Trame strumentali fitte come ragnatele, fluido melodico lubrificante per un’accelerazione infinita, soundtrack poderosa di un dramma sonico. Questo è il fulcro delle Electrelane, quattro fanciulle intense e sferzanti, capaci di guardarsi dietro e dentro per scoprire strade taglienti verso il futuro.

Una ispirata creatività ed una irremovibile caparbietà caratterizza le Electrelane di Brighton (Sussex, Regno Unito), fin da quando le fondatrici Verity Susman ed Emma Gaze si agitano con tastiere e batteria nelle rispettive camere nel lontano 1998. Lucidamente coscienti sulla direzione da prendere anche durante i primi disordinati tour locali, tra cambi di line-up (l’ultimo riguarda la bassista Rachel Dalley, sostituita da Ros Murray) e fermento inventivo, nel 2000 riescono a dare alla luce i primi tre singoli (Film Music, Le Song e Gabriel); tempo un anno e sono pronte ad incidere il primo full-length, Rock It To The Moon, per la loro Let’s Rock! Records (supportata dalla Sony).
Ne risultano delle infaticabili trapeziste velvettiane aggrappate a liane art-rock (quella Film Music che per respiro e grandiosità può essere affine ai Godspeed You! Black Emperor, e Many Peaks dal piano malinconico e fiati dissonanti), esploratrici impavide di un krautrock seriale à la NEU! (il martellare di una sezione ritmica energica e secca in The Invisibile Dog, l’ipnosi industriale di Blue Straggler), diligenti alunne dei Sonic Youth nella progressione scalpitante e minimale della chitarra elettrica (in Spartakiade, U.O.R., e nella lunga cavalcata anfetaminica Mother), e infine registe floydiane dal grandangolo psichedelico (le scorribande della farfisa in quasi tutti i brani), sfumato quanto basta perché il soggetto - le strutture sonore - rimanga a fuoco.

Una grinta ed una personalità notevoli, ma le ruvidità ruspanti di Long Dark e Gabriel a volte sfuggono dalle mani, così come l’estro tracotante soffre dell’inconsistenza spettrale di The Boat (una sorta di antro dove respirare oscurità) e dei due minuti scarsi della ghost track chitarra & voce, segno di una maturità ancora tutta da conquistare. (6.5/10)
Una fede incondizionata nelle proprie potenzialità le fa comunque procedere spedite e sicure per la loro strada, il che potrebbe far pensare ad un’altezzosa chiusura o ad uno sprezzante snobismo in stile Riot Grrrl (le cui unghie graffianti andavano limandosi proprio in quegli anni). Lungi dall’essere delle ottuse barricadere post-femministe, le ragazze vantano al contrario numerose collaborazioni (la maggior parte con video artisti o giovani registi) ed influenze molteplici (basta leggere i nomi della “thank-you list” del booklet di Rock It…) che confluiscono in una più ampia visione artistica e che fa della cooperazione una delle linee guida.

The Power Out del 2004 dilata infatti il raggio d’azione del quartetto, attirando nell’orbita lingue diverse, con un filosofo (Friedich Nietzsche), una scrittrice (Radclyffe Hall) ed un poeta (Siegfried Sassoon) ad ispirare la scrittura dei primi testi: infatti le Electrelane scelgono di cantare, con voce fragile e ombrosa, talmente poco impostata da ricordare il primo Jason Molina, e vanno a rendere omaggio a sua asprezza Steve Albini scordando a casa (volutamente) la Farfisa, che tanta parte aveva giocato nel definire la psych rombante del notevole esordio.
Così, cadono molti veli ed escono allo scoperto ossa e giunture: è per molti versi pop rustico spremuto ad attitudini garage, sbilanciato verso la post-urbanità selvatica dei Clinic, zeppo di retrogusti aciduli e misteri folk-blues (Oh Sombra!); però poi d’un tratto è qualcos’altro, fatamorgana gotico-teatrale (la sorprendente The Valleys, che mette in musica un poema di Siegfried Sassoon coinvolgendo il coro “a cappella” di Chicago) e addirittura post-wave versante electro (le macchine Kraftwerk in Love Builds Up).
È bello sentire queste ragazze scendere a patti con i propri limiti (soprattutto vocali) e schiacciarli come insetti in virtù di una calma, determinata creatività. Fiere e naturali quando ricorrono a idiomi alternativi (il tedesco, il francese, lo spagnolo), lievi ma penetranti come chi ti guarda dall’altro lato del problema, senza mai strafare, solo rimestare elementi più o meno antichi (dagli echi appalachiani al neo-kraut) ravvivandone le proprietà fascinatorie.
Suonano errebì con più o meno vago sapore tex-mex (Birds, tra certi Yo La Tengo e PJ Harvey), folk-rock dall’ebbro disincanto (quella Enter Laughing che sembra un reperto Velvet Underground periodo Loaded), post wave pervasa di penombra (l’iniziale Gone Under Sea) e refoli cibernetici (l’electroclash innervata New Order di Only One Thing Is Needed).
Discorso a parte meritano l’ottima This Deed (come dei White Stripes folgorati da una full immersion Can) e la conclusiva You Make Me Weak At the Knees, memore della levità esotica e odorosa di certo Jim O’Rourke, breve soundtrack di un pensiero lasciato decantare.
Un disco che si insinua con la leggerezza di un ragno, cattura, inquieta, diverte, avvelena. (7.3/10)

E la calligrafia mancina delle Electrelane non sembra (o non vuole?) stancarsi di partire dal basso per schizzare sull’alto del rigo e tornare prontamente al centro. Il flusso discontinuo di mirabolanti acrobazie sonore tra accelerazioni e brusche frenate, quel sobbalzo sismico di cui sono ormai esperte artefici continua con il recente Axes. Se anche in questo caso le quattro ragazze non perdono un colpo rispetto al passato, facendo risplendere le naturali asperità e il fragore convulsivo senza ritoccare i propri limiti, è anche vero che la porta d’uscita - o d’entrata - per il loro universo è sempre la stessa: progressioni sconfinate, rigore ritmico, melodie vagamente pop, attenzione per i dettagli senza risultare per questo costruite. Pregi e difetti di chi suona entro un determinato genere, che (il più delle volte) rischia di annebbiare la vista e sbattere, chiudendo, porte di più prolifica inventiva.
Così, con un salto che pare più a lato che indietro, le quattro si rinchiudono per un giorno nello studio di registrazione e danno sfogo - in presa diretta - alla loro verve strumentale, preferendo mettere da parte la sperimentazione canora che le aveva distinte in precedenza (tant’è che l’album suona come un’opera o una live session). Salgono su una fiammante macchina sonora sempre accompagnate dal loro - mai troppo invadente - supervisore Steve, pronte a macinare chilometri e chilometri di follia lisergica, di contaminazioni garage-rock-folk-blues costeggiando la solenne eredità europea, come il pianoforte che greve si fa spazio fra i rumori del breve intro One, Two, Three, Lots, spiccando un volo circolare abbagliato dal canto sgraziato e dall’elettricità chitarristica di Bells. Spie di gelosia si accendono invece nel tango vorticoso di Eight Steps, tra accordion parigino, drumming abrasivo, archi notturni e stridule corde sfregate. Un estenuante sussulto, una passione cercata ma soffocata dal controllo, che sembra non avere soddisfazione, che apre varchi di celestiale melodia trasfigurandosi in una soffocante coda noise (If Not Now, When?), che rimane volutamente statica, trincerata dietro un muro di feedback (Atom’s Tomb), che lascia presagire un viaggio per chissà quali oscuri luoghi in cui l’unica, flebile luce percepibile è il luccichio di un sassofono Chance-iano (Gone Darker).
Visionarie, energiche le Electrelane, rabbiose quando serve (la svogliatezza del basso sotto una coltre di incalzanti distorsioni & spigolosità di Those Pockets Are People, sfocia poi in una delirante rilettura della The Partisan di Cohen), ma capaci di smussare gli angoli e far fiorire all’improvviso un banjo tra un coro maschile e il fischio di una cornetta (I Keep Losing Heart), o di costruire una piccola suite dalla complessa sovrapposizione vocale (ancora una volta Chicago A Cappella e Verity Susman, naturalmente) come Suitecase, persa tra filamenti garage e organo claudicante in un fosco inno alla gioia.
Axes va pertanto considerato come un’unica danza interminabile fra i più diversi umori, che trovano il modo di esaltarsi così come di consumarsi nelle loro stesse ceneri. (7.0/10)

Infaticabili Electrelane. Intente a registrare il seguito di Axes, pubblicano nel frattempo una raccolta di singoli, b-side e versioni live dei loro brani migliori, operazione insistentemente richiesta dai loro fan.
E ci sono proprio tutti: dalla versione orginale di Film Music (appena più lunga e tesa nei fraseggi di Farfisa) e Le Song (dalle chitarre dirette a taglienti) a Long Dark (asciugata da Albini sia nel minutaggio, che nelle asperità), da U.O.R a Oh Sombra! (suonata per John Peel).
Non potevano certo mancare le preziose b-side, come la notevole Today (decisamente più indie nell’approccio rispetto ai loro standard) o l’esplicita I Love You My Farfisa (breve inno allo strumento amato, con voce al vocoder), accompagnate da un assaggio live di brani preferiti dalle stesse ragazze, Birds (gustosa anche dal vivo), More Than This e la doppietta senza tregua Those Pockets Are People / The Partisan che ben dimostrano come le Nostre sappiano domare il palco e infuocare il pubblico con i loro sciabordii sonici.
Una prova in più del talento delle Electrelane, se mai ce ne fosse stato bisogno. Non resta che aspettare il quarto album, intanto i completisti si crogioleranno nella gioia di questo regalo, confezionato appositamente per loro. (6.3/10)

C’era molta attesa per questo nuovo album in studio delle inglesi Electrelane, attese al varco dopo le stupefacenti prove di The Power Out ed Axes che ne avevano consolidato lo status di band culto della moderna geografia musicale internazionale. Un’aspettativa resa ancora più vibrante dall’incertezza su quello che sarebbe stato il contenuto di questo No Shouts, No Calls avendoci, le ragazze di Brighton, abituati a repentini quanto impossibili cambi di direzione. Gia dall’iniziale The Greater Times, però, si capisce che questo lavoro parla il verbo del pop, angolare, sofisticato, emancipato, brillante, perspicace addirittura contemporaneo nella sua classicità sospesa tra (post) kraut rock e modernariato Stereolab ma comunque lontano anni luce dalle improvvisazioni in presa diretta del precedente Axes. Canzoni di una lievità e di una immediatezza sorprendenti, come dimostrano le ninne nanna elettrificate di Cut And Run e At Sea oppure le ombre degli Yo La Tengo evocate in After The Call e tra gli arrangiamenti di archi di In Berlin preziosi esempi di come si possa suonare derivativi senza perdere in lucidità e personalità. (7.2/10)