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Introduzione
Critica
Webografia

El-p

di aavv
Sono stati ben quattro gli anni di attesa per il secondo, fatidico secondo album di una delle più interessanti promesse del panorama electro-hip hop. Quattro anni in cui è successo tutto e il contrario di tutto in questo campo, così in fermento dopo i fasti e la decadenza di label-simbolo come la Anticon. Quattro anni durante i quali l’hip hop ha cambiato pelle e ha vestito i panni del pop, dell’elettronica, del rock, diventando un linguaggio da trasformare, uno strumento di lavoro per gli sperimentatori della musica. El-p è sempre stato fra questi, sin dai suoi esordi un esempio da seguire attentamente.
El-P
  • Tasmanian Pain Coaster
  • Smithereens
  • Up All Night
  • EMG
  • Drive
  • Dear Sirs
  • Run The Numbers
  • Habeas Corpses (Draconian Love)
  • Overly Dramatic Truth, The
  • Flyentology
  • No Kings
  • League Of Extraordinary Nobodies, The
  • Poisenville Kids No Wins / Reprise (This Must Be Our Time)

I’ll Sleep When You’re Dead(Def Jux / Goodfellas, 20 marzo 2007)

di Daniele Follero

Molto attento a salvaguardare l’identità di fondo del rap, il bianchissimo dj di Brooklyn (con l'apporto nientepopodimeno che del signor Trent Reznor), in questo suo secondo lavoro in studio, è riuscito, a differenza di tanti veterani del genere, ad operare una perfetta sintesi tra il vecchio e il nuovo, tra le radici bass&rhymes delle origini e le nuove esigenze espressive dell’elettronica.

In più, I’ll Sleep When You’re Dead (simpatico capovolgimento di un’espressione inneggiante al divertimento ad oltranza, “I’ll sleep when I’m dead”) porta con sé l’importante conferma di una tendenza del nuovo avant-hop, che potremmo definire “doom”. La scelta di ritmi lenti, filtrata da anni di trip hop, l’uso di accordi minori stesi a tappeto sulla base ritmica e il rapping incalzante e freddo, compongono un sound che si ricollega direttamente alle recenti scelte musicali di band come Coaxial e Dalek, legandosi ad un filo che conduce dritto all’attitudine più dark e crepuscolare dell’ hip hop, all’aspetto più cupo della musica afroamericana del nuovo millennio.

The League Of Extraordinary Nobodies è forse l’esempio più lampante di questo approccio che, con differenti gradi d’intensità, si diffonde a macchia per tutto l’album e ne impregna alcuni momenti in maniera particolare (Tasmanian Pain Coaster; Habeas Corpses; Dear Sirs).
L’originalità e l’ingegno di El-p risiedono nella sua particolare maniera di amalgamare queste scelte estetiche con le necessità ritmiche dell’hip hop radicale (quello “nero” e senza compromessi, per intenderci), lasciando sempre trapelare un sapore old skool a ricordarci continuamente che, in fin dei conti, è proprio di quello che stiamo parlando. E’ l’anima dell’hip hop (come un giorno fu, o magari lo è ancora, quella del blues) che aleggia nel pop à la Why? di The Overly Dramatic Truth, nel funky di Flyentology e Up All Night o nello stile vintage di No Kings, EMG e Run The Numbers, che ripescano Beastie Boys, Run DMC e Public Enemy degli esordi e li arricchiscono dei colori dell’elettronica.

In definitiva, se esistesse un fantomatico “parlamento stilistico dell’hip hop”, che disegnasse la collocazione dei musicisti rispetto alla tradizione di questa musica e al rapporto tra conservazione e trasformazione, il nostro El-p si collocherebbe più a destra di tanti sperimentatori più audaci (cLOUDDEAD, Kill The Vultures e via dicendo), preoccupato com’è al suo rapporto con le radici. Ma per fortuna non siamo in politica e, in più, se fossero tutti così i conservatori, sarebbero molto più progressisti di tanti che si presumono tali, tanto che verrebbe quasi voglia di votare a destra… (7.2/10)