A ventisei anni di distanza dall'esordio, Keep Breathing segna il nuovo “return” di Viny Reilly e dei suoi Durutti Column. Per l'occasione, SA ripercorre le tappe della leggendaria band mancuniana.

“Mai così tanti dovettero tanto a così pochi”. Ci permettiamo di scomodare addirittura Winston Churchill, ma queste poche parole - pronunziate a sintetizzare il conflitto del 1940 – basterebbero da sole a giustificare l’esistenza di tutta la scena shoegazer e dream-pop nata sul finire degli anni ’80; solo che i tanti cui ci riferiamo (Slowdive, Cocteau Twins, metà del roster 4AD e buona parte del catalogo Creation) non devono a pochi bensì ad uno, un uomo con la chitarra nato nell’umida Manchester un giorno del lontano 1953.
Il mancuniano Viny “Vincent” Reilly nasce a Didsbury, cittadina poco lontana dal centro di Manchester, e sin dalla tenera età di tre anni avverte che la musica sarà l’inseparabile compagna di una vita. È il pianoforte, strimpellato nel tentativo di emulare il jazz d’antan di Art Tatum e Fats Waller, a stimolare le articolazioni del giovane ragazzino che mutuerà quella lezione jazzistica per impegnarla, sette anni più tardi, nel suo secondo amore, la chitarra.
Sei corde che per lui, giovane nato poco dopo la seconda metà del secolo scorso, equivale confrontarla - in pieno ’77 - coi giovani reietti del punk-rock. L ’incontro avviene col tramite di Ed Banger and the Nosebleeds, sorta di Yarbirds del primo punk, dato che tra proprie fila sfileranno, chi prima chi dopo, molti dell’intellighenzia musicale a venire (vedi tra gli altri alla voce Morrissey). Nel gruppo Viny è il chitarrista e la sua permanenza durerà giusto il tempo di un singolo, Ain’t Been To No Music School, celebre anzitutto per il violentissimo retro Fascist Pig (si era sotto il regime Thatcher). Avvicendato da Billy Duffy (poi nei gothic-rocker The Cult), Viny lascia i Nosebleeds proprio mentre un giornalista della granata Television, Tony Wilson, nel suo programma "So It Goes" regala al giovane popolo mancuniano le prime immagini dei Sex Pistols e degli eroi locali Buzzcocks. Il giovane e “rampante” Wilson avverte che la rivoluzione è prossima, basta solo dargli un immagine e renderla palpabile.

Nel contempo Viny Reylli, in compagnia di Phil Rainford alla voce, Stephen Hopkins alle tastiere, Tony Bowers al basso, Chris Joyce alla batteria e Dave Rowbotham alla chitarra (questi ultimi due provenienti dalla meteora Fast Breeder) suona in vari locali della città nelle vesti di Durutti Column, moniker omaggiante il plotone attivo nel conflitto civile spagnolo e capeggiato dall’anarchico Buenaventura Durutti. Tra una tappa all’Electric Circus e qualche concerto in compagnia dei Joy Division, i Durutti saggiano il palco del Factory Club, nuovo locale gestito da Wilson, l’attore mancato (e novello manager) Alan Erasmus e dal grafico Peter Saville, ovvero i 3/4 di quella che sarà la Factory Records. L’idea ora è di immortalare quel feedback tra pubblico e musicisti, tra pensiero e dato di fatto: è il 1978 quando il doppio 7” A Factory Sampler (seconda uscita della label che segue un poster del solo Saville) inaugura il catalogo musicale dell’omonima etichetta e conta, oltre alla singolare “comparsa” del commediante John Dowie, sulla presenza di Joy Division, Cabaret Voltaire, Durutti Column e nella produzione – per i soli Curtis & Co - di tale Martin Zero meglio conosciuto come Martin Hannett, ultimo tassello dell’organigramma Factory.
I mesi trascorsi tra l’uscita del sampler e il debutto dei Durutti Column sono però costellati da continue incomprensioni all’interno del gruppo, tant’è che i “separatisti” Rowbotham, Rainford e Hopkins andranno a formare i modesti The Mothmen mentre Chris Joyce e Tony Bowers completeranno la line-up dei nascenti (sic!) Simply Red.

Si arriva cosi all’alba degli ’80 con un disegno ben preciso: Durutti Column è un entità peregrina, con l’unico effettivo Viny Reilly aperto a qual si voglia collaborazione. The Return Of The Durutti Column (1980, Factory) vede quindi il nostro accompagnato dal basso di Pete Crooks, dalla batteria di Phillip "Toby" Tomanov (ex Ed Banger and the Nosebleeds e futuro Primal Scream) e Martin Hannett, che oltre a produrre suona le tastiere e fa da cerimoniere nell’iniziale Sketch For Summer, un eterea ballata nata come se il punk non fosse mai esistito. I pochi rigurgiti “settantasettini” annessi al Factory Sampler vengono qui ulteriormente smussati e modificati tanto da ipotizzare una chamber-music del dopo-punk: il folk (Katharine, Conduct), il jazz (un po’ ovunque, specie nella schietta Jazz) e musica classica (la chitarra di In "D" che fraseggia come un quartetto d'archi) vengono rivisti con gli occhi fragili di provetto folk-singer, un loner precursore anche di quell’esistenzialismo da cameretta allorché Reilly combina chitarra ed elettronica (povera?) nella citata Sketch For Summer. (7.0/10)

L.C. (Factory, 1981), acronimo che sta per Lotta Continua (sì, proprio il movimento extraparlamentare italiano), porta la posta ad un nuovo livello: via Martin Hannett dentro Bruce Mitchell, batterista e unica presenza continua all’interno dei Durutti. Prodotto da un Viny in evidente stato di grazia e per niente vittima del fantasma di Hannett, L.C. armonizza in modo ancor più malinconico, grazie anche la presenza del cantato, le intuizioni del precedente lavoro; è qui che prende forma tutto quell’immaginario malinconico 4Ad (Sketch for Dawn (2), la bellissima Never Known) e new-wave (The Missing Boy, commosso omaggio, anche musicalmente, allo scomparso Ian Curtis) tipicamente anglosassone che Viny, nella sua esile posa, rispecchia nello schivo e mesto andare. (8.0/10)
In Another Setting (Factory, 1983) l’ipotesi di chamber music sembra quasi concretizzarsi e lo stuolo di collaboratori, Richard Henry al trombone, Maunagh Fleming all’oboe, Blaine Reininger al violino e viola, Mervyn Fletcher al sassofono, Caroline Lavelle al cello e Tim Kellett alla tromba, coincide con una verve che stenta ad ampliarsi ma riesce anche, nella dolcissima sinfonia di Prayer, a toccare corde emozionali che oggi diremmo new-age; Second Family, sorellina della Detail for Paul di L.C., denota tuttavia un’istantanea, collimante con staticità, che sarà costante prerogativa di tutto il Durutti-pensiero susseguente. (6.0/10)
Without Mercy (Factory, 1983) tenta pertanto di rialzare la testa musicando, a mo di pièce tardo progressive, il poema La Belle Dame Sans Merci di John Keats. L’intento è nobile e in diversi frangenti del primo lato (parliamo del vinile) sembra davvero di trovarsi nel romantico scenario del poema, lì tra il cavaliere e la leggiadra donna dai lunghi capelli, ma certe trovate proto-dance nella seconda parte e la maestosità degli arrangiamenti – la critica scomoda addirittura il Mike Oldfield pomposo di Tubular Bells – fanno di questo lavoro un’occasione che poteva/doveva esser meglio ragionata. (5.5/10)
Oltre a fare i conti con un ispirazione vacillante e vaga, Circuses And Bread (Factory, 1985) perde anche la lotta con le stella ormai brillante dell’amico Morrissey e dei suoi Smiths, questo mentre dagli Stati Uniti una compagine denominata R.E.M. riconcilia, cosi come Johnny Marr, con la Rickenbacker di Roger McGuinn; è la consacrazione della nuova psichedelica e del Paisley Underground, un mondo troppo nuovo per Viny che vivacchiando troverà il tempo per qualche altra soddisfazione (il live giapponese Domo Arigato sarà il primo pop album inglese ad essere immortalato su Cd; l’apparizione nel debutto solista di Morrissey, Viva Hate), correlata a lavori che tra un balbettio di troppo vivono più del mito che li circonda piuttosto che per la musica prodotta; questo non significa che i dischi post Circus And Bread siano da evitare, solo che la formula “ascoltato uno/ascoltati tutti” legittima la natura di tali lavori. (5.5/10)

Come porsi quindi dinanzi al nuovo Keep Breathing (Artful Records / Audioglobe, 17 marzo 2006) se non con giustificati pregiudizi di sorta, labili però non appena il nostro ricorda di cosa è capace con la sua soffice (solita…) mano vellutata? È una questione veramente difficile, credetemi, perché canzoni come le sue nascono da e per il cuore, il suo come il nostro, e la cosa sorprendente è che anche un disco non eccezionale (ma quanti dischi sono eccezionali oggi?) come Keep Breathing riesce ad essere credibile e - scusate se è poco - fortemente sentito.
Certo, episodi come Nina e It’s Wonderful sembrano più farina degli ultimi e prolissi Simple Minds che non di Reilly, ma poi gli basta un gesto (il solito), ossia imbracciare la chitarra e carezzarla come fosse la donna amata per restare estasiati al cospetto di Gun, morbida sonata per chitarra e voce che non solo perdona il dilatato, fin troppo, slancio epico di Let Me Tell You Something ma riesce anche a trascinare il dito verso il repeat del nostro lettore per l’ennesima (solita) volta. (7.0/10)

Sporadic Three è, come titolo suggerisce, il terzo volume di una serie di inediti, outakes e versioni alternative che Vini Reilly ha raccolto nella sua ormai ventennale carriera. I primi due della serie sono da tempo fuori catalogo (come del resto buona parte della produzione dei Column: a quando qualche ristampa, cari interessati?!) e per chi si fosse perso le precedenti puntate - rivolgendoci soprattutto ai fans appassionati, visto che l’operazione è su di loro che va a parare - consigliamo nel frattempo di ripiegare su queste “nuove” canzoni.
L’interesse è suscitato dalle note affisse nel booklet, scoprendo cosi che il drumming hip-hop di Mama And Papa nasce anche per un uso “importante” di ganja, che Birthday Present è dedicata ad una amica di famiglia Really, che Loretta è per la sorella di Vini e New Order Tribute riverisce - indovinate un po’ - la banda di Sumner, Hook e tutta l’epopea Madchester.
Lo dicemmo in sede di articolo e lo ribadiamo ora: i Durutti Column che contano si riducono ai primi tre dischi; tutto quello venuto dopo - fatta qualche particolare eccezione - è pertinenza dei seguaci. Comunque: rispetto. (7.0/10) P.s. però com’è bella I B Yours…