In occasione del tour di Devendra Banhart e CocoRosie che ha toccato il nostro Paese per ben cinque volte, SA si interroga sulla cosiddetta scena pre-war. Chi ne sono protagonisti? Perchè questi artisti vengono accomunati tra di loro? E poi, si può effettivamente parlare di una vera e propria scena?

Ci sono storie che sembrano facili da raccontare. A volte si crede di poter cogliere il senso, l’essenza più intima e profonda di qualcosa in un attimo, affidandosi soltanto a pochi indizi, ad intuizioni immediate. Nel caso di Devendra Banhart, una manciata di canzoni snocciolate in un anno circa di attività (Oh me, Oh my… / Black Babies EP) sembravano già aver fornito le giuste coordinate per incasellare facilmente questo giovane e singolare cantautore nel confuso panorama odierno. Un solitario, allucinato e visionario artista lo-fi, un freak, ingenuo cantore del proprio mondo interiore; dunque, via libera ai paragoni (più o meno azzeccati) con i vari Barrett, Bolan, Johnston, M Ward. Etichette di comodo, ed in un certo senso necessarie: il bisogno di categorizzare a tutti i costi, di sistematizzare un quid che va ad alterare un panorama conosciuto, è un’operazione logica e naturale, che spesso scatta da meccanismi inconsci. Allo stesso modo, in concomitanza del fiorire di una produzione più matura del Nostro (lo stupefacente Rejoicing in the Hands, seguito a ruota da pochi mesi dall’album gemello Nino Rojo), si sono affacciati sulle scene alcuni musicisti a lui immediatamente accostabili, come CocoRosie e Vetiver; a questo punto si è addirittura ipotizzata l’esistenza di una scena, chiamata sintomaticamente pre-war folk, di cui Devendra sarebbe una sorta di caposcuola, guru mistico, gran maestro di cerimonia. Il fatto è che, lo si voglia o meno, una scena in qualche modo esiste. O almeno, sembrerebbe così. Gli artisti in questione non soltanto risultano affini a Banhart per sensibilità e approccio compositivo (semplicità delle trame sonore, classicità stilistica, naiveté ai limiti dell’infantile), ma sono effettivamente legati alla sua vicenda artistica ed umana. Devendra ha fatto pienamente parte del progetto Vetiver sin dagli inizi, intrecciando con il leader Andy Cabic un legame musicale che, pur nell’apparente diversità tra i due, appare inossidabile. Dal canto loro, le sorelle Sierra e Bianca Casady condividono con lui non solo l’immaginario, ma anche significative esperienze di vita e di palco. E la scena potrebbe addirittura allargarsi, se si tiene in considerazione l’estemporaneo progetto Queens of Sheeba - supergruppo venuto fuori negli ultimi concerti del Nostro - che vede in azione membri di White Rainbow, Little Wings e YACHT. Ma è pur vero che ognuno di questi musicisti persegue il proprio progetto autonomamente: basta ascoltare il (bellissimo) debutto dei Vetiver quest’anno per capire che quelle di Devendra Banhart e Andy Cabic, pur intrecciandosi, restano due entità musicali distinte; lo stesso si può dire per le CocoRosie, che gridano la loro indipendenza rivendicando un approccio del tutto spontaneo e naturale, dichiarandosi affini più ad artisti come Antony & the Johnsons o ai classici che allo stesso Devendra. Quest’ultimo, per la stessa natura ibrida e personale della sua musica, sembra voler prepotentemente sfuggire a sistematizzazioni. Ogni uscita del Nostro, sia essa un disco o uno spettacolo dal vivo, porta sempre nuovi elementi, spesso inaspettati (chi ha avuto modo di vedere in azione i Queens of Sheeba sa di cosa si sta parlando). Pretendere di poter ricostruire la sua storia, la sua personalità a 360° diventa tanto difficile quanto aleatorio. A conti fatti, Pre-war or not pre-war? Aldilà di (pur legittime) scelte di comodo, sarebbe forse preferibile intendere Devendra Banhart ed i suoi amici “soltanto” come una delle più belle e promettenti realtà musicali dei nostri tempi. Senza bisogno di etichette.
Un po’ per caso, un po’ per fortuna, lo scorso 6 Ottobre abbiamo incontrato Devendra Banhart al Rainbow club di Milano prima del concerto insieme alle CocoRosie.
Sono le cinque del pomeriggio, e il nostro uomo si sta preparando per il soundcheck; ci sono due ragazzi con lui: uno lo riconosciamo, è Andy Cabic dei Vetiver, nascosto da una folta barba, l’altro è senza maglietta e sembra il più giovane (risulterà essere Adam Forkner dei White Rainbow). Accanto a loro c’è uno spilungone che, del tutto indifferente, cammina sulle mani e a yoga sulla pista del Rainbow; è a torso nudo ed ha un barbone che lo fa sembrare un sosia di Will Oldham (nel corso della conversazione scopriremo che si tratta di Kyle Field dei Little Wings). Devendra e i suoi amici stanno provando un pezzo con le chitarre, l’atmosfera è rilassata e cordiale, sul tavolo c’è una bottiglia di vino; noi ne approfittiamo per avvicinarci. Lui ci riconosce, si alza in piedi e ci abbraccia, subito dopo ci presenta agli altri. Gli chiediamo se c’è tempo di far due chiacchiere: lui senza esitare ci invita a sederci con loro, dopo averci comunque avvisato che non abbiamo molto tempo perché tra poco cominceranno le prove. Tra un tentativo (fallito) di parlare in spagnolo ed altri convenevoli, poggiamo il registratorino sul tavolo e cominciamo con le domande. Ovviamente siamo curiosissimi.
- Questa sera allora suonerete in trio?
Siamo uno, ma in realtà siamo in cinque! Siamo i “Driftwood Voltron”: io, White Rainbow, YACHT, Little Wings e Vetiver.
- Voltron... il robot! (protagonista di una famosa serie tv di cartoni anni ’80, ndr.)
Si, un robot di legno! Ognuno di noi è un diverso tipo di legname (indicando i compagni, ndr.): lui (Adam) è il salice, lui (Andy) è “Acadian Driftwood” (relitto acadiano?), LittleWings (Kyle Field) è la quercia, YACHT (Jona Becktolt, il batterista) è la sequoia, e io sono il sughero.
- Sei stato in tour quest’estate?
No, sono stato in vacanza nel sud della Francia, a St.Marie de la Mer, insieme alle CocoRosie. Abbiamo fatto grandi nuotate e passeggiate a cavallo e abbiamo visto qualche corrida. Abbiamo anche suonato insieme, ovviamente.
- Dobbiamo intervistare anche loro, dopo di te.
Buon per voi! Dovremmo smettere adesso allora, così potrete intervistarle più a lungo. Credo la loro sia musica che meriti maggiore attenzione della mia…(sempre modesto il ragazzo, ndr.)
- Abbiamo tempo per fare entrambe le interviste!
Bene.
- Parliamo del tuo nuovo disco, Nino Rojo. Sappiamo che è stato registrato durante le stesse session del precedente. Credo che un po’ tutti si stiano chiedendo perché hai scelto di pubblicare trentadue canzoni in due dischi diversi…
Perché funzionano l’uno indipendentemente dall’altro, anche se sono collegati tra loro. Il formato che mi piace di più è il vinile, quindi usciranno presto entrambi in un doppio LP.
- L’anno prossimo?
Tra qualche mese. Stasera purtroppo non abbiamo vinili da vendere…
- Nel disco c’è una cover, Wake Up Little Sparrow di Ella Jenkins. Cosa puoi dirci di questa artista?
Ha appena vinto un Grammy quest’anno. Ha scritto tantissimi dischi incredibili, è un genio, è meravigliosa, un angelo del paradiso. Ti consiglio You’ll sing a song and I’ll sing a song. O qualsiasi altro dei suoi dischi!
- E’ musica per bambini, vero?
E’ musica per tutti! Sono per lo più canzoni per bambini da cantare in coro.

- Nell’intervista che ci hai concesso la scorsa primavera hai parlato di questo nuovo album come il figlio del precedente. Cosa significa?
Rejoicing in the hands è l”Imperatrice dorata”, ovvero il sole. E’ la madre. Nino rojo è il figlio rosso, o il sole rosso (gioca sulla pronuncia sun/son, ndr.)
- Ci è sembrato un disco più colorato di Rejoicing…
Si, è più allegro perché le canzoni vengono dalla prospettiva di un bambino.
- Si, infatti, come la filastrocca “Little Yellow Spider”…
Esatto! Adam Forkner (lo indica) suona la chitarra in quel pezzo.
- Ci è piaciuto moltissimo anche il disco dei Vetiver… Tu ed Andy suonerete qualcosa insieme stasera?
Si, faremo due nuove canzoni che ha scritto lui, e quattro che abbiamo scritto insieme.
- Tra cui “Crazy Love” (in verità “Amour Fou”, ndr.)?
Sì… ma non è una canzone di Van Morrison! (si riferisce a Crazy Love da Moondance, 1971)
- Nella data di Milano del maggio scorso hai dichiarato, tra le altre cose, la tua ammirazione per Paolo Conte…
Oh si! “Chk! Chk! It’s wonderful, it’s wonderful, good luck my baby”! (canticchia divertito, ndr.)
- Ci sono altri artisti italiani che conosci o apprezzi?
Sì! Fabrizio de Andrè (all’unisono con Andy, ndr.)! Hai qualcuno dei suoi dischi?
- Si, certo. E’ un artista molto popolare qui da noi...
Davvero? Ci piace molto quella sua canzone tratta dalla colonna sonora di Big Night… (Andy gli fa notare che il pezzo a cui si riferisce è in realtà di Matteo Salvatore, ndr.). Ah sì, De Andrè è quello dell’”elefante” (si riferisce probabilmente a Giugno ’73, ndr.)… Si, si, ci piacciono molto… E’ merito di Andy se conosciamo questa musica. E’ roba che cercavamo da un po’ di tempo… E, se questo risponde alla tua domanda, Amedeo (Pace, ndr.) dei Blonde Redhead è italiano… mi piacciono molto anche loro.
- I tuoi live set spesso presentano, insieme agli originali, anche brani dei tuoi artisti preferiti. (Townes van Zandt, Fred Neil, Neil Young). Faresti mai un disco di sole cover?
Non è un cattiva idea! Potrei farlo… ok, lo farò per te! (ride, ndr.)
- Vieni spesso accostato a Daniel Johnston… che rapporto hai con questo artista?
Si, mi piace, conosco qualcosa di suo ma non è tra i miei favoriti… lo sai chi è invece uno che trovo fantastico? (Si avvicina e sussurra in un orecchio, ndr.) M. Ward !
- E di Mark Lanegan cosa ci dici?
E’ ok! Mi piace molto…
- Dato che ci siamo, facciamo anche qualche domanda ad Andy sui Vetiver, altrimenti può sembrare che stiamo parlando soltanto del tuo progetto!
Oh, fate bene! Credo il suo progetto sia quello più importante…(ci risiamo, ndr.)
Non senza averci offerto un bicchiere di vino per un veloce brindisi, Devendra si allontana per il soundcheck, lasciandoci soli on Andy. Anche se il tempo è pochissimo, questo biondo e timido ragazzo riesce comunque a raccontarci qualcosa. “Il progetto Vetiver è nato quando mi sono trasferito a San Francisco. Ho cominciato a scrivere le canzoni allora, ma non le avevo mai registrate o suonate dal vivo.Non volevo fare tutto da solo, così mi sono messo a cercare persone che potessero aiutarmi a mettere su un progetto.. ed è stato così che ho conosciuto Devendra. Allora ho cominciato a registrare del materiale, e gradualmente la mia musica ha cominciato a girare come demo agli amici… c’è voluto molto tempo, circa tre anni… Molte canzoni erano già vecchie di un paio di anni quando sono state registrate… ed è passato un anno prima che fossero pubblicate”. Alla domanda se ha scritto nuovo materiale, ci risponde con un sorriso modesto, dicendo non essere prolifico quanto Devendra… E’ tempo di andare e, prima di salutarci, ci ripromettiamo di approfondire il discorso in futuro. Come ultimissima battuta, Andy ci confessa di essere molto curioso di come reagirà il pubblico al concerto della sera, dato che sarà una cosa molto diversa da tutto quello fatto finora sia dai Vetiver che da Devendra. Noi sentiamo di doverci fidare…
L’appuntamento è di quelli da non perdere: due tra i nomi più in vista della cosiddetta scena pre-war uniscono parte dei rispettivi tour europei per una serie di date che toccano anche l’Italia per ben cinque tappe; un evento di per sé carico di aspettative, che non solo ha mantenuto le promesse, ma ha riservato anche molte sorprese. Aprono la serata Bianca e Sierra Casady, che, complici le luci soffuse, hanno ricreato le atmosfere intime e fiabesche del loro La Maison de mon Rève. Sul palco c’è di tutto: giocattoli, tastiere, rhythm box e persino un’arpa. Le due sorelle, che si alternano alle voci e a strumenti vari, sono accompagnate dagli interventi minimali di un polistrumentista e di una “human beat box” (un musicista di colore che accompagna ritmicamente i brani con la voce), ingredienti sonori che rendono le loro ninnenanne ancora più stranianti ed irreali. Il concerto procede senza particolari scossoni per circa quarantacinque minuti, fatta eccezione per qualche problema tecnico che di tanto in tanto disturba la resa sonora di alcuni brani: oltre a questo, le CocoRosie sembrano un po’ fuori fase (l’intervista concessaci dopo il concerto confermerà queste impressioni). Peccato, occasione riuscita solo a metà. Si passa al secondo atto.
Che al buon Devendra piacesse giocare lo si era capito da un po’. Chi ha avuto l’opportunità di vederlo dal vivo negli ultimi mesi ha sperimentato la sua sana follia on stage, tra bizzarre introduzioni, sberleffi irriverenti, parole biascicate e (volutamente?) confuse; come controparte, il suo naturale carisma, la sua forte presenza, l’atmosfera religiosa in cui è capace di immergere gli astanti con soltanto chitarra, voce ed un pugno di canzoni memorabili (tra originali da Rejoicing in the Hands e Nino Rojo ed alcune preziose cover). Alla luce di tali aspettative, era forse meno facile prevedere il colpo di coda del Nostro in quest’occasione. Chi si aspettava una serata intima tra cuscini, candele e bastoncini di incenso, deve aver provato una bella sorpresa nel vedere Devendra presentarsi sul palco con una band di cinque elementi, i Queens of Sheeba (a.k.a. The Driftwood Voltron, cf. intro ed intervista). Il repertorio affrontato da questo improvvisato combo (soli cinque giorni di prove!) ruota quasi interamente attorno agli ultimi due dischi di Devendra, ma c’è spazio anche per alcune canzoni di Vetiver (su tutte Amour Fou, quadriglia impazzita scritta a quattro mani col Nostro) e Little Wings (country rock convenzionale ma godibile). A parte un paio di momenti intimisti in cui viene lasciata intatta l’originale impostazione acustica (l’iniziale Little yellow spider e A sight to behold, da brividi), i classici del cantautore texano-venezuelano vengono immersi in una dimensione nuova, diversa, in cui ogni musicista riesce a ritagliarsi il proprio spazio senza prevaricare sull’altro. Così Will is my friend si gonfia di sfumature ancora più gospel e blues, This is the way diventa una cavalcata imbizzarrita guidata dal banjo, There was sun e An Island acquistano nerbo e spina dorsale. Devendra si è circondato di amici, non di sessionmen, e la cosa è tangibile: nessuna meraviglia se l’atmosfera che si crea sul palco somiglia sempre più a una festa di amabili fricchettoni; brani come The good red road, Be kind e This beard is for Siobhan (in assoluto il momento più coinvolgente) diventano quindi il pretesto per esecuzioni infuocate, goliardiche e divertite. Ma la maggiore sorpresa arriva a chiusura concerto: tre brani del tutto inediti, che (come ci ha confidato Andy dopo lo show) sono stati composti coralmente nel corso delle prove per il tour. Il gruppo gira, gli ingranaggi sono ben oliati e c’è largo spazio per l’improvvisazione e l’esplorazione: ecco quindi Banhart lasciare la chitarra e trasformarsi in una sorta di sciamano invasato, mentre i Queens of Sheeba si destreggiano abilmente tra scatti frenetici alla Stones, lunghe dilatazioni psichedeliche, tribalismi afro e ritmi reggae. Alla faccia del pre-war folk. Non ci è dato di sapere con certezza se questa formazione possa avere un futuro: potrebbe apparire sul prossimo disco di Devendra, o forse su quello dei Vetiver, o restare semplicemente un episodio isolato, un divertissement estemporaneo di cinque musicisti che, prima di ogni cosa, sono amici. Poco importa, finché ci sono artisti di questo calibro in circolazione, c’è solo da stare allegri.

Finito il concerto al Rainbow, ci incontriamo finalmente con le CocoRosie sul tetto del locale per l’intervista concordata. Intuiamo subito che la faccenda sarà più breve del previsto: le ragazze sono stanche, il loro aereo ha portato ritardo (causa principale dello slittamento del nostro incontro, previsto per il pomeriggio) e pare abbiano avuto dei disguidi che non vogliono svelare. Forse il pubblico non le ha soddisfatte, forse è solo una giornata un po' particolare. Sierra, la mora, è più affabile, ti guarda dritto negli occhi e ha qualcosa di affettuoso e materno; Bianca, la castana dal viso di fanciulla, sembra leggermente lunatica. Dopo un inizio un po’ freddo, in cui apprendiamo che lo pseudonimo CocoRosie ricalca i loro soprannomi da bambine, la conversazione si scioglie quando chiediamo come hanno conosciuto Devendra Banhart. Risponde una divertita Bianca: "Abbiamo abitato porta a porta per anni senza mai conoscerci! Ai tempi in cui Devendra si era trasferito dal Venezuela nel canyon dell'Encinal noi eravamo dietro l'angolo, eppure non ci siamo incontrati fino a un paio di anni fa in Francia". Quando si dice il destino… Adesso che l’atmosfera è più rilassata, proviamo a parlare di qualcosa di più concreto.
La vostra musica si basa su di un approccio molto innocente, quasi infantile; certe melodie e l’uso di giocattoli come strumenti musicali lasciano pochi dubbi in proposito. E’ stato frutto del caso o era una cosa che avevate già in mente da tempo?
Beh, diciamo che è stata la cosa più naturale che siamo riuscite a fare quando abbiamo iniziato a suonare insieme. Abbiamo voluto mantenere un approccio che non snaturasse quello che siamo.
Le atmosfere che rievocate sono state assimilate, per sonorità ed ascendenze, a quelle di Devendra e Vetiver. C’è stato chi ha parlato, in tal senso, di musica pre-war. Quanto vi riconoscete in questa definizione?
Non possiamo negare che la maggior parte della musica che ci ha influenzato provenga dal passato, ma quello che noi facciamo, lo facciamo qui e adesso. Noi siamo quello che vogliamo esprimere, e apparteniamo al nostro tempo. Non ci interessano questo tipo di discorsi.. preferiamo continuare a fare musica in maniera naturale, come abbiamo fatto sinora, senza pensare troppo alle categorie.
Vi sentite comunque parte di una scena insieme agli artisti con cui avete suonato stasera?
E’ molto bello fare questa parte del nostro tour insieme ai ragazzi…ci sono profonde affinità tra di noi. Ma non ci piace cristallizzarci in un genere preciso. Diciamo che siamo soltanto persone che suonano insieme perché spinte da stimoli comuni, e che continueremo a lavorare insieme finché ci divertiremo a farlo!
Ci sono dei temi particolari da cui attingete per le vostre liriche?
Ci interessa l'intimità, la sfera degli affetti. Ci piace raccontare storie che possono essere espresse sia in prima che in terza persona.

Niente temi sociali dunque...
Generalmente no, si tratta di storie personali… anche se c’è una canzone del nostro disco (Lyla, ndr.) che parla di una prostituta dell'Est a Parigi, che potrebbe essere letta anche in questo modo. Di solito preferiamo esprimere quello che abbiamo dentro, osservare il mondo di ogni giorno con lo sguardo domestico di chi sta fuori della vita alienante di tutti i giorni.
Nella vostra musica abbiamo avvertito un’interessante commistione tra Europa (lirismo melodico francese à la Piaf) ed America (soprattutto nell’impostazione musicale tra folk, gospel e spiritual). Come sensibilità, vi sentite più europee
Sinceramente non abbiamo mai pensato alla nostra musica in questi termini… ma credo che sia piuttosto naturale. In fondo siamo americane che vivono in Francia. Certo, Edith Piaf è stata uno dei nostri ascolti preferiti di sempre, ma ci sentiamo molto lontane dalla sua prospettiva musicale e di vita. E’ stata una donna profondamente diversa da noi… Se invece c’è qualcuno a cui ci sentiamo particolarmente affini, quello è Antony (dei Johnsons, ndr.).
Sappiamo infatti che il mese prossimo dividerete la seconda parte del tour europeo…
Si, ma sfortunatamente non toccheremo l’Italia… E’ un peccato, perché Antony è semplicemente straordinario. Il suo disco ci ha letteralmente ossessionate…

Devendra in acido che viaggia nei Sixties. Le Cocorosie rimaste imprigionate dentro antiche sottane. Vetiver a far da innocuo guardiano. Ed Antony alla ricerca di un prezioso vinile in soffitta. Un anno dopo la scena pre-war ci svela il suo segreto: non è mai esistita...
Se fino a un anno fa esistevano ancora gli elementi per una disputa sull’appropriatezza del termine pre-war folk, utilizzato per etichettare la musica di Devendra Banhart e compagni, oggi, a un anno di distanza dall’esplosione di quella pseudo-scena, viene da chiedersi cosa diavolo c’entrassero il chitarrista texano, le Cocorosie e i Vetiver con la musica prebellica statunitense. L’unica risposta che riusciamo a darci, anche in virtù delle ultime uscite discografiche è, naturalmente: niente.
Mentre Devendra cambia rotta, spostandosi verso territori che richiamano la nascita della psichedelia, gli altri compagni di viaggio non si discostano molto dai loro punti di partenza: delicatezza e un po’ di Woodstock generation per la band di Andy Cabic e spirito teneramente fanciullesco e sognante per le due sorelle Sierra e Bianca Casady.
Ciò che di sicuro si può dire su questi musicisti è che sono figli dei loro tempi. Il loro modo di affrontare e raccontare la realtà, vera o immaginaria che sia, è assolutamente contemporaneo nella sua ricerca di semplicità in un’era ipertecnologica come la nostra, anche se questo approccio non rappresenta una novità assoluta nella storia del rock: si pensi al fenomeno dei cantautori one-man-band o alla nascita del punk in contrapposizione alla complessità a cui era arrivato il rock negli anni ’70 con il progressive.
Nel caso di Devendra & co., l’attrazione per l’espressione spontanea, cruda, priva di fronzoli e l’urgenza comunicativa. prevalgono sulla “decorazione”. Il risultato è una musica senza tempo, una musica sempre uguale e sempre diversa, che non lascia molto spazio alla fantasia, ma che entra nell’intimo dell’ascoltatore.
Registrare un disco nella propria cameretta nell’epoca delle super produzioni è, in qualche modo, un atteggiamento insieme conservatore (nel riproporre vecchi schemi, che siano o meno pre war!) e rivoluzionario (nell’attitudine contestatrice insita nel rifiuto della complessità). Devendra Banhart e Andy Cabic ne sono ben consapevoli e continuano a seguire le orme di Michel Gira, ma con un approccio più istintivo e naive dell’ex Swans.
Ci si chiedeva anche, l’anno scorso, se questo gruppo di artisti potesse costituire una vera e propria scena. La risposta non può essere che no. Quello che unisce Banhart, i Vetiver e le Cocorosie, oltre a un troppo generico approccio lo-fi, è più una sincera amicizia che una comunanza di intenti artistici. Sarebbe forse più appropriato definirla una “famiglia” di musicisti, una sorta di gruppo aperto in cui confluiscono idee diverse, che si concretizzano nelle collaborazioni o in veri e propri progetti (vedi i Queens of Sheeba). Nulla esclude che queste esperienze comuni si saldino ulteriormente e possano dare vita, in un futuro più o meno lontano, a una vera e propria scena, con tanto di proselitismo. Ma di discepoli, a parte qualche nota rivista di settore, se ne vedono ancora pochi.