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Eluvium

di Michele Saran e Antonello Comunale
Eluvium

 

 

 

  •  New Animals Fron The Air
  •  Show Us Our Homes
  •  Area 41
  •  Everything To Come
  •  Calm Of The Cast-Light Cloud
  •  Taken
  •  We Say Goodbye To Ourselves
  •  One

Talk Amongst The Trees (Temporary Residence / Alternative Distribution Alliance, 1 marzo 2005)

di Michele Saran

C'era da scommetterci. Nell'ormai debordante panorama delle one-man band dei duri e puri tutti cameretta e frustrazioni represse (e sfogate nella musica), c'è anche chi fa le cose in grande e prende a modello non più (o non solo) la schizadelia casalinga Barrett-iana, quanto piuttosto un’altra delle personalità sfolgoranti dissolte nel (quasi) nulla, Kevin Shields.

Il personaggio in questione è Mattew Cooper, ovvero Eluvium, che dopo un paio di dischi per semplice piano acustico ambient, realizza un album ispirato e diagonale.

Le tracce si susseguono con un intervallo di tempo che rasenta la soluzione di continuità, come nella pace dei sensi di We Say Goodbye To Ourselves, per organo e sussulti astratti Eno, o la vertigine panica immersa in archi dal sordido tremolo di Calm Of The Cast-Light Cloud. In Talk Amongst The Trees la fusione di melanconia e solennità orientata agli spazi immensi da groppo in gola è vicina alla perfezione, trasportata da maestosi temi a germogliare da electro-pattern glaciali (New Animals Fron The Air) da far invidia agli attuali Sigur Ros, o tramite crescendo elettroacustici imponentemente - per l'appunto - shoegaze, che sfociano in sospensioni allucinogene (Taken).

Talk Amongst The Trees è un disco intimamente naturalista che prende il suo tempo per sviluppare temi che procedono con ampie sfumature strumentali, timbriche, armoniche e umorali. (7.5/10)

  • I Will Not Forget That I Have Forgotten
  • As I Drift Off
  • All the Sails
  • When I Live by the Garden and the Sea

When I Live By The Garden And The Sea (Temporary Residence Ltd. / Wide, 22 agosto 2006)

di Antonello Comunale

Il piano dell’iniziale I Will Not Forget That I Have Forgotten allude certamente ai primi dischi di Matthew Cooper. Quel lento e mesto costruirsi di uno spleen romantico, emotivo, languido, che tanto deve a Satie, a Chopin, al romanticismo classico e al minimalismo accademico. A seguire tre brani più riconducibili al disco dell’anno scorso. Textures ghiacciate che flirtano soprattutto con la scuola islandese di Stafrænn Hákon e Sigur Ròs. C’è davvero poco di originale in tutto questo e l’ep scorre rapido senza lasciare nulla e senza aggiungere nulla. Il problema è che certi melismi sinfonici, certe note di piano lasciate a riverberare su un tappeto di glitch o di droni, o ancora l’uso delle note sostenute e la tendenza a dipingere struggimenti occidentali su tappeti sonori stratificati, sono cose che abbiamo sentito tante di quelle volte che ormai ci vuole un minimo di creatività e malizia in più per muoversi tra questi lidi. (5.7/10)

  • Amreik
  • Indoor Swimming at the Space Station
  • Seeing You Off The Edges
  • Prelude For Time Feelers
  • Requiem on Frankfort Ave.
  • Radio Ballet
  • (Intermission)
  • After Nature
  • Reciting the Airships
  • Ostinato
  • Hymn #1
  • Repose In Blue

Eluvium - Copia (Temporary Residence / Alternative Distribution Alliance, 20 febbraio 2007)

di Michele Saran

Il percorso artistico del Matthew Cooper di Copia possiede tutti i tratti distintivi del traguardo universale. Dal particolare, il punto di partenza - droni timidi o piano lambiccato (Lambentato, verrebbe da dire) -, siamo dunque giunti all’allargamento possente delle possibilità timbriche (prima ancora che espressive). First of all, dunque, una strumentazione che spazia con maggiore libertà da sovratoni d’archi a synth più roboanti che mai, da un piano sentimentale (spesso solista da concerto classico), a lamine electro e spettri corali.

Soprattutto, rispetto a Talk Amongst The Trees (e alla sua appendice, When I Live By The Garden And The Sea), qui la scrittura impara a mettere da parte con raffinatezza gli spigoli shoegaze, e a non rinunciare - in ogni caso - a sordide intromissioni di registrazioni sul campo, di sibili e dissonanze, di nebbie stordenti. Si ascoltino i rumori psico-industriali di (Intermission) che preludono alla trance estatica (apocalittica qua e là) di After Nature, un post-sogno d’incanto e austerità, e alla film music dell’aldilà di Reciting the Airships per piano-synth maestoso (un gentile quanto irrisolvibile incontro-scontro tra ritmo e atmosfera).

C’è poi un contrasto amore-morte che qui si risolve in senso creativo e ripetitivo al contempo. La piece più emblematica è Hymn #1 (fortunale accoppiato con accorato piano lo-fi), ma le sue reiterazioni sfinenti, i suoi disintegration loop a velocità terminale toccano vertici paradisiaci nell’attacca sinfonico di Amreik (Vangelis che fronteggia placidamente le fanfare di Hindemith), nell’aperta melodia (quasi una fantasia) di Seeing You Off The Edges, nel sortilegio Mertens-Nyman-Debussy di Prelude For Time Feelers, nelle maestose stratificazioni di Repose In Blue.

Se il Talk era erede di Eno e Shields, in Copia Eluvium si autoproclama poeta spaziale dalla sfacciata sensibilità decadente, quasi post-romantica (forse anche beethoveniana) e dall’amabile perseveranza. Così è, se vi pare. (6.9/10)