equilibri interni, dal suo configurarsi in quanto pseudo-comune.

Amnesie
È
il senso delle cose oggi ad essere poco chiaro e a fronte di questo la
tecnologia permette di saltare diversi passaggi e ottenere subito, e
senza tanta fatica, un risultato estetico. La crisi dell’identità è lo
specchio di una crisi più ampia, di un presente incomprensibile
e troppo complesso e pieno di menzogne da gestire, ed è in questi
termini che il passato comincia a diventare un rifugio.
Il passato infatti è pur sempre congelato nella storia, il passato è meno
complesso del reale, è fatto di situazioni fissate una volta per
sempre, di sintesi che qualcuno ha fatto e poi ha scritto o tramandato
oralmente…
Il passato di oggi però è campionabile e scomponibile e
digitalizzabile al computer, oppure shakerabile con un mixer e due piatti.
Da lì il concetto di simulazione: un passato vivido e tirato a
lucido che rivive nella virtualità del digitale (DVD, CD, Internet),
e la possibilità di poterlo ricreare e scomporre in maniera altrettanto
astratta con dispiego minimo di persone e mezzi.
Ne deriva che l’epicentro sembra traslare verso la superficie,
e proprio in questa “amnesia di profondità” cercare
e trovare la propria giustificazione. Anzi: la propria essenza. Come
se il rock non potesse più prendersi sul serio, una volta dissanguate
le utopie, disarmate le speranze, dissolte (in nero) le prospettive.
E quindi si accontentasse della propria flagrante e attiva presenza nel
gran circo dei media, giullare di se stesso, chiuso nella casa di specchi
del polimorfo passato.
Che rimane un serbatoio pressoché inesauribile per la volontà ricombinatoria
di piccoli, grandi o sedicenti talentuosi. Perché ancora una volta
sta qui il discrimine tra il buono ed il meno buono: il talento.

Plastico
Fermo restando che l’ascolto continua in tutti i casi a sembrare
un tiro al piccione di riferimenti e citazioni (o di furti, nei casi
più malandrini), è la coerenza interna delle opere, la
capacità di far camminare un’estetica sulle proprie gambe,
che fa la differenza: se da una parte i già citati The
Strokes sembrano marionette in balia delle coordinate che si sono scelti da sé (e
qui lasciamo cadere un sordido punto interrogativo), se i White
Stripes dissimulano la piattezza della scrittura sotto pose, colori & modernariato
hard-blues, e se i BRMC provano - dopo il bagno nel bitume Jesus
And Mary Chain dell’esordio - a smarcarsi oscillando tra assalti sintetici
Primal Scream e facilonerie Oasis (rovinando nel plasticume), non possiamo
negare a certuni la capacità di un linguaggio intensissimo (vedi
gli Interpol, talmente organici al linguaggio Syster Of Mercy-Joy Division
da spalancare stordenti gorghi temporali), talora in grado di innescare
tensioni stilistiche sconvolgenti (vedi i The Liars coi loro rotori punk-funk
innervati di pulsazioni dance e decolli psichedelici à la Interstellar
Overdrive) o dal fascino brumoso (l’accoppiata Tv
On The Radio e Secret
Machine, di cui attendiamo l’esordio su lunga distanza
con curiosità e giustificata fiducia).
E ancora: la claustrofobica nevrastenia degli El Guapo ha
il passo inesorabile di chi si porta dentro un dissidio incurabile, mentre
i The
Kills suonano
come i Jalisse travestiti da cugini blues dei Suicide; gli Starvations sembrano davvero cavalcare il nero destriero di Gun Club via Green On
Red, mentre nel ribellismo dirty beat dei Libertines non possiamo fare
a meno di avvertire un retrogusto di plastica, un rumore di calcolatrice,
un venticello di avventatezza. E via discorrendo.
Purtuttavia, anche le migliori tra queste esperienze musicali non hanno
prodotto sostanze artistiche degne di quel passato che – saccheggiandolo
- riesumano. Non ci sono nuovi John Cale, Johnny Rotten e Johnny Cash,
ma forme appartenenti ad un plastico. Non mura di una città vera,
cemento, frutto di duro lavoro e certosino artigianato, ma artefatti
fondali da film finto alternativo-pseudo off. Non giorni e notti passate
a provare una manciata di accordi perché assomiglino ad un gracchiante
disco di blues importato oppure – non sia mai - quella genuina
voglia di suonare assieme con così tanto entusiasmo e rabbia e
ingenuità da improntarne il vinile (e a quel punto che importa
se non c’è nulla che suoni perfetto o a modo), ma una fedele,
rapida, posticcia riproduzione di irrequietezze e ruvidità.
Dinamiche/Scontri
I Kraftwerk che nel video storico Trans Europe Express si fanno riprendere
in posa dandy nel compartimento di un futuribile (e oggi risibile)
treno tutti acchitati, mentre nel testo della canzone fanno menzione
di un incontro a Berlino con Bowie e Iggy Pop, lasciano intendere che
dietro alla fiction c’è un interscambio allargato, un
sociale artistico in movimento, un reale che si costruisce in confronto
a un passato riconoscibile (e detestabile). Il loro è quindi
un artificio che si struttura sulla sintesi di un sopralluogo concreto,
quindi (piantato nel) vivo.
È
il sociale, quel flusso di esperienze ed esistenze che si intersecano
in tempi e luoghi reali, che costruisce i significati di una realtà altra,
che pur sempre piglia e succhia da un quotidiano complesso ma fattuale.
Se poi quel reale è pregno di aspetti che sono in contrasto con
una nuova ed auspicabile visione del mondo e della vita, ecco allora
che si creano dinamiche di amico/nemico, nuovo versus vecchio, prospettiva
temporale.
Nel R’n’r Circus c’erano tutti, da
Lennon a Brian Jones passando per i Jethro Tull, mentre la scena newyorchese
attuale è pura
fiction: non esiste come un circuito sottoculturale paragonabile a quello
del Greenwich o a quello Londinese dei sessanta. Sembra che questi ragazzi
abbiamo passato più notti al computer alle prese con opzioni pre-impostate
che in giro a confrontarsi con amici e nemici. Non ci sono Tom Verlaine
e Patty Smith nella Grande Mela di oggi e non ci sono anche perché – talento
a parte - manca un flusso di energie vitali che si incontrano e scontrano.

Limbo
Non bastano infatti le meditazioni/masturbazioni da cameretta, seppur
con il computer più potente e col collegamento in fibra ottica
più veloce del mondo. Il pc non conosce le differenze di valore,
azzera spazi e tempi e mastica tutto al presente, macina uni e zeri
a una velocità tale da inscenare zone di limbo fuori dalla realtà.
Non stupisce quindi che la musica figlia di questi tempi e queste modalità si
concepisca come pura tensione superficiale, combinazione febbrile di
pose e stilemi bramosa di sbatterci in faccia la propria paranoide
erudizione, un cataclisma simulato, levigato, normalizzato.
Ma la simulazione, per ambire al fascino dell’immortalità,
deve dar forma tanto al baratro che alla vertigine. Per questo, per la
loro natura di immagini fugaci sulla retina, i dischi di questa wave
testarda & bastarda sembrano destinati – con poche fisiologiche
eccezioni - a svanire, ingoiati dal tempo e dal naturale moto dispersivo
della memoria. Che poi significa un ritorno nello stesso grembo sterile
che li ha generati.
Discografia
Paradiso
Black Eyes
El Guapo Fake French
Tv On The Radio Young Liars EP
The Starvations Get Well Soon
Interpol Turn on the Bright Lights
Purgatorio
!!! Me and Giuliani Down By the Schoolyard
Coral Magic and medicine
Rapture Echoes
Yeah Yeah Yeahs Fever To Tell
Inferno
White Stripes Elephant
Black Rebel Motorcycle Club Take Them, On Your Own
The Kills Keep On Your Mean Side
The Thrills So Much For The City
Strokes - Room On Fire
Speciale Emul-Rock: intervista a Beppe Colli
1) Molti musicisti invece di farsi le ossa, suonando e riprovando
un brano fino a entrare den-tro un linguaggio musicale (esempio il
blues)
e farlo proprio, si fanno affascinare da un “sound” e da
lì sembra che il loro scopo non sia quello di sudare e fare gavetta,
ma quello di emulare quel tipo di approccio, non importa con quali mezzi,
l'importante è il risultato e l'immediato godimento di ciò per
poi magari passare ad altro. Pensi che questo sia vero?
Uhmm... è una domanda complessa... e una questione molto complicata,
che chiama in causa tutta una serie di fattori. Ma proverò a risponderti.
Qualche mese fa ho visto The Soul of a Man (L'anima di un uomo), il film
di Wim Wenders dedicato al blues. Direi che lì è chiaramente
illustrato - ov-viamente in modo del tutto involontario, considerato
lo scopo del film - il dramma della questione: abbiamo dapprima un linguaggio
musicale in piena evoluzione; vediamo poi alcune modalità deri-vate,
ad esempio il cosiddetto "British Blues" - i Cream e John Mayall
con i Bluesbreakers. Dopo di che è del tutto evidente che il linguaggio
si ossifica e si tramuta in uno "stile" - proprio come un ca-po
di vestiario che indossi per andare da qualche parte e che poi togli
con la stessa disinvoltura. (Per me è decisamente misterioso:
quella che nelle intenzioni è una serie destinata a provare la
vitalità del blues - ho visto anche il film di Martin Scorsese,
che da questo punto di vista è anche peggio - sembra solo in grado
di illustrarne l'avvenuto decesso.) E' ovvio che se invece di chiamare
- diciamo - Jon Spencer Blues Explosion e Beck avessero mostrato Jack
Bruce al piano (oggi) o uno speri-mentatore con un piede nella tradizione
come Elliott Sharp allora il discorso sarebbe stato diverso. Per non
parlare di come lo stesso concetto di blues è stato riconsiderato
- proprio nelle sue implica-zioni musicali - da gente come Cecil Taylor,
Anthony Braxton, George Lewis, Muhal Richard Abrams o Anthony Davis.
Allargando il discorso al jazz è parimenti ovvio che un omaggio
a Miles Davis fatto da Henry Kaiser o un omaggio ad Albert Ayler fatto
dall'Art Ensemble of Chicago o a John Coltrane da parte del ROVA Saxophone
Quartet non è la stessa cosa di una riproposizione di Miles Davis
essenzialmente "sartoriale". Però qui ci sono (almeno)
due considerazioni da fare: la prima è che un idioma va innanzitutto
compreso - e poi sviluppato - in quanto musica; la seconda è che
bisogna anche possedere i mezzi tecnici per farlo. Ma oggi nemmeno il
primo fattore è così scontato, sia per quanto riguarda
gli stessi musicisti che per quelli che dovrebbero (o almeno così credo)
fungere da filtro. Faccio solo due esempi. Qualche anno fa ho visto dal
vivo gli Old Time Relijun e i Flying Luttenbachers: si volevano i primi
gruppo "beefheartiano", i secondi "ayleriano"; orbene,
alla prova dei fatti i primi erano solo dei ragazzi di buona volontà che
eseguivano (male) un blues assolutamente "generico", i secondi
erano "ayleriani" solo se consideriamo Ayler uno che starnazzava
dentro il sassofono. Ora, io non sono affatto sicuro che guardando all'indietro
i più di-stinguano oltre la superficie (e per il pubblico c'è la
questione aggiuntiva del livello "televisivo" di attenzione
oggi abituale). E se il filtro non discrimina, non posso certo aspettarmi
che siano proprio i musicisti a mettersi in dubbio - almeno finché trovano
chi li paga. Ma cambiare superficie (o capo d'abbigliamento, se vuoi)
non appena ha stancato è molto più facile che abbandonare
un idioma ap-preso in profondità. E inoltre: perché approfondire
qualcosa se in ogni caso ciò non aumenterà in alcun modo
le tue possibilità di successo? (Il che ovviamente comporta tutta
una serie di problemi non da poco.)
2) Com'è che il valore del gruppo in quanto tutto superiore alle
parti o come dialettica a due o più persone si riduce all'esternazione
dei gusti di uno o meglio ancora all'emulare insieme qualcosa per rivivere
un mood passato?
Qui direi che le questioni sono due, e distinte.
Prendo a bella posta come esempio un gruppo che non mi è mai piaciuto granché,
i Led Zeppelin, così vediamo di evitare l'accusa di "reducismo".
È ovvio che agli inizi il gruppo era quasi esclusivamente una
proiezione di Jimmy Page - l'elemento di maggior peso in termini di carriera,
tecnica,
linguaggio musicale, esperienza del lavoro di studio; ma gli altri componenti
hanno fornito da subito (almeno) una "pronuncia" decisamente
riconoscibile sui rispettivi strumenti, per poi aumentare l'apporto fornito
al gruppo parallelamente alla propria evoluzione. Per fare un'osservazione "laterale" ricordo
che i Led Zeppelin sono cambiati molto da disco a disco nonostante il
grande successo già ottenuto rendesse molto più semplice
e decisamente meno rischioso replicare la formula vincente. Evidentemente
i metri di riferimento non erano solo di tipo "esterno". Se
consideri l'età dei componenti e il cambiamento accelerato della
musica da un album all'altro (e questo vale per quasi tutti i gruppi
dell'epoca) risulta ovvio che tirare in ballo la "giovane età" quale
fattore in grado di scusare la pochezza dei risultati, come oggi viene
spesso fatto, in realtà non ci porta da nessuna parte. Cantanti
esclusi, quanto cambierebbe il suono di un gruppo se ne cambiassimo i
componenti? Essere "riconoscibile" sullo strumento è oggi
l'eccezione, non certo la regola. Il discorso sul passato potrebbe essere
affrontato in moltissimi modi. Limitia-moci a due. (Accenno al fatto
che le sintesi passate presentano il vantaggio di avere già superato
un "esame evolutivo": sono già piaciute.) Innanzitutto
il passato offre delle sintesi già effettuate, che non hanno bisogno
di essere elaborate da zero; dal che risparmio di tempo e conseguente "fungibi-lità":
se il disco "funky & godereccio" non vende faccio una "svolta
acustica"; inoltre gli stili passati funzionano anche come "signifiers":
se imbraccio una chitarra acustica, uso il bottleneck e assumo un'aria
ispirata sono "autentico" - come il blues (mentre potrei essere
ancora più fasullo della "pun-kette" Avril Lavigne).
Ma c'è anche un'altra valenza che è bene considerare: la
convinzione (che personalmente ritengo errata, ma che è sempre
più diffusa come effetto della vulgata del "postmo-derno")
che il presente produca sempre più "superficie" e che
solo il passato sia il luogo dell'auten-tico.
3) Perché a fronte di una banca dati musicali come internet c'è una
rincorsa ad un feticismo schizoide per il passato? Si tratta forse di
una fase ludica destinata ad esaurirsi in breve tem-po, o è piuttosto
la nichilistica convinzione che la mole del passato - finalmente disponibile
in real time - sia incomparabilmente più ricca di qualsivoglia
sviluppo futuro?
Anche questa mi pare una questione che ha (almeno)
due facce. Per un verso il ricorso al passato non mi pare così misterioso: in "un
passato" avvenne "una sintesi" - un filtraggio, innanzitutto
per il ripido accesso ai mezzi di produzione della musica; oggi non esiste
più (di fatto) alcun filtro, innan-zitutto nell'accezione economica
("uno studio in ogni casa!"), poi nel senso dell'abbattimento
degli standard qualitativi (a nessuno importa più veramente come
si suona - la stessa questione credo ap-paia oggi ai più del tutto
priva di senso - e inoltre molta musica è fatta "a macchina"),
poi perché per più motivi i giornali (io direi "si
limitano a" ma forse è più neutro dire "considerano
quale pro-prio compito quello di") scaricano addosso al lettore
quanto più è possibile ("240 recensioni!"), ad-dossandogli
il compito di trovare un senso. Ricordo che la disponibilità del
catalogo jazz in CD ha affossato le vendite di nomi nuovi, e molte possibilità di
carriera. Il che è per molti un fenomeno da condannare quale "conservatore".
Si vorrebbe solo che l'accusa non fosse lanciata da chi recensendo tremila
titoli l'anno non fa che contribuire ad aumentare quel "rumore di
fondo" che spinge inevita-bilmente verso le semplificazioni, siano
esse il passato o i video in "heavy rotation". Però devo
dire in tutta sincerità che dal mio (certamente limitato) punto
d'osservazione non vedo tutto questo gran-de interesse per il passato
da parte del pubblico in quanto tale; direi che l'orizzonte è senz'altro
di ti-po "televisivo" (MTV & affini) e "radiofonico" (di
fatto, il "Top 40"), con il risultato di una mente "immemore",
e non certo "ossessionata dal passato". E d'altra parte, il
concetto di soddisfazione è oggi correlato a quello di piacere
istantaneo, non certo al superamento di uno standard minimo di qualità.
L'esplorazione in Rete mi pare già denotare un interesse di tipo
diverso, a differenza dallo scaricare cose già viste in televisione
o sentite alla radio, anche se qui dovremmo operare una di-stinzione
ulteriore: tra curiosità che si è disposti a soddisfare "a
pagamento" e "gratis".
4) Tolto qualche evidente fenomeno commerciale, l'emul rock è una
tendenza che sembra sbocciare genuina, avviandosi dalle retrovie. L'emulazione è sempre
esistita allo stadio em-brionale di una band, OK, è la necessaria
fase di "riscaldamento", l'elaborazione di un lin-guaggio.
Farla invece diventare il traguardo, l'orizzonte stilistico in cui muoversi
non significa forse confinarsi in una fase di eterno apprendistato, di
pernicioso incanto pseudo-adolescenziale?
Ti risulta forse che
l'assetto corrente premi l'impegno, la crescita e la maturazione? Direi
tutto il contrario. Posto che mi pare assodato
che la massima complessità musicale che può oggi sperare
di ottenere un certo successo commerciale è di gran lunga inferiore
rispetto al passato; posto che il concetto di "successo" denota
oggi quantità (e investimenti) enormemente superiori; posto che
i mezzi per avere successo sono oggi di natura prevalentemente "extramusicale";
non può che conse-guire che l'orizzonte tende al riciclo. Trovo
molto significativo il fatto che quando si parla di nomi nuovi la discussione
sulla musica è molto spesso poco più di una veloce formalità.
Da cui secondo logica dovrebbe discendere che di un musicista che offre
pochi appigli oltre alla musica si parli po-co e decisamente malvolentieri,
anche a dispetto delle vendite - e in effetti è proprio così!
Pensa ad Aimee Mann o ai Phish. Poi pensa a Pink e ai White Stripes.
5) Quali sono a tuo avviso i possibili legami con il cosiddetto
post-rock? Nello specifico, in questo avvitarsi su se stessi non ti sembra
di
avvertire lo stesso senso di perdita di fede nelle prospettive, nelle
speranze, nelle possibilità affrancatrici del rock?
Quella
di post-rock mi è sempre sembrata un'etichetta - oltre
che di comodo - troppo onnicompren-siva per voler dire alcunché -
Tortoise, June of 44, Don Caballero - e non ho certo cambiato idea. I
livelli di sintesi raggiunti, le ambizioni di partenza, il respiro delle
proposte, le possibilità (o vellei-tà) sono tutti fattori
da valutare caso per caso. A giudicare dalle facce sulla copertina di
Rolling Stone gli Strokes non mi sembrano soffrire di "perdita di
fede nelle prospettive, nelle speranze, nelle possibilità affrancatrici
del rock"! Seriamente, non credo che la percezione di questa musica
come di un "avvitarsi su se stessi" sia minimamente diffusa
tra il pubblico - e per quanto riguarda i musicisti, credo giochino da
tempo con un altro mazzo di carte.
6) Alla fine tuttavia il punto decisivo lo segna il talento,
per cui gruppi come gli El Guapo o Interpol riescono se non altro a mettere
sul piatto una convincente intensità. Dal tuo punto di vista
chi e cosa salveresti?
Domanda difficile. Per qualche anno
mi sono sciroppato una gran quantità di
concerti di nomi che mi venivano segnalati come "nuovi & migliori".
La dura realtà dei fatti mi ha condotto alla logica conclusione
che le mie fonti di stampa lasciavano molto a desiderare - se per manifesta
incompe-tenza, fatica da eccesso di lavoro, carenza di attenzione, mancanza
di metri adeguati, eccesso di permeabilità a fattori esterni o
puro trendismo non saprei dire. Ho però giudicato assolutamente
ra-gionevole chiudere la linea di credito ai suddetti organi di stampa,
e per conseguenza ai nomi che veicolano. Devo dire che avrei fatto un'eccezione
per gli El Guapo, che hanno suonato a poca di-stanza da casa mia, ma
non mi è stato proprio possibile. Ma sono i metri di giudizio
a lasciarmi per-plesso - se Karen O non avesse una lingua bovina credi
che gli Yeah Yeah Yeahs godrebbero di tanta stampa? (Lo stesso vale per
Peaches, menzionata sulla copertina di metà delle riviste di moda
estere esposte nella vetrina della mia edicola di fiducia.) Dobbiamo
davvero bere questo amaro cali-ce fino alla feccia? Personalmente ho
trovato (quasi) divertente il caso dei White Stripes. Che la mi-scela
fosse già sentita mille volte non mi pare dubbio. Che dal punto
di vista strumentale la poverina fosse una ben misera cosa, neppure (ma
anche lui, a ben vedere, è scarso assai). Quando però capita
di leggere che lei ha la spinta di un John Bonham - e a scriverlo (su
Rolling Stone) è David Fricke, che ha 45 anni ed è anche
un ex chitarrista - capisci che oramai è inutile discutere.
|