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El Guapo / Supersystem

di AA. VV.
Foto: El Guapo

(New) Wave (...e synth pop) per il nuovo millennio

di Martino Lorusso e Gianni Avella

La riscoperta della new wave è stata e continua ad essere, nel bene e nel male, uno dei temi portanti di questo inizio secolo. O, se non altro, quello che ha avuto maggior risalto mediatico, sia per l’accessibilità e vendibilità del materiale (ri)proposto, sia per la mancanza di fenomeni e tendenze che potessero porsi come valida alternativa a questa imperante tendenza revivalistica.

In questo caso - come per la "vecchia" new wave - parlare di una scena è quanto mai fuorviante, proprio per l’eterogeneità della proposta e per l’assenza di alcune caratteristiche fondamentali nella risoluzione di un fenomeno musicale in vero e proprio “movimento”: l’interscambio di esperienze, l’interrelazione concreta tra i gruppi e gli artisti che vada oltre la semplice collaborazione, un preciso e articolato sostrato culturale e sociale alle spalle dell’esperienza musicale, la comunanza di ideologie e di intenti.

In quest’ottica "isolata" inquadriamo gli El Guapo, formazione americana di Washington DC che, costituitasi originariamente come duo dall'incontro nel 1996 di Rafael Cohen e Justin Moyer, ha subito nel tempo variazioni di line up e di sound, spaziando in un range vastissimo di esperienze sonore. Esperienze culminate, non appena giunti alla Dischord, nell’apoteosi di Supersystem, punto di non ritorno per Moyer & Co e nel contempo pietra angolare obbligata di tutta la nascente neo new-wave. Di lì in avanti il fenomeno dilaga e gli El Guapo vengono additati - non a torto, anzi - come possibile proiezione degli art-rocker This Heat. Ma qualcosa in loro muove improvvisamente altrove e le innumerevoli date live (Italia inclusa) mostrano una compagine divertita che vuol divertire, alternando le aritmie di Supersystem a quello che verrà, ovvero Fake French, step in 4/4 di lodevole istanza pop-kraftwerkiana.

Il ciclo Dischord si chiude come meglio non si potrebbe ma gli El Guapo, ora Supersystem, non appena accasatisi negli uffici della Touch & Go intraprendono un trapasso non dissimile Gang Of Four di Songs of the Free e Human League di Dare (tanto per citare due vati della vecchia new wave tanto saccheggiata dai Nostri…), cioè regalarsi con corpo e mente alle piacevolezze dei dancefloor più convenzionali (tra una Give It Away dei RHCP e la Killing In The Name dei RATM, per intenderci) perdendo quindi quella spregiudicatezza che era nel DNA dei fu El Guapo. 

intervista a Pete Cafarella

di Martino Lorusso
(Marabù, 3 novembre 2003)

-Avete già suonato nel nostro Paese lo scorso anno e ora siete alla quarta serata di questo nuovo tour italiano, avete ancora molti concerti da fare prima di tornare in America... qual è stata finora la risposta del pubblico italiano alla vostra proposta musicale?
La risposta è ottima, in generale… amiamo suonare da queste parti, la gente è molto aperta alla musica, molto più aperta che negli Stati Uniti. Ha un approccio decisamente differente…

-Parliamo del vostro percorso musicale… La vostra musica ha subito finora molte trasformazioni evolvendosi dal suono di matrice post-rock degli esordi, con The Phenomenon of Renewal ad un suono più personale, già nel disco successivo, The Geography of Dissolution. C’è stata una svolta nella definizione del suono degli El Guapo in questi anni o è avvenuto tutto spontaneamente?
Quelli che citi sono i primi dischi, i più vecchi. Eravamo una band molto diversa all’epoca, circostanze diverse, persone diverse, strumenti diversi e idee differenti della nostra musica. Ci siamo conosciuti al college, io non entrai da subito nella band, mi unii a loro nel 2000, in Geography che è stato il mio primo disco con gli El Guapo. Siamo vecchi amici ormai, ci conosciamo da dieci anni, abbiamo fatto l’università insieme.

-Pensavo al tuo ingresso nella band per datare quel cambiamento di stile e suono di cui ti parlavo…
Penso che in quel disco fossimo decisamente influenzati dal nostro background accademico dato che stavamo uscendo allora dall’università dove si pensava molto alla musica, se ne discuteva molto, ne eravamo realmente ossessionati… con questo spirito arrivammo a incidere quell’album. Ma come ricordavo prima, eravamo una band molto dversa. Con Super/System la line up cambiò, gli strumenti cambiarono, ci fu un una netta trasformazione. Era il primo disco su Dischord, più minimale che accademico. Ci piace pensare alla band così com’è ora proprio a partire da quel disco.

-Dopo i primi due dischi è arrivato questo contratto con la Dischord che vi ha pubblicato S/S. Per me che vi seguo dai primissimi tempi è stata una sorpresa, temevo che vi sareste uniformati al suono dell’etichetta… e invece avete tirato fuori un disco con fisarmonica e drum machine…
Abbiamo sempre fatto musica senza pensare o aspettarci che fosse pubblicata dalla Dischord, alla fine è successo ma… non abbiamo iniziato a suonare come se fossimo un gruppo della Dischord. La Dischord è un’etichetta incredibile e Ian McKaye è davvero una gran persona. Sono felice che abbia pubblicato i nostri dischi, è grandioso…

-Che rapporti avete con le altre band della Dischord?
Siamo amici dei Q and not U, siamo un po’ più giovani dei Fugazi e io vivo a New York mentre loro a Washington, siamo band differenti…

-Quali apprezzate maggiormente?
Non so chi mi piace maggiormente, Non voglio dire che preferisco qualcuno a qualcun altro…mmm, Minor Threat!

-Premesso che considero le etichette e le definizioni dei generi musicali spesso fuorvianti per caratterizzare il suono di un gruppo, c’è un modo in cui definite la musica degli El Guapo tra di voi?
Non pensiamo per generi, non pensiamo a quei termini quando facciamo musica ma dopo aver scritto le canzoni, dopo aver fatto i concerti ci diciamo “ok, il mercato richiede che una band appartenga a un determinato genere per essere commercializzata. La nostra società è fatta in questo modo”…ecco, diciamo art-punk, art-rock, electro-rock.

-Super/System aveva un suono pieno di riferimenti a esperienze musicali del passato, i Kraftwerk accanto alla new wave storica di band come Suicide, Devo, Gang of Four, This Heat, oltre a un tocco di psichedelia. Personalemente di quel disco ho apprezzato molto il piglio naif e l’ironia di fondo, è come un gioco… però suona poco coeso, quasi abbozzato. Che ne pensate?
Non so se essere d’accordo con il termine “ironico”, è un argomento difficile da affrontare per noi come band… il significato del termine “ironia”. Io sono una persona sarcastica nella vita, tutti noi lo siamo nella band. Ci piace uscire, parlare, scherziamo molto… penso che una parte di quel sarcasmo ha attraversato e segnato quel disco. Non è stata una scelta compositiva o artistica farlo in quel modo, è avvenuto spontaneamente…

-Quel volere lasciare i pezzi “aperti” era voluto?
Sì, lo abbiamo deciso… sai quando registri una canzone ti chiedi sempre come debba finire, se debba avere una struttura tradizionale o piuttosto amorfa, se interromperla di colpo o farla terminare nel pezzo successivo e in che modo terminarla. Fake French ha un approccio più tradizionale in questo senso… canzone numero uno, canzone numero due… per Super/System abbiamo usato un approccio con finali aperti. Se parliamo dell’album penso che abbia una struttura coesa, penso che ogni album la abbia ma in questo caso eravamo molto interessati alla lista delle canzoni, a disporle in una certa sequenza…

-Che altro comprendono i vostri ascolti abituali oltre ai gruppi citati prima?
Musica di tutti i tipi, ascoltiamo di tutto… Rafael ha una vasta collezione di cd, dalla musica folk egiziana a quella indiana… in generale è molto interessato alla world music, a partire da quella africana.

-Ritenete ci sia una sorta di influenza della world music nel vostro sound?
Mmm… i nostri dischi non suonano esattamente come world music per me (ride). E’ difficile capire esattamente le influenze… solo in un paio di occasioni abbiamo deciso di fare un pezzo in un determinato stile, cioè ci siamo detti “ok, questa canzone suonerà come i Suicide” vedi Rumbledream su Super/System. Negli altri casi non siamo partiti con una precisa idea di quello che sarebbe accaduto… non diciamo “ok, facciamo un pezzo etnico, un pezzo techono, facciamo una canzone punk”… semplicemente, abbiamo molte influenze.

-Quanto di quello che suonavate in S/S era improvvisato? E in generale cosa pensate del rapporto esistente tra composizione e improvvisazione che diventa sempre più importante per molte band di oggi?
Possiamo dire che Super/System è improvvisato al 15%... abbiamo iniziato le canzoni improvvisando e poi le abbiamo riscritte in studio. Quando scriviamo una canzone, iniziamo a suonare a lasciamo che si evolva da sola. Quello che in una canzone possiamo modificare e estendere, lo cambiamo un po’, lo abbelliamo, lo addobbiamo ma in generale non abbiamo improvvisato molto nel disco.

-So che avete applicato le teorie di Anthony Braxton in quel disco…
Era professore alla nostra università. Sono stato molto influenzato da lui… l’intero universo è una sintesi di composizione e improvvisazione, lui era molto interessato a quel rapporto e alla combinazione di questi due elementi… ma è un argomento molto complesso ed è difficile parlarne, anche perché noi siamo una rock band, dobbiamo solo fare “unz unz” (ride)… ma penso che il discorso sia estremamante interessante.

-In Fake French cambiate ancora prospettiva, virando verso una forma di pop-wave un po’ più facile da ascoltare ma senza perdere la vostra identità.
In quel disco abbiamo deliberatamente deciso di concentrarci sulle canzoni in sé stesse, niente improvvisazione, niente finali aperti. Nelle esibizioni dal vivo abbiamo alcuni finali aperti ma non sul disco.

-Ho apprezzato molto le armonie vocali e i cori, con i giochi di sovrapposizione della voce, i botta e risposta, i controcanti. Danno molta comunicatività e calore al disco quasi rendendolo più soul, in contrasto all’elettronica di fondo.
A noi tutti piace cantare, penso che la musica strumentale sia decisamente noiosa. Ritengo la voce umana molto melodica… le nostre orecchie sono fatte per ascoltare la voce, sono istintivamente portate ad ascotare la voce… è in questo modo che siamo fatti, è la scienza. Penso che per noi le voci e la loro combinazione siano molto importanti.

-Anche l’utilizzo della fisarmonica e dei sample d’archi hanno lo stesso ruolo?
In generale direi di sì, ho preso lezioni di fisarmonica per alcuni anni…

-Trovo molto azzeccato e orginale il binomio fisarmonica / drum machine.
Penso sia una cosa nuova specialmente per una band Dischord, in generale una fisarmonica è la stessa cosa di un organo e di un armonica, fondamentalmente è un altro suono di tastiera…

-Tu suoni la fisarmonica e le tastiere nel tour?
Non ho portato la fisarmonica in questo tour, l’ho lasciata a casa, è rotta…

-Il disco contiene anche alcuni pezzi ballabili e synth-pop. Vi muoverete in quella direzione in futuro?
Al momento attuale abbiamo pronta un buona metà del nuovo disco, lo stiamo eseguendo dal vivo e le canzoni suonano grossomodo come quelle contenute in Fake French a Super/System… utilizzano drum machine e sintetizzatori… almeno per ora, ma potremmo cambiare.

-E il rapporto tra elettronica e rock che continua a consolidarsi in questi anni, in generale come lo vedete?
Sta accedendo ora a livello commerciale, ma ricordo che si provava già a metà degli anni ’90, qualcuno come Prodigy e Chemical Brothers provava a fare suonare rock l’elettronica ma per me non suonava affatto bene, è stato un fallimento, sembrava addrittura imbarazzante… ora è una cosa normale, in ogni musica una chitarra può suonare elettronica, una drum machine può essere utilizzata in canzoni rock… ad ogni modo mi piace quel tipo di musica.

-Come nasce un pezzo come Justin Destroyer, il mio preferito del disco, e a chi/cosa si riferisce?
Justin è il batterista della band, il tutto è nato come uno scherzo… alcuni anni fa, andammo in Arizona a casa dei suoi nonni, suo nonno lo chiamava Justine e il padre del nonno si chiamava Justice così pensammo che la cosa fosse cool e iniziammo a chiamarlo Justice.

Copertina: The Phenomenon of Renewal (Resin, 1998)
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The Phenomenon of Renewal (Resin, 1998)

di Martino Lorusso

Poco da dire sull’esordio degli El Guapo per una piccolissima etichetta di Washington DC. Alla line up originaria formata da Rafael Cohen (chitarra, oboe, tastiera, electronics, voce) e Justin Moyer (batteria, basso, electronics, voce), si unisce il batterista Nate Smith (che sarà presente solo in questo e nel successivo album) per dare vita a un disco post-punk tiratissimo, non molto lontano da quel che propongono etichette come la Dischord per cui si troveranno stranamente a firmareun contratto tre anni più tardi quando saranno approdati un sound assolutamente personale e profondamente diverso da quello che accomuna le band che fanno capo all’etichetta di Ian McKaye. Post-punk, si diceva, dalle forme essenziali, spigoloso e con nessuna concessione alla melodia, nonostante la struttura dei pezzi segui quasi sempre l’andamento verso + ritornello (che generalmente è un verso accelerato), pur distinguibili con una certa difficoltà. Già presenti alcune timide iniziative in direzione free-jazz, grazie all’apporto del fantasioso e preciso Nate Smith ai tamburi ma in generale il disco non suona fluido, né sufficientemente aggressivo risultando alfine acerbo e incompiuto. (5.0/10)

Copertina: The Geopraphy of Dissolution (Mud Memory, 2000)
  • Mappie
  • South of No North
  • Dut-No-Dut
  • Zelda
  • Minimal Improve (English Horn)
  • The Snowmen
  • Mumbley
  • John Hinckley Knew This One
  • Go for It Like Xtreme! Sports
  • Bow-E
  • Collage/Charity #1
  • Cholera! Cholera!
  • Topix on Tape
  • Sector #1
  • Sector #2
  • Sector #3
  • Sector #4
  • Sector #5
  • Information Session
  • Sector #6
  • Sector #7
  • Sector #8
  • Sector #9

The Geopraphy of Dissolution (Mud Memory, 2000)

di Stefano Solventi e Edoardo Bridda

Registrato dal vivo in due sessions, la prima (tracce 1-13) su un otto piste a Washington DC nel 1999, la seconda (14-23) a New York un paio di mesi più tardi, The Geography of Dissolution è a tutt'oggi l’opera più ambiziosa degli El Guapo, oltre a rappresentare un episodio a sé stante all'interno della produzione del gruppo.
Un disco che risente fortemente degli insegnamenti sull’improvvisazione e la dissonanza del jazzista d’avanguardia - e loro professore universitario - Anthony Braxton. Una raccolta di pezzi senza soluzione di continuità, privi di una struttura tradizionale che suonano assolutamente distanti dal post-punk dell’esordio come pure da materiali prettamente rock. A Rafel Cohen, Justin Moyer, membri fondatori, e al valente Nate Smith si aggiunge Pete Cafarella alle tastiere, d’ora in avanti elemento effettivo della band. Il parco strumenti si arricchisce di corno inglese, oboe, fisarmonica e glockenspiel che allargano lo spettro sonoro a bande più variopinte ma sempre minimali.
Le prime tredici tracce vedono compenetrarsi e/o avvicendarsi escursioni in territori free jazz, deflagrazioni avant-punk, flirt con la musica classica e popolare, sperimentalismi post. È come se l’Eric Dolphy di Out to Lunch si ritrovasse a jammare con lo Stravinsky della Sagra della Primavera, diretti da Albert Ayler, con ICP Orchestra ed Ex ospiti speciali dell’evento.
Le ultime dieci tracce sono basate su un ritmo percussivo tribale, ossessivo e ossessionante (che di sicuro gli Oneida avranno ascoltato prima di produrre un disco come Each One Teach One), con microvariazioni sul tema, dilatazioni psichedeliche di basso e tastiere, recitativi drogati che si sovrappongono e vocalizzi brutali, corde scratchate e percosse, accenni di melodie umbratili di fisarmonica.

Non lontane da certe cose di Rollerball, Ovo, Jackie’O Motherfucker e in generale dai materiali di stampo Roadcone, per cui chi apprezza questo tipo di sonorità ci andrà a nozze, trovando numerosi spunti e elementi di estremo interesse. A chi predilige sentieri meno tortuosi si consiglia un ascolto preventivo. (6.5/10)

Copertina: Abcs - Selft Titled (Troublemen Untitled, 2001)
  • Luni 3
  • 'Lil Lucky's - 3:50
  • Luni 2
  • (Uh) Duh
  • Newts
  • Tiny Surgeons

Abcs - Selft Titled (Troubleman Untitled, 2001)

di Massimo Padalino

Pete Cafarella (fisarmonica e synth), Josh Blair e Gabe Andruzzi (chitarra e sassofoni) sono (furono) gli ABCS. Prima che Cafarella si imbambolasse del tutto, assorbito a giochicchiare, fruendo peraltro di eccellenti risultati artistici, con il suo ‘passatempo’ new wave El Guapo, ci pensarono codesti ABCS a dar sfogo al lato ‘sperimentale’, ‘colto’ e persino ‘geniale’ dell’ego musicale del soggetto in questione.

L’album omonimo, rimasto senza seguito ad oggi e uscito sul volgere del 2001, conglobava sei medio-lunghi mattoncini strumentali di minimal-rock. Dove per minimal si intende la scuola del Terry Riley di Red Streams e Olson III (1966, 1967) e, invece, la dicitura rock pullula di sottaciuta maestria combinatoria. World music (balcani e medio oriente soprattutto), veli in note squarciati da "visioni" filmiche inedite, spruzzatine di musique concrete, free jazz da camera ne confermano la validità assoluta.

Cafarella non è personaggio da prendere certo sottogamba: ha studiato musica al college, ama Sun Ra ed il punk in parti uguali, deriva spesso e volentieri verso gli anagrammi analogici wave eighties per decifrarne l’oscuro senso d’una grammatica "nobile" (negli intenti e nei risultati raggiunti, almeno con e da lui).

Luni 3, Lil Lucky 7’s, Luni 2, (Uh)Duh, Newts e Tiny Surgeons sono micromondi paralleli in cui il concetto di "punk" si mescola, confonde e, sul finire, ibrida con gli altri mille che, con metodo e acume, i nostri giungono a porgli fra le malaugurate grinfie. Un disco atipico d’un combo atipico; certamente fra i grandi innovatori del "rock da camera" di questo inizio millennio. (8.0/10)

Copertina: Super/System
  • My Bird Sings
  • Elguapolis
  • Inevitability
  • Rumbledream
  • Time Crisis II
  • Rhyme Scene/Rhyme Dream
  • As in...
  • The Kid Is Building Something
  • Buildables
  • Super/Stition
  • Scientific Instruments
  • Faith-Based Music
  • Dissapointment Spelled With "V"
  • Actual Sound
  • Laser Eyes
  • Dance, Danza
  • Clock
  • Being Boulevards

Super/System (Dischord, 2002)

di Lorenzo Casaccia

Il disco si apre sul rock dell'assurdo di My Bird Sings, una sorta di call and response con un discepolo di David Thomas alla voce ed un seguace di Quintron della Skin Graft ad accompagnare all'organo. A seguire, Inevitability è tra i più entusiasmanti esempi di nonsense music che sia dato sentire, a metà strada tra i Pere Ubu e i Faust. Rumbledream e Rhyme Scene/Rhyme Dream sono dei mantra come li potrebbe suonare Mark Stewart se dirigesse un gruppo di synth-pop con la consulenza di un minimalista.
Proprio il minimalismo si rivela una influenza decisiva per orchestrare musiche che in talvolta si distaccano completamente dal rock, ma sembrano piuttosto dei piccoli bozzetti di avanguardia (Being Boulevards, Faith-Based Music).

Gli altri brani (ce ne sono 18 in tutto, inclusi alcuni folli inserti strumentali) continuano a mescolare influenze di ogni tipo. Buildables è pop elettronico da fine del mondo su una base jungle. I commenti di sassofono di Disappointment spelled with v si riallacciano agli arrangiamenti di The Modern Dance. La cadenza robotica di Laser Eyes rimanda ai Devo incrociati con qualcosa di Bjork.

Le ambientazioni surreali, la voce distaccata, le ritmiche incerte ed ossessive si fondono con una teoria di arrangiamenti eccentrici che disprezzano totalmente le nozioni di armonia e melodia, strofa e ritornello. Refrattario ad ogni descrizione, questo non è un disco di rock: è un tour de force per l'ascoltatore. (7.5/10)

Copertina: El Guapo – Fake French (Dischord)
  • Glass House
  • Just Don’t Know
  • Ocean And Sky
  • Space Tourist
  • Justin Destroyer
  • Fake French
  • Underground
  • I Don’t Care
  • Hawks
  • The Time: Night
  • Pick It Up
  • Holliwood Crew

El Guapo – Fake French (Dischord, 2003)

di Gianni Avella

Ian McKaye dei Fugazi in un’intervista definì gli El Guapo come un gruppo dalle mille idee che vanno in mille direzioni diverse: questa è l’esatta sintesi di Super/System (dell’anno scorso). Tutti i pregi e i difetti di quell’album erano racchiusi nel pensiero del mentore della Dischord, quell’opera era un calderone d’intuizioni impressionante, ma spesso la collisione, il disordine saltava spesso all’orecchio, troppa foga, troppa voglia di fare tutto e subito.

In Fake French le cose sembrano ridimensionarsi. Il baricentro è sempre lo stesso (Kraftwerk, Suicide, Devo e new wave), ma ora si ha l’impressione che le mille idee accennate da McKaye non vadano più in tante direzioni diverse, ma hanno voglia di incontrarsi, di confluire, di seguire un unico itinerario. L’inizio è qualcosa che lascia senza fiato: Glass House e Just Don’t Know sono esemplari rari di dancefloor intelligente, roba che renderà felici sia il darkettone di turno che lo studentello con l’occhialino intellettuale. In certi casi, sembra che l’ombra lunga dei Suicide (molto presente nel precedente disco) faccia posto a quella più groove glaciale dei Kraftwerk di The Man Machine (Underground), ed allargando il proprio spettro sonoro ad influenze prima inimmaginabili (vedi la follia Zappiana di I Don’t Care e l'intrigante connubio tra C.S.N. & Y. e Beach Boys corretti a drum machine di "Space Tourist"), tutti presupposti che, oltre a presentarceli in perfetta forma, lasciano intuire intriganti prospettive future.
Anche se il sottoscritto non ci credeva affatto, i tre Guapi sono riusciti a ripetersi senza copiarsi. (7.0/10)

 

 

Supersystem - Born Into The Wave World

di Gianni Avella

Gli over 35 cresciuti nel bel mezzo della “nuova onda” ricorderanno lo smacco subito da parte di Human League e Gang Of Four. Titolari di due dischi pessimi - rispettivamente l’appendice di Dare, Love And Dancing, e Songs Of The Free - le compagini di Phil Oakey e Andy Gill non solo prenotarono in netto anticipo le pratiche di pensionamento, ma divennero anche vittime sacrificali del post-punk che esattamente un anno dopo, nel 1983, non resse il confronto col ritorno dei ’60 (vedi i primi singoli degli Smiths, vedi il debutto dei R.E.M.) e coi nuovi dogmi dettati dalla “scandalosa” (per i devoti dei Joy Division et similia) Blue Monday a firma New Order.

Un anno zero, in pratica, che dopo ventitre anni sembra ripetersi nel medesimo pugno sentenzialista: il 2005, difatti, dopo una trafila di singoli già classici del terzo millennio debuttano gli LCD Soundsystem, l’ultima grande tappa della neo new-wave che idealmente chiude il cerchio in attesa del giro di boa della scena; e ironia della sorte, nello stesso anno altri prime mover, gli El Guapo, cambiano ragione sociale per rimettersi in gioco: come il migliore dei romanzi si va punto (Lcd Soundsystem) e a capo (Supersystem).

Gli El Guapo venivano da un disco come Fake French, lavoro in cassa dritta sì contrastante con le aritmie del precedente Supersystem, ma quella cadenza, ammiccante i Kraftwerk come gli eighties più kitch, drizzava l’udito e smuoveva il bacino: la battuta obliqua, irregolare e imprendibile indietreggiava per un 4/4 estremamente ballabile. La fine di una piccola e luminosa storia per il principio di un’altra.

Il contratto con la Dischord volge al termine e gli El Guapo, accordatisi con la Touch & Go, reclutano il drummer Josh Blair per la nuova sigla Supersystem. Il deja-vu è consumato: parimenti a quei Gang Of Four, carnefici di se stessi non appena Sara Lee mise piede nella line-up, i Supersystem legittimano il ricorso storico con l’ingresso del nuovo effettivo. Se non èil 1982 poco ci manca; e l’ascesa dei nuovi Liars di Drum's Not Dead - disfattisti come lo furono quei New Order – fotografa lo stato della scena esattamente come quei ventitre anni fa, con tanto di Moyer e compagni a mo di vittime sacrificali.

  • Born Into The World
  • Everybody Sings
  • Defcon
  • Six Cities
  • Click-Click
  • Miracle
  • The Love Story
  • Tragedy
  • 1977
  • Devour Delight

Supersystem - Always Never Again (Touch & Go, 2005)

di Gianni Avella

Dimenticati i fantasiosi esordi avant-rock degli El Guapo, i Supersystem sterzano definitivamente verso quel synth-pop che fa tanto (molto, troppo) anni ’80. Ora i Nostri badano più al concreto, al qui e ora, arrivando subito al punto (cioè all’orecchio) per la croce dei delusi fan e la delizia del Dj di turno. Il loro presente, oggi, significa far ballare e dimenare tutte le sale da ballo alternative e l’apertura tattica di Born Into The World , perfettamente baciata da un groove appiccicoso, farà le sue stragi danzerecce.

Always Never Again sembra uno di quei dischetti house che il giorno prima sono attuali e il giorno dopo già merce da purgatorio. Certo mica si parla di house music, ma la sostanza e la gradevolezza delle dieci tracce dura un ascolto, massimo due: te lo godi (Everybody Sings), te lo sudi (Defcon) te lo canticchi anche (Tragedy, il cui ritornello è puro Duran Duran style!!!) ma non appena si arriva alla fine (una De Your Delight che vorrebbe essere meditativa e psichedelica ma il suo effetto è tutt’altro che mistico…) ti accorgi che non è successo praticamente nulla… (5.4/10)

  • Not The Concept
  • The Lake
  • Eagles Fleeing Eyries
  • The Only Way It's Ever Been Done
  • Earth Body Air
  • Joy
  • The Pinnacle of Experience
  • Prophets
  • The City
  • White Light / White Light
  • Revolution Summer

Supersystem - A Million Microphones (Touch & Go / Wide, settembre 2006)

di Gianni Avella

E pensare che potevano essere i nuovi This Heat, un malinconico monito che tocca ripetere anche per il nuovo A Million Microphones. La contundente macchina avant-rock El Guapo non è più di questa terra e ora tocca accettare la nuova sigla Supersystem e gustarne il piacere effimero.

Rimane la rabbia, nuda e cruda, per come ora i Nostri badino più al riempi-pista da dopolavoro per la gioia di chi cerca qualche oretta disillusa anziché sfoderare quella stoffa avant che tanto ebbe da dire al principio del revival new wave. Si ravvisano microscopici scampoli di quella fantasia sopita (Eagles Fleeing Eyries gioca su una basslines à la Tina Weymouth; il singolare country-western di Prophets) ma quando la stessa zoppica non resta che ripiegare sul quasi plagio (ascoltare l’incipt di The Pinnacle Of Experience e diteci se non è identico alla Sykkelsesong dei divini Lindstrom & Prins Thomas).

Questa potrebbe sembrare una crociata personale contro i Supersystem ma cosi non è, c’è solo da acquisire la consapevolezza che l’oggi non è più ieri e sapere che chi ha gradito il precedente Always Never Again farà lo stesso con questo A Million Microphones; ma se un tempo il riferimento era This Heat oggi è tardi B-52's, senza tuttavia l’humor di questi ultimi… (5.0/10)