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Introduzione
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Deus

 

 

 

un
  • Bad timing
  • 7 days 7 weeks
  • Stop start nature
  • If you don't get what you want
  • What we talk about
  • Include me out
  • Pocket revolution
  • Night shopping
  • Cold sun of circumstance
  • The real sugar
  • Sun Ra
  • Nothing really ends

Pocket Revolution (V2 / Edel, 12 settembre 2005)

di Stefano Solventi

Le solite cose. Un gruppo che ha l’ardire, la fantomatica impudenza di piovere dal Belgio con uno sconvolgente uno-due: l’album lungo Worst Case Scenario, autentico rollercoaster di generi ed emozioni - teatralmente pop, capricciosamente blues, visceralmente rock - e l’ep My Sister Is My Clock, una bobina di suggestioni e scelleratezze senza soluzione di continuità, come un piano sequenza di delirante post-qualcosa. Non bastasse, a suggello di tanta inattesa meraviglia ponevano un live act come minimo travolgente. Insomma, era nata una grande band. Toccò ad In A Bar Under The Sea zittire ogni dubbio residuo, dimostrando una statura autoriale, un equilibrio delle forme, una maturità forse conseguita troppo in fretta.

Eh sì, le solite cose. Terremoti e sconquassi, la band che si frantuma, un terzo album (The Ideal Crash) controverso, soggiogato da tralignamenti electro e striscianti concessioni catchy. Poi il silenzio, una lunga, estenuante, disperante eclisse. Infine, dopo taluni segnali di vita disseminati dal frontman Tom Barman (le incursioni elettroniche sotto l’egida Magnus, il live in coppia col pianista Guy Van Neuten), ecco il gran ritorno: i dEUS camminano ancora tra noi umani. Portando seco una rivoluzione tascabile. Che, musicalmente, è una non-rivoluzione assoluta. Le solite cose, già: il quarto album dei ritrovati (e rifondati: nuovo il batterista, il bassista e un chitarrista) dEUS è una pregevole dimostrazione di mestiere. La capacità di confezionare ciò che non si può ascoltare senza frequenti attacchi di deja vu, e che tuttavia sarà intenso abbastanza da apparire plausibile. Un album assolutamente prescindibile, ma dignitoso. Deludente per chiunque s’attenda sfracelli dopo tanta astinenza deusiana, piacevole per tutti gli altri. Tra questi ultimi, per fortuna, ci sono anch’io, che pure dei dEUS ero quasi un fan.

Insomma, mi sono lasciato ben trastullare dalla wave traslucida immischiata gospel di Stop start nature (pennate di chitarra à la Andy Summers, tremori e inquietudini gorgoglianti circa Tv On The Radio), così come dal funky sbrigliato ed apparizioni bossa in un festino anni ’80 di Night shopping, e poi ancora dal glam avariato (malsano come potrebbe esserlo una combutta tra Jane’s Addiction e Afghan Whigs) di Cold sun of circumstance. Senza però fare a meno di notare come qua e là spunti una fiacchezza irrimediabile (la stolida linearità in crescendo dell’iniziale Bad timing, la carineria banalizzante - in chiave autocitazionista - di What we talk about, la title track irrigidita in una ossessione gospel-soul quasi bowiana). Per non dire quanto alla lunga infastidisca la corsia preferenziale riservata alla voce di Barman, come a confessare di soppiatto che essa è ormai la sola peculiarità residua del sound dEUS.

Con tutto ciò, se l’insieme non entusiasma, e se certe concessioni appaiono francamente evitabili (quando rammentano gli ultimi deprecabili Red Hot Chili Peppers in 7 days 7 weeks ed Include me out, o addirittura sua trashitudine Billy Idol in If you don't get what you want), la fibra pop espressa da questo disco è comunque di buona vaglia, capace di nascondere tra le pieghe anche qualche trama intrigante, come il raga psych torbido e screziato di Sun Ra o la morbida intossicazione soul di The real sugar. Il finale confessa tutta la voglia di “classicità” che deve aver animato il progetto, incarnata nel tango elegante e un po’ sussiegoso di Nothing really ends, già ascoltata nel suddetto lavoro di Barman con Van Neuten. E’ una bella canzone, dandy e disperata, amara e senza appigli. Lieve, innocua, malgrado il rovello che sembra averla ispirata. Una chiosa più che opportuna. (6.2/10)

Copertina: ...
  • When She Comes Down
  • Oh Your God
  • Eternal Woman
  • Favourite Game
  • Slow
  • The Architect
  • Is A Robot
  • Smokers Reflect
  • The Vanishing of Maria Schneider
  • Popular Culture

Vantage Point (V2, 18 aprile 2008)

di Edoardo Bridda

Cominciamo dal singolo: The Architect. Pezzo anni Ottanta d’assalto. Pop rétro cavalcato con arroganza nonostante la scadenza dei termini del revival. La presa comunque è rapida, arrangiata per grandi platee sotto forma di funk rock sporcato electro come piace ai britannici. Convincente quanto l’inedito Barman, l’uomo che alle ruffianate preferiva il crooning emozionale e il pop-rock adulto.

Il resto dell’album è tuttavia differente, ritorna nei ranghi in un assetto assai migliore dell’interlocutorio Pocket Revolution per il quale vecchi e nuovi fan si erano divisi. Vantage Point cerca infatti di tornare ai fasti di The Ideal Crash, produzione compatta e soluzioni variegate e di fatto ballate a fine scaletta che riprendono, convincentemente per giunta, un discorso di scrittura recentemente incerto. Di più, abbiamo brani decisi, il pane ideale per le folle affamate dei live, l’eloquente cartina tornasole di quanto la band non veda l’ora d’andarci a riempire i palazzetti. Prendete Oh Your God con un Barman che sembra il Cave più affabulatore tra colpi di riff e rasoiate cyber, oppure l’ancora più Nine Inch Nails Favourite Game. Ricaricate la batterie con la scorsa tournée, i Deus sanno d’essere di nuovo grandi, in grado di scaldar cuori e fiammelle (pure dei più scettici) e proprio il successo delle performance dal vivo risulta la miglior chiave interpretativa del nuovo lavoro: una tracklist bilanciata suonata da una line-up impeccabile e da un leader pienamente in controllo del proprio carisma. Un team che non pensa neppure per un attimo a rischiare, innocuo dal punto di vista dell’innovazione, eppure proteso allo scarto interpretativo, alla declinazione di linguaggi che la svolta matura The Ideal Crash suggeriva.

Il corollario è evidente: canoniche rockstar non del tutto bruciate ma decisamente adult, compromessi per mantenere largo l’audience, vampirizzazione di giovani ospiti (Lies Lorquet, Guy Garvey degli Elbow, Karin Dreijer Andersson del duo The Knife) e in definitiva un timone saldo alla faccia delle scelleratezze di gioventù. In questo solco il lavoro sui registri del cantante, specialmente nel poker iniziale, ma appunto parliamo di pocket revolutions, di rivoluzioni tascabili, non di tagli netti. Dicevamo di preferire Vantage al ritorno discografico, lo ribadiamo non tanto per le sottigliezze, bensì per una tracklist maggiormente incisiva, che alterna dolce a salato, che non indulge in autocompiaciute poppate agrodolci e soprattutto per quei famosi brani che dimenticavamo di citare: un trittico di ballate finalmente degne del passato (Smokers Reflect, The Vanishing of Maria Schneider e Popular Culture), alle quali aggiungiamo una bella opener come When She Comes Down e l’altrettanto incisiva Ethernal Woman, episodi che non avrebbero sfigurato, visti gli archi/synth, nel terz’album. …An ideal Bar beside the Sea. (7.0/10)