Nel suo coniugare con semplicità e naturalezza idioma post-rock e tradizione folk, la musica degli americani Early Day Miners rappresenta l’ideale superamento del cosiddetto slow-core

Già protagonisti delle euritmie oscure e cervellotiche degli Ativin (Bloomington, Indiana), Daniel Burton e Rory Leitch nel 1998 decidono di dar vita a un nuovo (e parallelo) progetto musicale, nel quale coinvolgono Joseph Brumley, Matt Lindblom, Jonathan Richardson e Matt Griffin. L'idea prende subito corpo, ma bisognerà attendere due anni prima di vedere l'album d'esordio. Ma è un'attesa ben ripagata, perché Placer Found (2000) - con un sound dilatato e dalle sottili delicatezze folk, tanto intenso quanto esiguo nelle strutture - decreterà la nascita degli Early Day Miners, un'entità sonora dai paesaggi intimi e visionari. Formatisi sulla scia di gruppi come Slowdive, Codeine e Low, gli Early Day Miners si discostano da quei percorsi cupi e desolati, schivandone quanto più possibile certe buie e torve lentezze, prediligendone invece l'aspetto più familiare e vicino alle tradizioni.
Tra prospettive di sperimentazione e nostalgie popolari, la formazione del midwest americano ha anche il tempo di cimentarsi nella realizzazione di una colonna sonora per un cortometraggio di Chris Bennett, Stateless (ep, 2001): una parentesi appagante, ma scarsamente rappresentativa delle reali capacità degli EDM. Potenzialità che la band dimostra di possedere con i successivi Let Us Garlands Bring (2002) e Jefferson At Rest (2003): lavori d'indiscutibile fascino, in cui si individuano strati geologici di un rock immaginario e anacoreta, permeato da chitarre intorpidite, da una voce avvolgente (quella di Dan Burton) e da armonie che traggono sostentamento da un prezioso sottosuolo di "usi e costumi". The Sonograph (Acuarela, 2003) e All Harm Ends Here (2005), tra rimandi spazio-temporali e ritagli di nu-folk, confermano l'autenticità del gruppo americano.
- Bravi, non sbagliate un colpo. Tutti i vostri album sono profondi,
intensi ed emozionanti. Quando scrivete una canzone avete un segreto o
conoscete una formula magica?
- Grazie. Molte delle nostre canzoni sono frutto dell’arrangiamento di
idee di base, la melodia mi viene in mente mentre suono la chitarra. Una tattica
potrebbe essere quella di avere a portata di mano diverse chitarre dentro casa,
in modo tale che diventi facile prenderne una ed iniziare a suonare. Per noi
scrivere musica è spesso un processo molto lungo perché ricontrolliamo
sempre quello che abbiamo scritto. È una cosa buona rivedere e correggere
il proprio lavoro perché la maggior parte dei gruppi mette in circolazione
una gran quantità di materiale pur di ottenere buone canzoni, ma il più delle
volte la qualità è scadente a causa della cattiva abitudine di
scrivere canzoni senza alcun criterio, bensì per abitudine.
- Nel fare una canzone pensate prima alla musica e poi alle parole?
In genere viene prima la musica. La registro su una cassetta che
poi sento in macchina, oppure la trasformo in mp3 in modo da ascoltarla quando
posso. Le parole e le melodie vengono fuori ascoltando le cassette e ripetendo
il motivetto. Una canzone come “Perish Room” è molto originale
perché il testo e il tema del motivo mi sono venuti in mente prima
di scrivere la musica.
- I testi sono importanti nelle vostre canzoni? Voglio dire: sentite
il bisogno di lanciare dei messaggi precisi a chi vi ascolta?
I testi sono molto importanti. Alcune delle nostre canzoni vogliono
comunicare idee politiche, alcune sono basate sull’osservazione ed
altre invece sono personali. Per esempio “Jefferson” ci ha offerto
la possibilità di tornare indietro nel tempo e di chiedere a Thomas
Jefferson (un vecchio presidente degli USA) come si sarebbe comportato nel
trattare molti dei problemi verificatesi negli USA: in poche parole, si tratta
di temi politici. “Texas cinema” parla di una gita fatta da me
diversi anni fa, in alcune zone del Texas; in essa descrivo le immagini che
scorgo guardando fuori dal finestrino. “Offshore”, infine, parla
della mia infanzia trascorsa nel sud degli Stati Uniti.
- Che tipo di approccio avete nello scrivere e nel registrare
un album?
Ci piace avvicinarci alla scrittura e alla registrazione di un album con lo
stesso entusiasmo che un regista ed un operatore cinematografo hanno nel fare
un film. Lentamente e con passi misurati.
- C’è il post-rock e ci sono le tradizioni americane.
In mezzo c’è la vostra musica?
Mi diverto a suonare, ma l’America è un posto difficile per la
vita di un gruppo. In un grande stato quale l’America tu sei una persona
come un’altra, quindi per ottenere la fama devi essere in grado di trovare
sempre nuove direzioni. Ci sono milioni di gruppi qui, e per farti notare e
per realizzare dei tour devi costruirti un’identità, prefiggerti
degli scopi e lavorare duramente. La musica si ripete sempre, per questo motivo
si ha il desiderio di ascoltare sempre qualcosa di nuovo. È piacevole
sapere che esistano gruppi che inventano della musica nuova, strana. Il termine
post-rock è usato dai giornalisti per classificare la diversità e
l’originalità di molti gruppi ma, il più delle volte, è usato
in modo improprio. Sono contento che esistano molti gruppi capaci d’amalgamare
il vecchio con il nuovo, questo infatti è quello che noi proviamo a
fare.
- Ascoltando la vostra musica s’intuisce che non amate il
concetto di “velocità”, mi sbaglio?
- Ci viene naturale scrivere musica molto lenta, piena d’atmosfera. Non è però una
cosa intenzionale! Ci piacciono anche quei gruppi che suonano in modo “veloce” e
che fanno molto rumore. A volte lo facciamo anche noi.
- Cosa ne pensi della musica elettronica d’oggi ? È per
caso il nuovo rock’n’roll?
- Mi piacciono i Tarwater, i To Rococo Rot, i Prefuse
73, gran bella musica.
Dubito, però, che si potrà parlare di nuovo rock’n’roll
perché, fino ad oggi, trovo noioso ascoltare quella musica nei party.
La musica elettronica è un qualcosa di isolato dalle emozioni (ad eccezione
della “ambient music” di Brian Eno). Quando le persone escono per
divertirsi è naturale che preferiscano suoni istintivi/viscerali. Tu
non puoi superare il suono di una batteria dal vivo. È qualcosa di fisico,
forte e potente. Un glitch digitale non potrà mai competere con nessuna
intensità di volume di una batteria. I New Order sono stati i migliori
in questo perché hanno saputo unire la musica elettronica a quella rock,
creando un tipo di suono che ti dà un vero e proprio scossone.
- Le influenze musicali sono...
Ah, troppe da elencare. Adesso sto ascoltando “Yellow Moon.” dei
Neville Brothers. Mi piacciono anche: Lisa Germano, Emmylou Harris, Windsor
for the Derby, Eno, Tom Tom Club, Tones on Tail, Lou Reed, Arvo Part, Daniel
Lanois, i primi U2 e REM, gli Slint, i Meters ed un milione d’altri gruppi.
- Oltre i Neville Brothers, attualmente quali sono i gruppi o i
cantanti che stai ascoltando?
Adesso mi piace molto ascoltare gli American Music Club e i New Order.
- A me piace “Jefferson at Rest”. Tu invece quale dei
tuoi album preferisci?
Mi piacciono tutti per motivi diversi. Sono contento che ti piaccia Jefferson
at Rest. Piace molto anche a me, soprattutto l’ultima canzone di quel
disco “Cotillion”. A volte penso però che “Placer
Found” sia il nostro disco migliore perché il suono è puro
e innocente. Nel farlo abbiamo provato ad essere quanto più possibile
essenziali.
- Parliamo un po’ di “The Sonograph”…
Abbiamo realizzato The Sonograph quando Jesus di Acuarela ci ha chiesto se
avremmo voluto fare un ep. Non ne avevamo mai realizzati prima , quindi è stato
un progetto eccitante. The Sonograph è una risposta diretta al suono
spoglio di “Jefferson at Rest”. L’idea era di creare 5
pezzi con atmosfere acustiche, fondendo le une dentro le altre. Una sorta
di suono equivalente alla sensazione che si ha attraversando una galleria
d’arte.
- Tu fai parte anche degli Ativin, vero? Non hai problemi d’identità?
Sì, suono anche con loro ma non mi è difficile partecipare a
entrambi i progetti, perché sono due entità artisticamente differenti.
Gli Ativin fanno cose che gli Early Day Miners non potrebbero fare, e viceversa.
- Mi dici brevemente quali sono le differenze tra gli EDM e gli
Ativin?
- Beh…gli Ativin sono un trio (due chitarre, una batteria e nessun basso).
Scriviamo pezzi spigolosi, dark e d’umore psichedelico. La musica degli
Ativin, dal punto di vista delle emozioni, è un po’ diversa da
quella degli Early Day Miners. Quest’ultimi suonano brani che hanno una
struttura tradizionale.
- Sta bruciando casa tua e hai tempo di salvare solo cinque dischi.
Quali salveresti?
1. Windsor for the Derby - Calm Hades Float
2. U2 - Unforgettable Fire
3. Emmylou Harris - Wrecking Ball
4. Gorecki - Symphony no 3
5. Lou Reed - Transformer
- Avete dei progetti per il prossimo futuro?
Per il momento stiamo lavorando duramente per il prossimo disco degli EDM,
che sarà pubblicato per la Secretly Canadian all’inizio dell’autunno
venturo (All Harm Ends Here, pubblicato a inizio
2005, ndr.). A tal proposito, in occasione del tour italiano proveremo alcune
nuove canzoni.

Annunciato in copertina da due immagini paesaggistiche in bianco e nero sgranato (opera del fotografo Chris Bennett), che sembrano evocare un’America spettrale sospesa tra Lee Masters e Poe, Placer Found raccoglie sette ballate lente e scheletriche, che accostano le indolenze umorali dei Codeine, l’incedere sognante degli Slowdive, la fragilità dei Talk Talk e la ruralità del Neil Young più intimistico.
Introverso e oscuro ma al tempo stesso cullante come una ninnananna, Placer Found rappresenta uno dei punti di svolta del genere slowcore, soprattutto grazie alle tessiture chitarristiche avvolgenti che sembrano rifuggire la glacialità suggerendo, anzi, un feeling comunicativo e “familiare” fin dai primi ascolti. Si sentano in particolare l’impetuosa Texas Cinema, la fragilissima In These Hills ed il crescendo dirompente di Desert Cantos, che anticipa le cavalcate epiche di Let Us Garlands Bring. (7.5/10)

Realizzato come colonna sonora per il cortometraggio in super8 Stateless, diretto dal fotografo e film-maker Chris Bennett (e che è possibile visionare sul proprio pc eseguendo la traccia rom contenuta sul cd), questo ep inciso per la piccola etichetta The Great Vitamin Mistery racchiude cinque episodi flemmatici e dilatati nei quali la band di Dan Burton duetta con i post-rockers Unwed Sailor.
Immaginifiche e strettamente legate alla forza evocativa delle immagini (che suggeriscono un ideale viaggio psichico intorno al globo), le composizioni risultano efficaci ma alla lunga lievemente stancanti.
Da segnalare il booklet con le belle immagini fotografiche di Bennett, che immortalano il Muro di Berlino, la Giants Causeway in Irlanda del Nord e il Ft. Morgan State Park in Alabama. (6.5/10)

Per tante volte abbiamo provato a mettere in luce l’afflato
doloroso e drammatico che vive nascosto in un disco, quasi che
la musica potesse essere un termometro delle sensazioni più insondabili
dell’animo umano. Per tante volte abbiamo provato, con
un gioco un po’ crudele e un po’ utopistico, ad entrare
nella poetica stessa che sta alla base della creazione di una
raccolta di canzoni. Ma questa volta il processo va in direzione
contraria: la scaturigine di sentimenti, la tempesta emozionale
anarchica e inarrestabile, il big bang iperreale che sprigiona
dalle note di Let Us Garlands Bring è qualcosa
di più, è lo specchio stesso della nostra anima.
La musica degli Early Day Miners, al pari di quella dei Sigur Rós,
dei Piano Magic e di quelle poche altre formazioni che hanno
fatto della forma sonora la propria espressione esistenziale, la propria ragione
di vita, non può essere spiegata a parole: va sperimentata sulla propria
pelle, senza barriere protettive, con tutti i rischi e i pericoli che ne possono
conseguire. Chiamatelo slowcore, new folk o in un qualsiasi altro modo:
da qualunque prospettiva razionale vi poniate, non riuscirete a cogliere che
una piccolissima sfumatura di quel “non luogo” che corrisponde al
vortice dei sentimenti di un uomo (Dan Burton, giunto alla terza prova, se si
considera anche l’ep Stateless, con la sua band-estensione
Early Day Miners), fotografato nella sua essenza creativa più profonda
e – verrebbe da dire – “nuda”.
Davvero difficile, forse impossibile, penetrare quella coltre di nubi grigie
e meravigliose che in poco più di un’ora di musica ci regala una
galleria di drammi sonori per voce, chitarre e poco altro quali Centralia, Offshore, Autumn
Wake, A Common Wealth. Impossibile, pretenzioso e forse inutile,
da parte del critico, voler dare una spiegazione a una così disarmante
esplosione di sentimenti, a un così commovente trattato d’umanità.
E certamente imperdonabile, per l’ascoltatore, la pigrizia nel non voler
affrontare un’opera tanto “scottante” e di ardua fruibilità.
Ma così unica nel fermare la realtà, e non poterla, non volerla
mai più ripetere. (8.5/10)

Ricordi annebbiati di guerre del passato, profezie drammatiche di guerre
imminenti. Con Jefferson At Rest, che arriva
a breve distanza dallo stupendo Let Us Garlands Bring,
Dan Burton e i suoi Early Day Miners scelgono una strada sottilmente metaforica
e rievocano un immaginario legato alla Guerra Civile americana, tra memorie
di un passato storico che sembra sempre ritornare e suggestioni puramente
soggettive, mediate dai ricordi infantili dello stesso Burton, cresciuto
tra una fattoria nella campagna del Kentucky e una casa cittadina nella
sudista Mobile, Alabama.
Intenso e colmo d’inquietudine ma non di disperazione, Jefferson
At Rest guadagna in stringatezza e coesione rispetto ai lavori
precedenti e mette in maggior rilievo il lato cantautoriale di Burton, evidente
soprattutto in Jefferson e McCalla, brani dove – dal
punto di vista vocale e strumentale – si possono rinvenire echi quasi pop,
non distanti dall’ultimo Michael Gira o dal Peter
Gabriel dei primi anni ’80. Ma se il talento di Burton è ormai
indiscutibile, sarebbe un peccato non accorgersi del ruolo di primo piano svolto
anche dagli altri musicisti del collettivo, che ha due punti di forza irrinunciabili
nel violino di Maggie Polk e nelle vocals di Erin Houchin,
che impreziosiscono la delicatissima New Holland. Il meglio, però,
viene forse alla fine: avviata da stille di piano che vanno a mescolarsi al gioco
incrociato di voce e violino e alle chitarre elettriche ardenti che sono ormai
il segno distintivo degli EDM, Cotillion chiude l’album tra eleganza
e magia, in un crescendo appassionato che risuona ancora nelle orecchie dopo
che il cd ha finito di girare.
Una grande prova d’autore, e la consacrazione definitiva di un’altra
band “minore” che ha ormai raggiunto la maggiore età. (8.0/10)

L’Acuarela di Madrid pare averci preso gusto nel pubblicare EP di gruppi appartenenti all’indie-rock americano. Questa volta è toccato agli Early Day Miners che di buon grado hanno accettato l’invito dell’etichetta spagnola: “Abbiamo realizzato The Sonograph quando Jesus di Acuarela ci ha chiesto se avremmo voluto fare un ep. Non ne avevamo mai realizzati prima, quindi è stato un progetto eccitante” (Dan Burton).
Tra lentezze strumentali (Mosaic II), soffici digressioni di chitarre psycho-lisergiche che improvvisamente si ammutoliscono in un vuoto di rumori impalpabili (Misrach), avvisaglie di forme canzoni dall’incedere post-country (Albatross) e nenie di tendenza Low-iana (Perish Room), The Sonograph sfoggia tutto il suo splendore nel flebile canto di Burton e nelle note stracolme d’intimità di Bedroom, Houston (incantevole è l’aggettivo più appropriato per definire questa canzone).
Dal numero dei brani (sei!) e dalla durata complessiva del mini-cd (ventisei minuti!), s’intuisce che la formazione americana d’eccitazione ne abbia avuta abbastanza - a momenti stavano per realizzare un long-playing.. -. Ciò che invece lascia un po’ perplessi è la mancanza d’ispirazione (alias fervore artistico) in alcuni episodi del disco, quali Mosaic II e Bijou, in cui trovano spazio leziosità e reiterazioni poco edificanti. Del resto la perfezione non fa al caso nostro! Non credete? (6.8/10)

All Harm Ends Here raccoglie gran parte delle esperienze musicali maturate in questi cinque anni dagli Early Day Miners. Una sorta di compendio artistico involontario e proteiforme, che intreccia il torpore di Placer Found (2000), l'impeto passionale di Let Us Garlands Bring (2002) e l'aspetto cantautoriale di Jefferson At Rest (2003), trovando nella confortevole voce di Dan Burton e nelle mitezze armoniche di The Way We Live Now e We Know In Part degli autentici e inconfondibili marchi di fabbrica.
Ma se da un lato si scorgono strutture di un passato arido e abulico (The Purest Red) e scampoli di elettricità che si muovono sulle guide di uno slow-core sgretolato e talvolta prossimo al noise (Errance), sull'altro versante si intravedono tracce oscure e caliginose, come la strumentale Precious Blood (suonata à la The Edge) e All Harm, che insegue più di ogni altra gli strascichi sonori di formazioni quali Bauhaus ed Echo & The Bunnymen. Elegie dilatate e barlumi di violini (sono gli archi di Maggie Polk) che fluttuano sulle onde di un mare profondo, ora fermo, ora agitato. Nove solchi rispettabilissimi, permeati dal sincronismo di una collaudata sezione ritmica - Matt Griffin (Architecture) alla batteria e Jonathan Richardson al basso - e dalle aperture chitarristiche di Joseph Brumely e Kirk Pratt, che suona anche le tastiere.
Un album che si sposta a proprio agio all'interno di costruzioni elettriche (Comfort/guilt), mescolando avidamente ballate dai rimandi post-chicagoani (The Union Trade) e brani dai riverberi popolari (Townes). Un lustro di EDM, quindi, ma anche un dondolante andirivieni di opalescenze neo-tradizionali e ambienti tenebrosi, che a stento riuscirete a scrollarvi di dosso. Scommettiamo? (7.0/10)

Curioso modo di concepire un album: prendi Offshore, una canzone contenuta in Let The Garlands Bring, e ne espandi il tema, le suggestioni, ne fai - a detta degli stessi Early Day Miners - il "director's cut". Il risultato è un album in sei movimenti che ripropone la band di Bloomington in gran spolvero. Assistiamo alla solita discreta irrequietezza slowcore del tutto soddisfatta del proprio svolgersi, indifferente al rischio di banalizzazione (più che un rischio, una certezza) delle modalità "post" cui Burton e compagni ricorrono con la solita intensità. Ad esempio in Silent Tents e in Sans Revival, entrambe concepite come una sorta di "supplemento d'indagine" - senza soluzione di continuità - rispetto alle tracce che le precedono, ravvivando le coordinate ora grazie ad una vivida contrapposizione tra fragranza ritmica ed iridescenza timbrica, ora in virtù del canto di Daniel Burton impegnato in febbrili delicatezze O'Rourke/Peter Gabriel.
Si rafforza il sospetto che gli Early Day Miners siano un equivoco non del tutto compreso, che nel post-rock in fondo siano capitati per caso, colti dal fortunale lungo una rotta forse incerta ma indipendente. Che difatti prosegue tenendo la barra tra il soul oppiaceo degli Afghan Whigs e una timbrica frastagliata - l'incrocio di chitarre, un'armonica vaporosa - non troppo lontana dai fantasmi blues dei Talk Talk di Spirit Of Eden (Deserter), scandagliando quindi scure profondità tribal-dark (i grugniti delle corde, l'organino acidulo in Hymn Beneath The Palisades) per poi inventarsi in Return Of the Native un canto di sirena western (grazie all'ugola trepida e smaltata di Amber Webber dei Black Mountain) come un sogno didascalico a metà strada tra Calexico e Chris Isaak. Quel che resta del post è un'accolita di naufraghi che, calpestando terre sconosciute, sta realizzando, finalmente, una Patria. (6.5/10)